|
Federalismo fiscale e riforma della Costituzione Argomenti vetusti, specie il secondo. Eppure le modifiche sono necessarie. E forse raggiungibili, se si mettono da parte i pregiudizi
La settimana scorsa ho parlato dell’argomento “Giustizia” sul quale in particolare incidono pesantemente sia l’antiberlusconismo sia le reticenze dei magistrati. E’ evidente, infatti, che questi non hanno alcun interesse a vedersi imporre una meritocrazia che toglierebbe loro la sicurezza della promozione in base agli anni di servizio. O ridurre quella discrezionalità, mascherata da obbligatorietà dell’azione penale, che permette a molti procuratori e giudici d’influire notevolmente sulla politica nazionale. Altrettante difficoltà d’intesa si prospettano sulla proposta governativa di modifica costituzionale. La Costituzione italiana ha compiuto, a gennaio di quest’anno, 60 anni e, a detta del Presidente della Repubblica, Napoletano, “rappresenta più che mai – nella sua comprovata validità – un patrimonio comune”; nessuna forza politica può reclamarne in esclusiva l’eredità, “possono solo, tutte insieme, richiamarsi ai suoi valori e alle sue regole, e insieme affrontare i problemi di ogni sua specifica, possibile revisione”. Revisione necessaria, non solo per effetto dei profondi mutamenti del contesto sociale, politico ed economico nazionale, ma soprattutto per l’instabilità governativa che comporta; per questo da più parti reclamata ma mai realizzata. Gli Italiani infatti ne sentono parlare da decenni; hanno seguito le alterne vicende delle numerosissime “Commissioni Bicamerali” susseguitesi nel tempo, senza peraltro mai arrivare a conclusione definitiva; i più informati constatano anche l’incongruenza di chi pretende la sacralità del nostro testo supremo, salvo poi aggirarlo quando fa comodo a se stesso o al partito di appartenenza. E rilevano anche l’ipocrisia di chi si rifà, ad ogni piè sospinto, ai modelli europei, rifiutando però quelli che sarebbero maggiormente utili al Paese. Per esempio, il riconoscere più poteri al Capo di Governo che, in effetti, dal 1948 deve sottostare alle manovre degli alleati, ai loro diktat e ai voltafaccia di quanti passano, per ripicca o per ambizione personale, all’opposizione, tradendo così anche il beneplacito di chi lo ha eletto. L’ultimo caso di una lunghissima serie si è registrato, quest’anno, con Prodi. La cui defenestrazione sarà anche stata apprezzata da molti connazionali, ma ha messo in evidenza l’inconsistenza del nostro sistema governativo. Si arriverà finalmente ad una soluzione accettabile, soprattutto condivisa, quindi duratura? E magari anche ad un taglio delle remunerazioni, comprese quelle degli europarlamentari, che sono, e di molto, le più alte in Europa? Possiamo solo augurarcelo, ma è il caso di dirlo: se son rose, fioriranno! Clima acceso anche sul federalismo fiscale, benché Veltroni ritenga essere “d’interesse non solo della Lega” che ne ha fatto il suo cavallo di battaglia. Si registrano però alcune perplessità nella stessa maggioranza di Governo, che, per bocca del napoletano Italo Bocchino, fa sapere che “mai AN potrebbe approvare norme penalizzanti il Mezzogiorno”, mentre il siciliano La Russa si dichiara del tutto favorevole. In effetti, all’aspetto positivo della possibile riduzione di sprechi e della perenne attesa della “manna” che scende dall’alto, fa riscontro il rovescio della medaglia di un Sud, economicamente meno sviluppato, le cui Regioni potrebbero non essere in grado di rendere i necessari servizi ai propri cittadini. Problema, questo, di cui Berlusconi si fa portavoce parlando di “federalismo solidale” e di “fiscalità compensativa”. D’altra parte, indipendentemente dalle pressioni leghiste in materia, la modifica del Titolo V della Costituzione, approvata dal centrosinistra a fine Legislatura nel 2001, rende sempre più urgente una riforma in tal senso, per dare sostanza al nuovo dettato costituzionale secondo il quale i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni “hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”, mediante “tributi ed entrate proprie”. Del resto, a definirla “ineludibile”, cioè non più rinviabile, è stato lo stesso Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che auspica comunque un federalismo "solidale ed efficace". L'Alta Commissione istituita ad hoc nel 2003, pur convenendo che gli enti territoriali e locali godono di un livello significativo di autonomia tributaria (pari al 47% nelle Regioni, al 44% nelle Province e al 46% nei Comuni), riconosceva che il finanziamento degli enti territoriali mediante entrate tributarie proprie potrà favorire un uso più efficiente delle risorse, in ossequio alla Costituzione che sancisce il principio della buona amministrazione. Ma i forti divari territoriali del nostro Paese rendono necessario indicare regole chiare per la redistribuzione e definire un periodo di transizione che per la Lega non deve superare i 3 anni, mentre il Presidente della Sicilia parla addirittura di 10. Ed è proprio su questi punti che ci sarà aspra battaglia. La “bozza” in merito di Calderoni è ancora in fase di studio. Punta ad ottenere che una parte cospicua della ricchezza prodotta resti sul territorio; mira a responsabilizzare le Amministrazioni locali, oggi spesso con passivi notevoli per spese inutili e “consulenze” assurde e superpagate; tende a ridurre ad un’unica tassa le 10 oggi gravanti sulle case; si prefigge di restituire ai cittadini il giudizio sugli eletti in loco e sul loro modo di governare. Andrà in porto? Solo Iddio lo sa. Egidio Todeschini
|