L’Italia affronta il federalismo fiscale

Approvata la legge che entrerà in vigore tra 7 anni. Affida maggiori responsabilità agli Enti locali. Resta qualche interrogativo

 

Era, quella del federalismo fiscale, campagna politica da sempre sostenuta dalla Lega di Bossi che ora, ad approvazione definitiva avvenuta in Senato il 29 aprile scorso, gongola. Si potrà essere d’accordo o dissentire, come ha fatto l’Udc di Casini che ha votato contro, ma è indubbio (e noi Italiani residenti in Svizzera lo sappiamo bene) che non ci può essere alcuna forma di federalismo, se non si riconosce alle Istituzioni locali, Regioni, Cantoni o Länder che siano, la possibilità di finanziarsi autonomamente. Possibilità che non era stata prevista nella riforma del Cap. V della Costituzione (ottobre 2001, Governo Amato), che introduceva nella Penisola un’organizzazione di tipo federalista mediante distinzione, più o meno netta, dei compiti propri dello Stato (in particolare, politica estera, rapporti internazionali, immigrazione, Forze Armate, ordine pubblico e sicurezza, leggi elettorali, sistema giudiziario) e degli Enti locali (tra l’altro scuola e sanità).

Che godevano già d’introiti propri, insufficienti però a garantire ai cittadini i dovuti servizi. Anche perché, spesso e volentieri, persistevano, per motivi clientelari, in spese inutili e sprechi considerevoli, contando sempre sulla “manna” dei versamenti statali. Gli esempi in merito, provenienti sia da destra che da sinistra, si sprecano: dice niente che la Regione Sicilia registri, su 3.450 dipendenti nel solo assessorato dei Beni Culturali, 770 dirigenti? Che Vendola, Governatore della Puglia che ha notevoli problemi economici, approvi il progetto edilizio per la nuova sede dell’Amministrazione Regionale che costerà 60 milioni di euro? Che il sindaco diessino del Comune di Todi (Pg) affitti per 75 euro al mese un castello seicentesco su tre piani più torre e parco, del valore di oltre un milione di euro?  O che s’istituiscano sedi diplomatiche all’estero che non servono?

Un elenco interminabile di sperperi; una pessima abitudine che solo una maggiore autonomia tributaria può forse ridurre, favorendo un uso più efficiente delle risorse, responsabilizzando le Amministrazioni locali e dando ai cittadini la possibilità di un giudizio cosciente sugli eletti e sul loro modo di governare. Ben venga dunque la riforma, tra l’altro necessaria per attuare l’art. 119 della Costituzione, riveduto nel 2001, che riconosce - a parole - a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni un’autonomia finanziaria di entrate e di spese. Resta da verificare nei fatti se riuscirà veramente a debellare quella tendenza al nepotismo e ai privilegi della “casta”  che, indubbiamente, contribuisce ad ingigantire i passivi dei nostri conti pubblici.

 Nepotismi e privilegi che spiegano perché ci siano voluti 8 anni prima di istituire il federalismo fiscale; perché esso sia stato, a lungo, oggetto di critiche e polemiche; e perché sia ancora contestato da chi, come la Cgil, si chiede a quanto ammonteranno “i costi effettivi dell’operazione e chi dovrà pagarli”, o da quanti pensano che, tutto sommato, essa comporti solo un “aumento dei politici da mantenere e delle tasse per i cittadini”.

In effetti, è vero che il federalismo fiscale può comportare una maggiore responsabilità da parte degli Amministratori nel gestire le risorse, anche perché il testo legislativo prevede premi nei confronti delle Amministrazioni locali in grado di abbinare un’ottima qualità dei servizi ad una pressione fiscale inferiore alla media; vero anche che, agli Enti meno virtuosi, sarà applicato il divieto di assumere ulteriori dipendenti o di attuare attività discrezionali, tipo consulenze; e che è perfino prevista l’ineleggibilità di chi si è reso responsabile di un eventuale dissesto finanziario del proprio Organo pubblico.

Ma è altrettanto vero che sarà istituita una commissione - i cui membri saranno lautamente retribuiti - con il compito di definire, in 2 anni, i contenuti dei decreti attuativi che saranno emanati dal Governo; che il federalismo diventerà totalmente operativo solo tra 7 anni, nei primi 5 essendo “a regime transitorio”; che Roma capitale si trasforma da Comune in “Ente territoriale” cui competeranno maggiori funzioni e compiti e un proprio patrimonio, anche immobiliare; che Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria diventeranno “città metropolitane”, con contestuale abolizione della Provincia di riferimento, ma anche con compiti onerosi e, probabilmente, con costoso incremento dei dipendenti; che la legge istituisce un fondo perequativo, per i territori con minore capacità fiscale, senza tuttavia porre vincoli di destinazione; e che il fabbisogno di Comuni e Province continuerà ad essere finanziato dallo Stato, sia pure a patto che l'80% delle spese si riferisca alle funzioni fondamentali. Soprattutto che non si è colta l’occasione per abolire le Regioni a statuto speciale (che non hanno più motivo di esistere) e le Province, i compiti delle quali possono essere assolti dalle Regioni.

In conclusione: era opportuno riconoscere un’autonomia fiscale alle Amministrazioni locali, non fosse altro per dare concretezza al nuovo dettato costituzionale; altrettanto apprezzabile il tentativo di rendere più responsabili della loro gestione gli Amministratori nei confronti dei cittadini e dello Stato, onde ridurre, se non proprio eliminare del tutto, sprechi e privilegi. Restano però discutibili, almeno per ora, alcuni aspetti. Per cui non rimane che affidarci al famoso detto di Manzoni: “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Egidio Todeschini

 

7.5..2009