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La lezione delle banlieue francesi Alla base della sommossa che sconvolge la Francia errori politici e contraddizioni. Le differenze italiane e le nostre carenze
A volte basta un niente per fare scoppiare un incendio. E se quel “niente” comporta la morte di due ragazzini d’origine africana, colpevoli di aver cercato, con la fuga, di non cadere nelle maglie della polizia che li insegue considerandoli ladruncoli, è inevitabile, anche se razionalmente non giustificabile, che l’incendio divampi, che prosegua per giornate, che si espanda, che metta in crisi le Istituzioni, susciti preoccupazioni e reazioni diverse e dia adito ad interpretazioni differenti, addirittura opposte. Se poi, alla deflagrante scintilla di un duplice, tragico decesso, si aggiunge un precedente episodio (una moschea attaccata dai poliziotti con lacrimogeni durante una funzione religiosa), è fatale che, ad alimentare il rogo, subentrino fattori di carattere religioso, etnico e culturale. Se infine, a riscaldare gli animi arriva anche, come benzina sul fuoco, l’insulto del Ministro Sarkozy che non trova di meglio che definire i rivoltosi “feccia da ripulire”, c’è poco da sperare di buono. E’ quanto successo in Francia nella banlieue di Parigi e, progressivamente su tutto, o quasi, il territorio francese. Con un crescendo che lascia sgomenti, che crea ansia e paura, che suscita interrogativi ai quali non sempre si riesce a dare risposte convincenti. E senz’altro non lo sono quelle paradossalmente suggerite da alcuni intellettuali ed opinionisti tradizionalmente favorevoli all’immigrazione e al multiculturalismo, che oggi tendono a scopiazzare i nazionalisti alla Le Pen (“Gli Islamici? Buttiamoli fuori tutti, se non si adattano alla nostra società”). Questi dimenticano che, per legge, non può essere espulso un cittadino. E i teppisti che hanno dichiarato guerra alle Istituzioni non sono stranieri, ma Francesi a tutti gli effetti, da due e a volte da tre generazioni (in Francia vige il “diritto di suolo”, cioè basta nascervi per acquisirne la cittadinanza). Altri hanno sottovalutato l’effetto negativo della legge che, in nome della “laicità” dello Stato, vieta alle donne musulmane di portare il velo nei luoghi pubblici. E magari non hanno capito che i quartieri suburbani destinati agli immigrati, per quanto in gran parte forniti di tutti i servizi, si trasformano inevitabilmente in ghetti. Non se l’aspettava, la Francia tradizionalmente aperta ai profughi e agli stranieri, una “rivoluzione” di tal genere, determinata da motivi economici ma, soprattutto, religiosi. Non se l’aspettava anche perché era convinta che la sua attitudine anti Bush, il suo filo arabismo, il suo essere contraria alla guerra in Iraq la proteggessero dal terrorismo islamico e dai predicatori dell’odio dell’estremismo coranico. Che forse all’inizio non ci sono stati ma che probabilmente hanno colto la palla al balzo. Non solo: la Francia non ha capito in tempo che era molto più agevole assimilare, “francesizzare”, chi proveniva da Paesi europei, proprio per questo più facilmente inseribili nella società indigena. Soprattutto ha dimostrato una contraddizione tra il dire ufficiale (“siete i benvenuti, purché sottostiate alle nostre leggi”) ed il fare comune, se è vero, come alcuni “insorti” dicono, che basta un cognome di origine araba o il viso nero di un Africano per vedersi rifiutare un lavoro. Ed ora si rende conto che non è facile domare una sommossa innescata per reagire contro uno Stato a torto o a ragione sentito come ostile. Uno Stato convinto che bastasse “regalare” la cittadinanza per integrarli; che ha imposto una laicità che i musulmani non approvano; che ha permesso che si trasformassero in ghetti i quartieri suburbani; che non ha saputo, o voluto, creare le basi del multiculturalismo. Inevitabile che i fatti francesi avessero ripercussioni anche in Italia. La paura fa presto a diffondersi e fa spesso cogliere più le analogie che le differenze. Vero, anche noi abbiamo un’immigrazione che va via via incrementandosi; anche noi registriamo un aumento di presenze musulmane; anche noi abbiamo periferie urbane costellate da casermoni che certamente non favoriscono né la convivialità né l’integrazione. Ed anche noi abbiamo problemi di sicurezza, fenomeni di teppismo, manifestazioni d’insofferenza ai costumi e alle leggi nazionali. Ma vantiamo anche norme e tradizioni diverse. Non abbiamo proibito il velo alle donne nei luoghi pubblici, accettiamo perfino che i musulmani recitino le preghiere per strada. Siamo, per natura e per storia, più ospitali. Le nostre periferie saranno pure orrende, come sostiene Prodi, ma non sono “ghetti”, vi convivono, più o meno amichevolmente, stranieri ed Italiani. I nostri immigrati non provengono in prevalenza, come in Francia, da ex colonie, hanno origine, costumi, lingue diverse, sono quindi meno propensi a creare legami tra di loro. E le nostre aziende non si rifiutano di assumere stranieri extracomunitari, tutt’altro. Ingiustificato, quindi, il catastrofismo di Prodi, che non solo è inopportuno ma sfiora l’incitamento a delinquere. Tuttavia i problemi legati all’immigrazione si devono affrontare razionalmente, al fine di trovare un modello di accoglienza che concili culture e religioni differenti. Senza “buonismi” tendenti a giustificare ogni illegalità (si vedano il caso della scuola islamica di Milano o i fatti di Bologna), ma anche senza limitarsi, come adesso, solo alla lotta contro l’immigrazione illegale. Per arrivare ad una sentita integrazione non tanto di quelli che arrivano ora in Italia, i quali comunque vedono migliorato il loro tenore di vita, quanto dei loro discendenti. Ai quali va insegnato l’amore per le conquiste sociali e politiche del mondo occidentale. Compito difficile ma non impossibile. Egidio Todeschini 11.11. |