Dio s’è fatto uomo ed abitò tra noi

Il Natale non è una festa qualunque. Il presepio che parla di amore e di famiglia aiuta a comprenderne il valore

 

Mi segnalano, su il Giornale del 12 dicembre scorso, lo sfogo di un lettore indignato per quanto capitato al figlio di 9 anni che frequenta le scuole elementari Villani di Firenze. Riassumo: la maestra di disegno invita gli alunni a farne uno, da regalare ai genitori, “che rappresenti il Natale”. Il bimbo inizia a “rappresentare la natività di Cristo”, ma viene subito interrotto dall’insegnante che vieta di “disegnare Gesù Bambino”. L’allievo ubbidisce ma, tornato a casa, racconta tutto a papà e mamma. La quale, “pensando che si trattasse di un equivoco”, va a parlare con la maestra che “s’inalbera, affermando che è una scemenza (testuali parole) voler…associare la nascita di Gesù al Natale, perché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano”.   

E’ da anni, ormai, che questa stolta ed ignorante giustificazione proibisce, in alcune scuole, di festeggiare il Natale come tradizione e fede impongono e che il “Tu scendi dalle stelle” o il presepio sono stati aboliti. Negli edifici scolastici ma anche in tantissime famiglie. Tanto più che – così mi dicono - a girare per negozi e supermercati, in Italia ma pure in Svizzera, non si trovano più le statuine dei pastori o dei Re Magi, l’asino ed il bue, il Bambinello avvolto in fasce. Magari si trovano presepi in miniatura già finiti e solo da collocare in casa come soprammobili. Ben diversi da quelli realizzati in proprio in famiglia! Un vero peccato e non solo perché il presepe è radiosa usanza che risale a San Francesco.

La stalla di Betlemme (che in ebraico significa “paese del pane”) aiuta i bambini a capire il dono meraviglioso dell’incarnazione del Salvatore, a dare un significato ed un valore spirituale al tradizionale scambio di regali, in memoria di quello meraviglioso fattoci dal Dio divenuto Uomo per redimerci. E’ l’immagine della “Famiglia”, basata sull’amore, sul rispetto reciproco, sulla premura nei confronti del coniuge e dei figli, sulla gioia dello stare insieme, magari poveri ma ricchi di speranza; è il simbolo intorno al quale riunire parentado ed amici, per festeggiare insieme la Parola che si fa carne, come si legge nel Vangelo secondo Giovanni. E’ anche lo stimolo per lenire la sofferenza da solitudine del vicino di casa.

Tradizione persa per sempre? Non credo: in molte famiglie, in tante scuole, nella piazza principale di alcuni paesi, il presepio c’è ancora a rallegrare gli occhi e a suggerire buoni propositi. Sì, certo, la tendenza consumistica dei tempi moderni la fa da padrona, anzi permette di anticipare, e di molto, i preparativi per la “festa”: ad ottobre ci sono già le decorazioni appese per le vie delle città; a novembre brillano già nelle piazze gli alberi di Natale, ai primi di dicembre i negozi scoppiano di gente in cerca di regali. E’ vero, ogni anno che passa ci vede sempre più stressati dall’ansia di offrire un dono gradito ma non troppo costoso; da quel nostro correre per le strade, ubbidienti più alle usanze che non al ricordo dei pastori quando, sollecitati dall’Angelo e seguendo la luce della cometa, andarono alla ricerca del Salvatore. E i ripetuti servizi televisivi al riguardo concorrono a darne un’immagine utilitarista.

Non penso però che, a dispetto di quanto ci fanno credere, il valore del Natale sia perduto. C’è ancora chi aiuta i bisognosi, i poveri o le persone sole, alle quali magari basta un sorriso, una telefonata, una stretta di mano, una partita a carte, un invito a pranzo. O, semplicemente, un pezzo di pane. C’è ancora chi, in silenzio, è capace di fare felice con un’offerta il prossimo, vicino o lontano, e di sentirsi per questo più ricco, anche solo in umanità. C’è chi, ricordando l’invito "Beato chi ha cura del mendico e del povero", cerca di lenire la carenza di affetto di un bambino raccontandogli la storia bella di Gesù che nasce in una stalla, è riscaldato dall’alito del bue e dell’asinello, è riverito dai pastori, gente semplice ma capace d’interpretare le indicazioni degli angeli e di raccontare poi ciò che hanno visto: un Bambino al quale anche i Re Magi, venuti da lontano, rendono omaggio.

Non fanno cronaca, questi gesti, ma esistono. Non è un caso che, sotto le feste natalizie, aumentino le domande, ma anche le offerte, di contributi alle organizzazioni umanitarie che cercano di alleviare le sofferenze del Terzo Mondo. Esistono e sbugiardano quel Natale “pagano”, fatto di consumi, di regali, che i media insistono a raccontarci; smascherano le false verità degli pseudo storici che cercano di manipolare animi e cervelli, scrivendo un “Codice da Vinci” inventato ed assurdo, facendo passare per vero un inesistente Vangelo di Giuda.

Agiscono senza parlare tanto, questi cristiani che hanno fatto propria l’esortazione dei pastori "Transeamus usque ad Bethlehem” (andiamo fino a Betlemme), i quali s’incamminarono per andare ad adorare Gesù. Questi cristiani hanno capito che, nascendo in un villaggio ai margini dell’Impero ed in una stalla, “Dio ha scelto - come ha scritto San Paolo - ciò che nel mondo è debole per confondere i forti; ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre al nulla le cose che sono”. La gente semplice sa comprendere l’azione dell’Onnipotente nella nostra storia e capire che essa spinge a rinunciare a tante pretese, ad abbassare i toni delle nostre certezze, ad abbandonarci alla Speranza che ci viene dalla “Parola che si fece carne e venne ad abitare tra noi”. Per essere l’Emmanuele, cioè Dio con noi.  

Egidio Todeschini

 

 

16.12.2007