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In continuo aumento gli affamati nel mondo La Fao dichiara che ormai sono più di un miliardo: Ma non diminuiscono le sue spese folli. Una realtà assolutamente inaccettabile
Da un servizio della TV inglese Channel, riportato qualche giorno fa da il Giornale, appuro che alcune tonnellate del cibo inviato in Somalia a cura del Programma Alimentare Nazioni Unite (Pam) non arrivano ai poveri e agli affamati, bensì nei negozi di Mogadiscio dove sono esposti, in bella mostra e con ancora il marchio Onu, sacchi di farina e di grano, oltre a barattoli di olio, comprati, racconta un negoziante, “direttamente dal personale del Pam”, che così arrotonda il proprio reddito. Altri esercenti ammettono: “Compiliamo la richiesta per creare un campo profughi. Quando riceviamo il cibo ne diamo un po’ agli sfollati, ma il resto ce lo dividiamo tra noi e quelli del Pam d’accordo”. La notizia è tanto scandalosa da sembrare inverosimile, soprattutto ricordando che a marzo si era saputo dal coordinatore Onu per gli aiuti umanitari alla Somalia che qui si rivelava la peggiore crisi umanitaria del mondo; che un bambino su 4 vi moriva di fame nel primo quinquennio di vita; che quasi 4 milioni di abitanti vivevano in miseria totale; che la siccità aveva rarefatto la produzione agricola; che si registrava una violenza quotidiana non controllabile dalle Istituzioni locali. E diventa ancor più incredibile dopo l’ultimo rapporto Fao, dal quale risulta sottonutrito più di un miliardo di persone, pari a quasi un sesto della popolazione mondiale, di cui 15 milioni nei Paesi sviluppati, 642 milioni in Asia e nel Pacifico, 265 milioni nell'Africa Sub-Sahariana, 53 milioni in America Latina e nei Carabi, 42 milioni nel Vicino Oriente e nel Nord Africa. Una cifra che supera di oltre 100 milioni il livello del 2008. La Fao imputa la causa alla crisi economica che ha ridotto i redditi, aumentato la disoccupazione e diminuite le rimesse monetarie degli emigrati. D’accordo, l’attuale situazione avrà influito sul peggioramento della fame nel mondo, compreso quello occidentale, e fanno bene i signori della Fao ad informarci di ciò. Quello che però non dicono mai è perché sperperano la metà dei fondi che ricevono dai vari Stati e dalle offerte di molti cittadini, benestanti o no, per mantenere uno staff di 4.300 dipendenti e di 3.600 consulenti (dati del 2002); perché, su un bilancio di 784 milioni di dollari, quelli destinati a sfamare i poveri sono 90 milioni, cioè meno del 12%, il resto andandosene in studi, viaggi e spese di funzionamento. Non spiegano perché ogni loro “Vertice” quinquennale è fatto all’insegna di abbondanti e costosi pranzi; e perché, a conclusione di ogni incontro, sottolineino la “situazione drammatica della denutrizione” ma sorvolino sul “come” raggiungere l’obiettivo. Su un quotidiano leggo il commento di un lettore al rapporto Fao: “Ancora qualcuno crede all'ONU che usa più del 60% delle risorse che riceve per il proprio mantenimento? In Vietnam, dove ho lavorato come volontario per 11 anni, autosostenendomi, l'ONU veniva nei campi dei rifugiati in Mercedes e aveva un parco Toyota Land Cruiser 4x4, da 50'000 dollari cadauna”. Poche cose deprimono come il rendersi conto di una dolorosa realtà che, se cambia, è per peggiorare, mentre restano invariati gli abusi di chi è pagato per provvedere. Nel 2000 mi ero scandalizzato del fatto che “il Summit di Johannesburg aveva prodotto 70 tonnellate di spazzatura e speso 50 milioni di euro, pari al debito medio di un Paese africano... a 5 Km dal ghetto di Alexandra ove 400.000 neri, il 70% dei quali affetto dall'Aids, vivono senza acqua e senza luce, hanno per toilette un buco nella terra e seppelliscono in un anno il 10% dei loro neonati”. Oggi m’indigna appurare che non solo la Fao continua nelle sue spese folli, ma anche che la solidarietà è diventata un business. Che esistono 37mila Ong le quali gestiscono almeno sei miliardi di dollari, sui bilanci e sull’uso del denaro dei quali c’è poca trasparenza; e che si fanno concorrenza tra loro per ottenere le sovvenzioni dei donatori, scegliendo così le aree di intervento in base all’appeal mediatico. Significative le parole di Linda Polman, volontaria che per 3 anni ha partecipato a missioni umanitarie in Somalia, Haiti e Ruanda: “Chi dona i soldi offre contratti per riparare strade e ponti, progettare e costruire scuole, campi per rifugiati, centri per lo smistamento delle derrate alimentari. E sceglie l’organizzazione umanitaria in base all’efficienza… ma anche alla notorietà data dalla televisione… È la conseguenza di un sistema che muove miliardi e che conta un numero esorbitante di organizzazioni in competizione per spartirsi quel denaro”. Ne consegue che le Ong non si chiedono più dove possono andare per aiutare il maggior numero di persone, ma dove devono andare per ottenere più fondi possibili. Come dire che “il posto che assicura più aiuti non è necessariamente il posto del pianeta che ne ha più bisogno, ma spesso è solo il luogo in cui i benefattori hanno più interessi economici ad apparire” (è sempre la Polman a dirlo), anche a costo di elargire gli aiuti non agli affamati, ma agli affamatori, in quanto sono sempre le autorità locali a decidere, magari facendo dipendere la decisione dai soldi che possono ottenere in cambio. Così gli aiuti umanitari li aiutano a rimanere al potere. Legittimo, quindi, il monito di Benedetto XVI durante l’omelia per la festa del Corpus Domini: “Desidero ricordare specialmente le centinaia di milioni di persone che soffrono la fame. È una realtà assolutamente inaccettabile, che stenta a ridimensionarsi malgrado gli sforzi degli ultimi decenni”; doveroso soprattutto il suo invito a che “in occasione della prossima Conferenza Onu e in sede delle istituzioni internazionali siano assunti provvedimenti condivisi dall’intera comunità internazionale e siano compiute scelte…necessarie per assicurare a tutti, nel presente e nel futuro, gli alimenti fondamentali e una vita dignitosa". Egidio Todeschini 26.6.2009 |