L’arroganza del Colonnello umilia l’Italia

Sfrontatezza fatta di ritardi, menzogne ed insulti. Le guerre coloniali hanno il loro peso ma non giustificano tale comportamento

 

Ha lasciato molte perplessità la prima visita in Italia di Gheddafi. Leader della Libia dal 1969, capo dei 53 Paesi membri di quell’Unione Africana che egli aspira a trasformare in Stati Uniti dell’Africa (la quale secondo lui, “non necessita di democrazia, ma di pompe d'acqua”), ma anche ex Presidente della Commissione dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite, è un musulmano convinto che “Il Corano non è monopolio degli Arabi”, tanto da esortare “l'intera umanità a studiarlo"; e persuaso che detta “umanità continuerà ad essere arretrata finché rimarrà incapace di esprimersi in un'unica lingua”, araba, naturalmente. Durante il suo soggiorno a Roma si è rivelato particolarmente arrogante, tanto da suscitare in molti il dubbio di un eccesso di buona educazione, nei suoi confronti, da parte delle Istituzioni nazionali.

Certo, l’Italia doveva farsi perdonare l’occupazione coloniale che, secondo l’opinionista del Corriere della Sera, Sergio Romano, “fu molte cose, non tutte e non sempre necessariamente spregevoli”. E neppure sempre dannose, se si deve ai nostri ingegneri la prima scoperta, nel 1914, del giacimento di petrolio che oggi gli garantisce introiti miliardari. Indubbio, oggi abbiamo in ballo con Gheddafi questioni vitali, tra i quali affari di miliardi di dollari e la lotta all’immigrazione clandestina. Ma ciò non giustifica il suo comportamento da padrone in casa altrui; quel suo pretendere l’installazione delle tende beduine nel parco di Villa Pamphili; l’appuntarsi sul petto la foto dell'eroe beduino Omar Mukhtar, impiccato nel 1931 in Italia per ordine di Mussolini, ostentandola negli incontri con il Capo dello Stato e quello del Governo.

Non bastasse, ha pontificato, senza possibilità di contraddittorio, in Senato, contro l’Occidente, “colpevole di tutti i mali del mondo”, e contro gli Stati Uniti paragonati a Bin Laden, in quanto responsabili del bombardamento sulla Libia del 1986, trascurando che era reazione ai suoi ripetuti attacchi terroristici culminati con la strage di soldati americani alla discoteca La Belle di Berlino; ha sputato sentenze all’Università La Sapienza permettendosi di dire, tra l’altro, che il Papa “è una specie di ayatollah o di mullah, e ha la stessa legittimità di un capo terrorista integralista”. Convinto di potersi permettere ogni villania, è sempre arrivato in ritardo a tutti gli appuntamenti, tanto che Fini ha creduto giusto, dopo due ore d’inutile attesa, di annullare la riunione a Montecitorio; ha fissato di sabato l’incontro con la comunità ebraica libica, pur sapendo che, per gli Ebrei (i quali si sono rifiutati, limitandosi a fargli consegnare una lettera di protesta a firma del leader carismatico della comunità tripolina, Shalom Tesciuba), quello è giorno di preghiera.

Non contento, ha contestato il tentativo occidentale d’introdurre la democrazia nei Paesi musulmani retti da dittatori; ha sostanzialmente giustificato il terrorismo, rilevando che ha “ragioni vere” di esistere; ha affermato che i partiti non servono e che il termine “democrazia” deriva dall’arabo, non dal greco, e significa “popolo sulle sedie”; si è affacciato dal balcone del Campidoglio per salutare Roma… con il pugno chiuso; ha riconosciuto che “nel mondo arabo e islamico la situazione della donna è orrenda… perché è come un pezzo di mobilio” che si può cambiare quando si vuole, e che non bisogna “mettere alcuna differenza tra l’uomo e la donna”, dimenticando che nel suo Libro Verde ha sostenuto l’assoluto potere maschile, l’inferiorità delle donne e la liceità della lapidazione delle adultere e ha scritto che “gli asili nido sono contro natura perché la madre deve stare con i figli”.

In altre parole, Gheddafi ha considerato gli onori ricevuti come dovuto atto di sottomissione a risarcimento delle due guerre coloniali, quella del 1911 voluta da Giolitti per sottrarre la Libia ai Turchi che la possedevano da 400 anni, e la successiva iniziata nel 1922 per riconquistarne il territorio perso nel 1919 ma anche per limitare l’eccessiva emigrazione dal Sud. Certo, gli Italiani si macchiarono allora di colpe e di violenze efferate, ma contribuirono anche allo sviluppo economico di quella terra, portandovi strade, imprese e lavoro. Ed ora ripagando lautamente quel Paese con il versamento di 5 miliardi di euro in 20 anni.

Per tutta risposta, il Colonnello ha dimostrato di disprezzare la storia e la civiltà dell’Italia, immemore degli attentati da lui ordinati in tutto il mondo (tra gli altri, all'aereo Pan-Am, precipitato su Lockerbie, in Scozia, nel dicembre 1988, causando 270 morti), nonché dell'espulsione, nel 1970, di ventimila Italiani con relativo esproprio dei loro beni, con l’eccezione - guarda caso - delle società dipendenti dall'ENI. E, forte del suo potere acquisito nel 1969 dopo il colpo di Stato che ha portato all'eliminazione delle elezioni e dei partiti politici, ha sbandierato l’arroganza di chi è alla guida di un Paese che ha enormi riserve di greggio e di gas naturale dai quali ricava 65 miliardi di dollari.    

Certo, rispetto a quando ordinava attentati in tutto il mondo, è cambiato; ed indubbiamente il Trattato di amicizia siglato nell’agosto scorso garantirà ora all’Italia, dicono, un affare economico pari a 50 miliardi di dollari, nonché l’interruzione del via vai di navi cariche di clandestini. Ma l’onore di un popolo e delle sue Istituzioni vale più del denaro e della sicurezza. Era il caso di farglielo notare. E’ auspicabile che si faccia di tutto per evitare al nostro Paese un’altra umiliazione del genere a luglio, quando Gheddafi ritornerà per presenziare al G8.

Egidio Todeschini

 

20.6.2009