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La fiducia che ci viene a mancare Lo Stato come la famiglia: senza rispetto reciproco non sopravvive. La crisi delle Istituzioni nazionali. Necessita un esame di coscienza Basta un libro scolastico di Educazione Civica
per apprendere la definizione di Stato: "E' l'insieme di individui
che abitano su un territorio delimitato, che obbediscono alle stesse
leggi, emanate con forza d'imperio al fine di disciplinare la vita
associativa". Questi, quindi, i quattro elementi che stanno alla
base dell'istituzione statale: il popolo, il territorio, la sovranità
e lo scopo generale. Ma le quattro colonne della società hanno
però bisogno di un "collante", di un “tetto” senza
il quale la Nazione si sfalda. Tale collante è la fiducia. Che
non si può imporre ma al mantenimento della quale siamo tutti
responsabilmente chiamati. Purtroppo è ormai palese che anche la famiglia allargata dello Stato italiano rischia di degradarsi per progressiva mancanza di stima reciproca: nei connazionali, nelle autorità, nei politici, nelle forze produttive, nei giudici, nei sistemi bancari, nei sindacati, nella stampa, perfino nell'Unione Europea. Per questo il presidente Ciampi, nel messaggio di fine anno, ha insistito sulla necessità di ritrovare la fiducia senza la quale non c'è sopravvivenza. Ma troppi sono stati, negli ultimi tempi, gli episodi che l'hanno incrinata, che hanno offuscato l'immagine di Enti ed Istituzioni, di singoli personaggi e di partiti. Troppi gli scandali, le anomalie, le disfunzioni, i protagonismi, i sotterfugi, le polemiche, i latrocini, i litigi, i pregiudizi, per poter pensare e sperare che lo Stato regga, che gli egoismi non prevalgano sulla solidarietà, che il benessere non scemi, che la Nazione si salvi, con le sue tradizioni, la sua identità formatasi attraverso i secoli. Ha incominciato a venir meno la fiducia nella Politica, quando, con l'operazione Mani Pulite, si volle mettere il dito nella piaga della corruzione ma si finì con il distruggere i partiti che, fino al 1992, avevano, nel bene e nel male, retto e salvaguardato la democrazia nazionale. Si affievolì ulteriormente quando ci si accorse che, a dispetto di ogni promessa, la fase di transizione, che avrebbe dovuto portare alla Seconda Repubblica della trasparenza e dell'alternanza, non trovava, e non trova tuttora, mai fine. Poi ai peana del giustizialismo fecero seguito l'incremento dei reati non puniti, l'accanimento giudiziario nei confronti di alcune figure politiche di Centro, nonché la sconfessione delle prime azioni giudiziarie, con l'annullamento in Cassazione di due terzi - forse più - delle condanne. E s'insinuò così negli Italiani il dubbio che anche la Magistratura fosse politicizzata, che l'auspicio di "voltare l'Italia come un calzino" nascondesse scopi ben diversi da quello proclamato. E s'incominciò a non credere più nell'imparzialità dei giudici. Non è un caso se, nei sondaggi su chi va la fiducia della gente, i togati sono sempre negli ultimi posti. Tra i due Poteri (la Politica e la Giustizia) in continua perdita di stima, arrivarono poi i primi scandali di portata economica sempre più vasta, fino all'ultimo della Parmalat, che mette in crisi la fiducia negli imprenditori, nelle banche, nelle Commissioni nazionali (Consob), perfino nella Banca d'Italia. Che riaccende dubbi di interessi politici e di "strabismo" della Magistratura, alimentati dallo scarico di responsabilità che non aiuta a tener viva la fiaccola della fiducia. A ruota, le altre ferite al “collante” che dovrebbe tenere uniti e solidali gli Italiani: la politicizzazione prima, la perdita di autorità, poi, dei sindacati che una minoranza di estremisti riesce a mettere a tappeto, con grave danno dell'economia e dei cittadini tutti. C'è stato anche il “vulnus” del calo di credibilità dell'informazione che arriva, su ogni evento, a dire tutto ed il contrario di tutto, per cui non si sa più né come stanno le cose né chi ha ragione. E infine, come un colpo di grazia, le polemiche relative alla sentenza sul Lodo Schifani-Maccanico della Corte Costituzionale, che, a dir poco, riattizza la guerra tra Politica e Giustizia ma mette, a torto o a ragione, in discussione anche l'imparzialità della Consulta, inficiandone la rispettabilità . In tale clima, l'invito alla fiducia del Capo dello Stato ricorda la voce di chi grida nel deserto. Perché ormai non rimane molto in cui credere, a rigore neppure nella Costituzione, spesso stiracchiata, per interessi di parte, come un elastico. Ma non c’è vittoria che meriti di essere pagata con la decadenza della società italiana, la retrocessione economica e politica, l'appiattimento a comportamenti egoistici e materialistici, il livellarsi a conformismi e pregiudizi, la perdita progressiva dei più elementari valori della convivenza. Dovremmo tutti fare un esame di coscienza. Ammesso che ci ricordiamo ancora come si fa. Egidio Todeschini 15.1.2004 |