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Non si aiuta così il Terzo Mondo Sessant’anni della Fao spesi male. Il dramma della denutrizione risolto a parole, stipendi e banchetti. Diamoci da fare
Poche cose rattristano come il constatare che gli anni passano e la fame nel mondo miete ancora milioni di vittime l’anno, benché i nobili propositi si sprechino, la politica internazionale periodicamente si attivi, i fondi finanziari aumentino. E poche cose sconfortano come il rendersi conto che, ad ogni scadenza di Vertice o di Rapporto Fao, ci si trova a confrontarci con una dolorosa realtà che non cambia, se non di poco, e che resta invariata pure l’ipocrisia imperante. Sono andato a rileggermi quanto ho scritto, sull’argomento, negli ultimi cinque anni. E mi sono accorto che, purtroppo, dovrei ripetermi. Nel 2002 rimproveravo alla Fao di far fuori, “per mantenere 4.300 dipendenti e 3.600 consulenti, la metà dei suoi fondi”; oggi apprendo che il suo direttore generale, Diouf, in pochi anni ha ulteriormente aumentato lo staff, pur avendo promesso, al momento della nomina (1994) “di ridurre i costi del personale e la burocrazia interna”. E mi sdegno. Nello stesso anno mi ero irritato a “leggere i menu di quei signori che a Roma per 3 ore parlano di fame altrui per poi alleviare la propria con aragosta e foie gras, filetto d'oca e brasato”. Nel 2000 mi ero scandalizzato ad appurare che il Summit di Johannesburg aveva prodotto 70 tonnellate di spazzatura “e speso 50 milioni di euro, pari al debito medio di un Paese africano... a 5 Km dal ghetto di Alexandra ove 400.000 neri, il 70% dei quali affetto dall'Aids, vivono senza acqua e senza luce, hanno per "toilette" un buco nella terra e seppelliscono in un anno il 10% dei loro neonati”. Non è così che si aiuta il Terzo Mondo. Ho più volte rilevato le cifre spaventose del dramma (5 milioni di bambini che annualmente perdono la vita per mancanza di cibo, 20 milioni di neonati che nascono sottopeso… 852 milioni di persone che non hanno di che nutrirsi) e le incoerenze con le quali lo si affronta. Ed oggi rilevo che non è cambiato granché, nell’approccio al problema: i soliti “j’accuse” agli Americani “che non hanno firmato il trattato di Kioto”, come se non si sapesse che la firmataria Italia, e non solo, lo viola annualmente. Le immutate proposte di sviluppare in Africa l'agricoltura biogenetica che però gli Europei rifiutano. Gli stessi “mea culpa” per il colonialismo, come se fosse finito solo ieri e come se non avesse lasciato spazio a sanguinarie dittature. I medesimi lamenti sulle difficoltà di quei Paesi ad esportare i prodotti agricoli, salvo protestare se un Governo occidentale decide di diminuire i sussidi agli agricoltori (in Europa 360 miliardi di dollari l'anno, contro i 60 destinati ad aiuti al Terzo Mondo). Del tutto nuovi, quest’anno, gli interventi di due signori, uomini “ricchi” di Stati poveri, che hanno colto al volo l’occasione per sparare a zero, ricevendo applausi, contro gli Usa colpevoli di tutti i mali del mondo. E contro i Paesi benestanti accusati di “non fare abbastanza per combattere la fame”. Potremmo in parte condividere se le critiche non provenissero da due personaggi discutibili: il dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, messo all’indice dall’UE per discriminazione verso i bianchi, che da anni si arricchisce affamando la sua gente; e Hugo Chavez, presidente del Venezuela, che nel suo discorso invita a seguire l’esempio di Mao ed esalta Castro! Non è di facile soluzione il problema della fame nel mondo, della quale siamo tutti, in parte, responsabili. «Una società che spende centinaia di miliardi in armamenti e consente che ogni anno muoiano di fame cinque milioni di bambini è una società malata di egoismo», ha detto il nostro Capo di Stato, Ciampi, ed ha ragione. Coglie nel segno anche il brasiliano Ignacio Lula quando afferma che «la fame è la peggiore arma di distruzione di massa». Ma non è con lo sperpero, con le affermazioni polemiche, basate su pregiudizi ideologici, o con i “Vertici” che lasciano il tempo che trovano che lo si affronta e lo si risolve. Sono 60 anni che i signori della Fao ci dicono che “il problema della denutrizione è drammatico” ed intanto spendono e spandono in generosi stipendi ed altrettanto abbondanti colazioni di lavoro. Così rischiano d’inculcare nella gente, se non l’indifferenza, almeno la convinzione che sia inutile contribuire ad alleviarla – insieme alle altre collegabili a disastri naturali - con donazioni “che non si sa in che tasca vanno a finire”. Opinione già notevolmente diffusa, purtroppo, e non sempre a torto. Comprensibile, forse, ma errata. Perché ci fa mettere irresponsabilmente il cuore in pace. E perché non tiene conto che a volte basta rivolgersi al proprio parroco o missionario per ottenere indirizzi sicuri ai quali spedire le offerte. Inoltre esistono, anche in Svizzera, altre associazioni, meno famose ma più efficienti, soprattutto meno parolaie e spendaccione, che hanno fatto dell’aiuto concreto ai miserabili del mondo la loro ragione di essere. Occorre, tutti indistintamente, mettersi una mano sulla coscienza e darsi da fare. Egidio Todeschini
30.10. |