L'eutanasia non è un diritto

Nuova polemica sulla "dolce morte". Lecito rifiutare l'accanimento terapeutico anche se è difficile codificarlo. Inaccettabile invece il rifiuto della vita in nome di valori umani

  Spesso un fatto di cronaca accende i riflettori su delicati problemi che esulano dalle appartenenze politiche per entrare nella sfera delle coscienze. Se poi la stessa cronaca si ripete nel giro di pochi giorni, è inevitabile che la discussione degeneri in polemica. Il che non aiuta ad affrontare con distacco e con la dovuta serenità la questione portata alla ribalta. E' il caso dell'eutanasia sulla quale, in un brevissimo lasso di tempo, tre Tribunali hanno dovuto esprimersi. Il tutto mentre, per ulteriore caso del destino, il Parlamento olandese la legalizzava e il Senato belga dava il via ad un progetto di legge similare.

Ma la cronaca offre anche lo spunto per il necessario "distinguo". A Milano la Corte d'Appello si pronuncia sul caso di E.F., il quale che aveva staccato la "spina" del respiratore, che teneva artificialmente in vita la moglie in coma. O forse - il dubbio era degli stessi medici - cerebralmente già morta. Non è verdetto facile: l'imputazione è di omicidio volontario, sia pure con l'attenuante della amorosa "pietà" che l'aveva suggerito. La conferma della condanna di primo grado sembra scontata, è arrivata invece l'assoluzione "perché il fatto non sussiste". Arbitrio dei giudici? Nell'Italia che non distingue tra eutanasia attiva (morte provocata) e passiva (interruzione di cure) parrebbe di sì.

A Londra l'Alta Corte autorizza Miss B a "staccare la spina", anzi condanna il sistema sanitario nazionale a risarcire "i danni morali causati dall'illegittima invasione nella sfera personale" di chi, perfettamente lucida ma totalmente paralizzata, viveva solo grazie al polmone artificiale. E' sentenza conforme alla norma britannica che consente di rifiutare l'accanimento terapeutico: in effetti senza l'incidenza del progresso tecnico, la morte della donna sarebbe stata immediata. Resta lecito il dubbio: è vita solo apparente quella che permette di ricorrere alla Giustizia? E' vita artificiale, se non lede le facoltà d'intendere e di volere? Più accettabile il verdetto della stessa Corte e, dopo, del Tribunale di Strasburgo, che nega il diritto "di decidere della propria sorte" a Mrs D. Condannata ad una morte dolorosa e prossima, ma non dipendente da apparecchiature, aveva chiesto di poter morire "per mano del marito". Cioè di poter scegliere quando e come andarsene per sempre. Ha ricevuto un "no" secco.

Tre casi solo all'apparenza simili ai quali erroneamente applichiamo la stessa definizione di eutanasia. Esclusa dalle leggi e (non sempre) dai giudici preposti a farle osservare, essa ritorna prepotentemente nelle aspirazioni di molte persone. Che pretendono, in nome della "dignità umana", un diritto che è contrario all'etica cristiana. E non solo cristiana, se l'Olanda rappresenta l'eccezione che conferma la regola universale del no alla dolce morte (tra l'altro ciò elimina il pretestuoso riferimento alla libertà di coscienza). E lo pretendono come se la vita fosse un dono da accettare o rifiutare in funzione della sua godibilità totale.

Certo, di primo acchito si sarebbe portati a riconoscere validità al ragionamento di chi sostiene che è meglio morire piuttosto che vivere nel dolore, nella perdita progressiva dell'autonomia fisica o, peggio ancora, in simbiosi obbligata con una macchina. E può sembrare ragionevole la richiesta di una legge la quale, in ultima analisi, dovrebbe stabilire quando la dignità dell'esistenza possa prevalere sulla sacralità della vita, o la "pietà" della creatura sul comandamento del Creatore: "Non uccidere". E parrebbe convincente l'idea di un "testamento biologico", come previsto in Danimarca, con il quale in caso di malattia incurabile si può chiedere di non essere tenuti artificialmente in vita.

Ma è accettazione supina di tesi che risentono dei tempi, di un errato senso del concetto di diritto e di libertà, di una concezione edonistica della vita, di quell'egoismo che progressivamente svuota di ogni valore i precetti della vita cristiana. E che dimostrano l'incoerenza del nostro pensare: se è preferibile la morte ad una vita senza dignità e senza libertà, perché rifiutiamo la pena capitale, certamente più "liberatrice" dell'ergastolo? Se crediamo nella funzione di recupero della pena, che la sedia elettrica annulla, perché non contare anche sulla possibilità del riacquisto con il tempo della voglia di vivere, di testimoniare, di accettare la volontà del Signore? Se ciascuno deve poter godere del diritto di decidere della propria sorte, perché la donna può abortire negando al padre il diritto di decidere di essere padre e al nascituro quello di nascere e vivere? E se l'accanimento terapeutico è già rifiutato anche dalla Chiesa, che significato ha un testamento biologico?

E' indubbio, il confine che separa l'eutanasia attiva da quella passiva è sottile come una lama di rasoio. E senza i progressi della scienza medica il problema non si porrebbe neanche. Ma non c'è legge o dignità umana o rifiuto della sofferenza che possa trasformare in diritto la dolce morte. Perché la vita è e rimane un dono di Dio.

Egidio Todeschini