Italia: ma il federalismo c'è o non c'è?
Approvata dalla sola maggioranza la riforma costituzionale che modifica la struttura dello Stato. Le obiezioni dell'opposizione. Adesso la parola passa ai cittadini
Per ora sul tema è caduto il silenzio, come se il problema "federalismo" fosse risolto. Distratta da altri eventi flagello animali, scandalo Rai, scontri bellici in Macedonia, scioperi a raffica e via elencando la stampa tace. Salvo riaccendere la miccia quando si tratterà di votare per eleggere il nuovo Parlamento e qualche giunta locale, ma anche per dare un giudizio sulla riforma del "Titolo V" della Costituzione, approvata a fine Legislatura e senza il concorso dell'opposizione. E proprio il mancato consenso da parte di due terzi di ciascuna Camera fa scattare il costituzionale meccanismo del referendum. Saremo chiamati a dire, quindi, sì o no al nuovo modello statale, possibilmente con cognizione di causa e non solo per "simpatia" verso un centrosinistra che lo istituisce o un centrodestra che lo rifiuta.
Un'informazione corretta non può esimersi dal ricordare cosa, negli anni, abbia portato ad ipotizzare una modifica dello Stato, da Unitario a Federale. Né può dimenticare la storia o le storie che hanno spinto alcuni Paesi occidentali, in particolare Svizzera, Germania, Stati Uniti e Belgio ai quali più spesso ci rifacciamo, a strutturarsi in Federazione. I primi tre sono il frutto di secolari vicende (rispettivamente Patto di Rütli, Guerra di secessione ed eredità feudale dell'Impero) che hanno portato all'aggregazione, a volte passando prima dalla fase intermedia della Confederazione, di Stati originariamente autonomi e sovrani: hanno quindi un impianto che tende a rafforzare l'unità statale. Il Belgio, invece, è federale per "disaggregazione", cioè per rimediare alla conflittualità tra Valloni e Fiamminghi, di mentalità, religione e lingue diverse, che lo Stato unitario non riusciva più a controllare.
In teoria l'Italia non rientra in nessuna delle due tipologie: non ha linee di fratture religiose, etniche, linguistiche e non ha alle spalle una tradizione di autonomie statali alleate, la parcellizzazione del suo territorio fino al 1861 essendo stata caratterizzata o dal dominio straniero o da rivalità reciproche o da entrambe. Le soluzioni federali pensate nel Risorgimento furono scartate per anacronismo (la giobertiana Confederazione retta dallo Stato Pontificio) o superate per necessità contingenti (armonizzazione della legislazione, lotta al brigantaggio, ecc.). In pratica la richiesta di federalismo, fatta all'inizio dalla sola Lega, interprete dell'insofferenza del Nord a pagare l'arretratezza economica del Sud e a continuare a sopportare lo statalismo accentratore, è andata via via estendendosi, almeno a parole, agli altri partiti.
Chi più chi meno, tutti si sono detti convinti "della necessità ed urgenza" di cambiare, ma alle dichiarazioni non corrisposero i fatti. Il progetto di riforma congiuntamente studiato da D'Onofrio (centrodestra) e Boato (centrosinistra), presentato e discusso in Bicamerale, era tutt'altro che perfetto e trasparente; tuttavia arrivato alle Camere, fu ancora travisato dagli emendamenti proposti. Fallita la Bicamerale, si arenò. Finalmente ripreso, maneggiato, approvato in prima seduta, ricorretto al Senato, boicottato dall'opposizione, è arrivato nel 2000 alla seconda votazione alla Camera e qui "dimenticato". Fino al febbraio di quest'anno quando, in tutta fretta, è stato approvato dalla sola maggioranza governativa (su Internet si trova il nuovo testo nel sito: senato numero 4809-B).
L'opposizione, compresa la Lega che per prima ha chiesto il federalismo, si è rifiutata di votare e provocatoriamente, ha voluto ed ottenuto che fosse soppresso l'aggettivo "federale", del quale nel nuovo testo non c'è ombra. Insomma il federalismo brilla per assenza lessicale. Follia del Polo, che ha raccolto le firme per il referendum abrogativo, o stratagemma elettorale dell'Ulivo? Che la riforma sia un passo avanti è indubbio; ma che sia stata impostata in maniera insufficiente ed ambigua è altrettanto vero. Tra l'altro, il burocratichese non manca e rischia di generare una conflittualità permanente tra Enti locali e statali, e molta incertezza sull'attribuzione delle competenze.
A dar "fastidio" però c'è altro: c'è la sostanziale abrogazione della nozione di "interesse nazionale" in nome del quale la Costituzione (art. 127) riconosceva allo Stato la liceità di interdire i provvedimenti regionali contrari al fine primario dell'organizzazione statale, cioè la tutela dell'interesse di tutti. E c'è la "furbizia" di mantenere al potere centrale (art. 117) un gran numero di competenze, comprese le normalmente spettanti agli Stati federati (valutazione quantitativa dell'immigrazione, ordine pubblico, sanità, turismo e scuola), ma non ipotizza una sua superiorità decisionale in caso di materie o situazioni nuove ed imprevedibili ma possibili, data la globalizzazione dell'economia e la dinamicità del progresso tecnico e scientifico (vedasi la clonazione). Non bastasse, si crea di fatto (art.119) una doppia imposizione fiscale, una statale, che non si riduce, ed una locale che aumenta, ma non si prevede una Camera delle Regioni, una legge elettorale che esprima le volontà locali e nazionali, una Consulta eletta anche dalle Assemblee regionali, né la loro partecipazione alle riforme costituzionali.
Ad essere obiettivi, c'è la spregiudicatezza dell'approvazione a colpi di maggioranza, e c'è l'ipocrisia del cambiare per non cambiare. Dice niente il fatto che nello stesso giorno il centrosinistra approva la riforma ed il suo Governo contesta a Formigoni, presidente della Lombardia, l'esercizio della sua autonomia federale (referendum regionale sulla "devoluzione")?
Egidio Todeschini