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Su molti paesi incombe lo tsunami della fame Dovuto all’aumento dei prezzi dei cereali. I rapporti di FAO ed ONU sono allarmanti. Vergognoso il silenzio dell’informazione
In un articolo del dicembre 2004, scrivevo, riferendomi allo scarso interesse registratosi intorno al rapporto FAO sulla denutrizione nel mondo: “Qualche articolo sui quotidiani nei due giorni seguenti, le solite “lezioni”, da destra e da sinistra, sui perché del problema e sul come risolverlo, le immancabili filippiche contro le multinazionali che affamano ed i Governi che non sanno intervenire, accompagnate dall’inevitabile “mea culpa” del mondo occidentale, “ingordo ed obeso”, e poi il silenzio. Giornalistico e, quel che è peggio, politico”. Quel rapporto diceva che, a dispetto dei miliardi di dollari spesi, 852 milioni di persone, (delle quali 815 nei Paesi sottosviluppati, 28 in quelli in via di sviluppo e 9 negli industrializzati) soffrivano ancora la fame; e che, ogni 5 secondi, un bambino moriva per denutrizione. A distanza di 4 anni noto lo stesso fenomeno: poche pagine in un paio di giorni ed il solito scaricabarile. Poi, di nuovo, l’oblìo. Eppure le notizie che ora ci giungono dall’ONU e dalla FAO sono ben più gravi: parlano di sicurezza alimentare compromessa in 37 Stati del mondo, ove dal 60% al 90% del reddito disponibile è impiegato per il cibo; di sforzi e risultati degli anni precedenti praticamente annullati; di un previsto aggravamento della situazione per un milione e 600 mila persone all’anno, tanto da fare ipotizzare, per il 2025, 1 miliardo e 200.000 affamati cronici; in conseguenza, di un peggioramento, per quelle popolazioni, della sanità, dell’istruzione, degli alloggi. La meteo ha le sue responsabilità, in materia: basti pensare alla persistente mancanza di piogge, che in Australia dal 2007 ha praticamente azzerato la produzione di cereali, e al recente tornado in Birmania che ha distrutto case e raccolti. Ma la drammatica situazione attuale è imputabile soprattutto all’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli (in media 50% in più) dovuto a più motivi, tra i quali l’impiego di grano, canna da zucchero e mais per la produzione di etanolo e biocarburanti; il crescente consumismo occidentale; l’espansione economica di alcuni Paesi, Cina ed India in particolare, che spingono a sostituire il 36% della produzione mondiale di cereali con foraggi per l’allevamento di bestiame da macello; la crescita degli Stati in via di sviluppo, alla quale si accompagnano l’esodo rurale e la trasformazione delle terre agricole in zone industriali o abitative. A queste motivazioni vanno aggiunti il protezionismo agricolo messo in atto dall’Unione Europea, di pari passo con lo sperpero di derrate alimentari eccedenti ed il mancato controllo sul dove vanno a finire i fondi elargiti che, secondo l'Ocse, sono diminuiti dell'8,4%. A quanto dicono gli esperti, tuttavia, è la richiesta di biocarburanti a maggiormente comportare una consistente diminuzione di cereali destinati all’alimentazione, con conseguente espansione dei prezzi e quindi della fame. Basti pensare che solo negli Stati Uniti il 10 % del mais raccolto è trasformato in combustibile; e che, nel mondo, 30 milioni di tonnellate di mais, sulle quasi 40 prodotte, sono destinati alla produzione di etanolo o di quei carburanti biologici che i Verdi vedono come la soluzione di tutti i mali ma che comportano un disastro di proporzioni immani. Tanto da far dire all'ONU che trattasi di un “crimine contro l'umanità”. E al politologo ed economista Carlo Pelanda che “la scelta giusta è quella d’incentivare la trasformazione in combustibile dei rifiuti, non del cibo”. Il cui prezzo mette in crisi parecchie famiglie dei nostri Paesi ma, soprattutto, del Terzo Mondo. Trovo su Internet questi dati: in Sudan il grano è aumentato del 90%, in Armenia del 30%, in Senegal è raddoppiato. In Uganda il mais costa il 65% in più. Nelle Filippine il prezzo del riso, nutrimento fondamentale, è cresciuto dell'80% in poco più di un anno. Ne consegue un crescendo di scontri e sommosse: in Thailandia l'esercito deve montare la guardia alle risaie per difenderle dagli attacchi dei bisognosi. In Egitto non va meglio, le code davanti ai forni si allungano e sempre più spesso si convertono in saccheggi. In Tunisia recentemente la popolazione è scesa violentemente in piazza. Idem anche ad Haiti dove si sono registrati morti e feriti. Si manifesta (e si saccheggia) dal Messico al Camerun, dal Burkina Faso alle Filippine. Proteste violente anche nel Corno d'Africa e nei paesi subsahariani. E sembra che sia soltanto l'inizio. Una crisi economica, aggravata dall'aumento del prezzo del petrolio che non ha permesso al “mondo ricco” di accorgersi del sorgere di un fenomeno ancora più insidioso: la carestia mondiale, rilevata anche dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e definita da Josette Sheeran, capo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), uno "tsunami silenzioso" che minaccia 100 milioni di persone. Un’emergenza che non può essere affrontata solo con analisi, parole, convegni. Ed infatti le Istituzioni internazionali invitano gli Stati benestanti ad accrescere le donazioni e gli aiuti. Ben vengano! Ma venga anche un’informazione giornalistica più dettagliata che vada oltre i due giorni di resoconti e di polemiche. Altrimenti diamo ragione a Josuè de Castro che, nel 1952, scrisse, nel suo libro Geopolitica della fame: “Gli individui si vergognano così tanto di sapere che un gran numero dei loro simili muore a causa della mancanza di cibo che coprono questo scandalo col silenzio totale”. Egidio Todeschini
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