L’inesorabile
olocausto per fame
L’ultimo rapporto della Fao.
Milioni di bimbi muoiono per scarsa
alimentazione. La relazione tra
mancato sviluppo e guerre civili
E’ dell’otto dicembre scorso il nuovo rapporto della Fao
sulla sottoalimentazione nel mondo e sui morti per fame. Le cifre
restano sempre spaventose, anche se si registra un lieve calo rispetto
agli anni precedenti. Si parla di 5 milioni di bambini che annualmente
perdono la vita per mancanza di cibo, di 20 milioni di neonati che
nascono sottopeso. Il totale delle persone che non hanno di che
sufficientemente nutrirsi è impressionante: 852 milioni dei quali 815
vivono nei paesi sottosviluppati, 28 in quelli in via di sviluppo e 9
nei paesi industrializzati.
Il rapporto Fao del 2004, dal titolo riduttivo «Lo stato
dell'insicurezza alimentare nel mondo», rilancia il noto allarme sulla
miseria e la denutrizione mondiale. Ha sortito qualche articolo sui
quotidiani nei due giorni seguenti, le solite “lezioni”, da destra e da
sinistra, sui perché del problema e sul come risolverlo, le immancabili
filippiche contro le multinazionali che affamano ed i Governi che non
sanno intervenire, accompagnate dall’inevitabile “mea culpa” del mondo
occidentale, “ingordo ed obeso”. Poi il silenzio. Giornalistico e, quel
che è peggio, politico.
Eppure, nel rapporto si legge che la fame costa “miliardi
di dollari” (ovvio, pagati dai contribuenti), il che, nella nostra
società consumistica, dovrebbe avere un peso. Soprattutto perché i fondi
annualmente stanziati per combattere l’indigenza sono, in parte,
sottratti alla lotta ad altre emergenze sanitarie del pianeta (AIDS,
tubercolosi, malaria, ecc) e in parte “bruciati” per mantenere l’enorme
apparato burocratico della Fao stessa. Resta il fatto che molte aree
d’Africa, d’Asia e dell’America del Sud risultano ancora estremamente
sottosviluppate, benché alcuni Paesi siano riusciti ad invertire la
tendenza, grazie ad un migliore utilizzo delle proprie risorse naturali
e degli aiuti ricevuti. Ed è questa sperequazione, tra capitali spesi e
risultati ottenuti, a rendere doveroso un esame più approfondito del
fenomeno.
Incominciamo con il rilevare che le situazioni più gravi
le troviamo nei Paesi – e sono tanti! - dilaniati da conflitti civili o
martoriati da governi dispotici e corrotti. Guerre e tirannie che spesso
sono la triste eredità, forse del colonialismo, certo della rapida
conquista dell’indipendenza, non congiunta ad una cultura democratica e
minata da un sistema economico incapace di valorizzare le ricchezze
naturali di cui quei popoli dispongono. E’ un fatto che in tali Stati la
spesa in armi continua a lievitare. E, contemporaneamente, cresce il
debito estero e la miseria.
E’ situazione che rischia di trasformare in miraggio il
raggiungimento di uno degli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio”,
tendente, entro il 2015, ad abbattere almeno della metà la fame nel
mondo. Che, tra l’altro, si accompagna alla mancanza o insufficienza di
acqua potabile (per circa il 70% delle popolazioni già malnutrite).
Tuttavia il rapporto FAO esorta a non disperare: la sfida alla
denutrizione può essere vinta, dice. Già, ma come? Non è facile
rispondere. Certo, prendere coscienza del fenomeno è già importante, ma
non basta. Soprattutto se, ogni volta, gli si dedica l’attenzione per un
paio di giorni e lo spazio di qualche mezza pagina di giornale, più per
polemizzare che per sottolineare l’opportunità di agire a livello
politico e governativo, ma anche di società civile.
Spesso si tende ad imputare la fame del Terzo mondo a
situazioni inevitabili (il clima) o sociali (l'arretratezza tecnologica,
gli alti tassi di natalità, ecc.), con un’interpretazione della realtà
più ideologica che realistica. C’è chi, come il politologo Sartori, se
la prende con la Chiesa contraria alla limitazione delle nascite, con la
quale invece si ridurrebbe il numero dei nati, quindi dei morti (sic);
chi, come Massimo Fini, spara a zero contro le “tecniche moderne
applicate all’agricoltura africana dalle multinazionali”, che
contrastano con le abitudini agricole di quel continente; chi, come
Jeremy Rifkin, accusa gli Usa e l’Europa consumistica di distruggere,
per l’allevamento di bovini ed
animali nutriti a foraggio,
il 36% della produzione mondiale di cereali, sottraendolo così ai
“poveri” del Terzo Mondo. Coglie forse più nel segno la Bonino che
rimprovera all’UE il protezionismo agricolo, lo sperpero di derrate
alimentari eccedenti, nonché il mancato controllo sul dove vanno a
finire i fondi stanziati. Certo carestie, inondazioni ed epidemie non
aiutano a migliorare la situazione; è indubbio che cause interne
(storia, cultura, organizzazione sociale, ecc.) o esterne
(decolonizzazione, neocolonialismo, protezionismo interessato dei Paesi
occidentali, ecc.) aggravino il problema. Fuori discussione che, tra le
cause del sottosviluppo, ci siano anche l’eccessiva dipendenza economica
dai Paesi benestanti e l’inadeguato progresso agricolo ed industriale.
Forse anche il fatalismo, che non aiuta a reagire, e la disperazione che
spinge all’emigrazione clandestina.
Soprattutto, però, ci sono le guerre civili e le
disuguaglianze sociali imputabili alla corruzione e al dispotismo
politico. Ecco l’elemento
da rilevare: c’è una relazione, non sufficientemente recepita, tra fame
e guerra, tra miseria ed instabilità, tra sottosviluppo e gestione
autoritaria e dittatoriale. E che dovrebbe suggerire alle democrazie
occidentali di offrire l’adeguato aiuto economico o la riduzione del
debito estero. Ma soprattutto di sottoporre l’uno e l’altra a congrue
condizioni: ti agevoliamo, ma solo se rispetti i diritti umani. Un aut
aut che può sembrare crudele ma che i fatti dimostrano essere
indispensabile.
2.1.2005
Egidio Todeschini