L’Europa che gli Europei non vogliono

Il rifiuto ad un’UE eccessivamente “dirigista”. Troppa burocrazia e poca democrazia. Soprattutto scarsissima informazione 
 

Il “no” alla Costituzione europea, espresso il 29 maggio scorso in Francia ed il mercoledì successivo in Olanda, non è arrivato a sorpresa. I sondaggi degli ultimi mesi non lasciavano dubbi sui risultati dei due appuntamenti referendari che seguivano allo stentato “sì” della Spagna ove solo il 40% degli elettori si era recato, il 20 febbraio scorso, alle urne. Un assenteismo che già suonava come campanello d’allarme, come inequivocabile segnale dal quale desumere che l’Unione, così com’è venuta formandosi, ai suoi cittadini più di tanto non piace. Segnale però trascurato, forse per miopia, forse per quella stessa arroganza che suggerì agli euroburocrati di non prevedere, nella Costituzione stessa, il da farsi qualora uno o più Paesi non l’avesse ratificata.

In effetti, convince sempre meno l’UE sviluppatasi nel tempo, specialmente nell’ultimo quinquennio, ben diversa da quella ideata e voluta dai padri fondatori. Che doveva garantire pace e progresso; trovare un’unità d’intenti e di strategie in politica interna ed estera; e progressivamente convincere milioni di persone, con storia, cultura, lingua, tradizioni, costumi, convinzioni politiche e religioni diverse ma con una matrice comune, quella cristiana, che era possibile e anzi doveroso convivere e sentirsi “Europei”.

 Ne è venuta fuori, invece, un’Unione Europea che, da una parte, si affida ai singoli Capi di Stato o di Governo per prendere decisioni; dall’altra dagli stessi Capi è presentata come responsabile delle riforme impopolari adottate o auspicate. Un’Unione Europea incapace di fare uscire il Vecchio Continente dalla stagnazione; che pecca di eccessivo dirigismo, che abusa di “lacci e laccioli” e manca di democrazia. Tra l’altro, tanto “elitaria e tecnocratica” da essere identificata con “l’impero della moneta, dei banchieri, delle multinazionali e della tecnocrazia”.

Un’Unione Europea che si allarga troppo in fretta; che non ha saputo ascoltare le richieste dei cittadini e neppure informarli adeguatamente: quanti sanno che per un certo numero di anni, fino a 7, la libera circolazione dei lavoratori dall’Est è bloccata? Che risulta troppo burocratica (30.000 gli “impiegati” a Bruxelles, superbamente pagati: si va dai 5.000 euro al mese per l’archivista ai 15.000 del direttore generale, più diarie e benefici vari, Viagra gratuito compreso); che emana regole insulse (necessario stabilire che un cetriolo, per essere tale, deve “disegnare un arco di 10 millimetri”?); e che impone procedure sesquipedali (159 “passaggi” per ottenere un finanziamento).

Un’Unione Europea che, dopo due anni di “Convenzione”, dà alla luce una Costituzione nella quale si rifiuta di citare le radici cristiane del Continente. Una Costituzione che risulta illeggibile e ridondante, visto che, in 240 pagine (la Costituzione Italiana ne ha 24!), infila 440 articoli (la statunitense ne ha solo 7 ed arriva a 27 con gli “emendamenti” successivi); ed anche arrogante, se richiede la ratifica di tutti i Paesi membri (nel 1787 per quella americana ne bastavano 9 su 13!), senza ipotizzare la possibilità di un rifiuto. Che invece è arrivato. E che, a stare ai sondaggi nei diversi Stati membri, rischia di espandersi.

Han poco da gioire, gli “euroentusiasti”, della risposta positiva degli Svizzeri al Trattato di Schengen. Non è ancora detto che sia un segnale d’inversione di marcia. Ed infatti l’Inghilterra e la Repubblica Ceca hanno già “congelato” il loro referendum, per paura di una bocciatura; nel Lussemburgo, che voterà il 10 luglio prossimo, la schiera del “sì” va progressivamente scemando; in Danimarca, ove la consultazione popolare avrà luogo a settembre, i “no” raggiungono già il 62%; anche in Svezia sale la voglia del “no” e di un referendum, possibile ma non previsto. Sale pure in Italia, ove la ratifica è già avvenuta per via parlamentare, né poteva essere altrimenti, checché dica la Lega, dato che la nostra Costituzione esclude il rinvio alle urne per l’approvazione dei Trattati internazionali. E nel declino politico del cancelliere Schröder gioca il suo ruolo anche l’insoddisfazione dei Tedeschi che non vedono di buon occhio la futura annessione della Turchia.

Insomma gli Europei hanno paura dell’Unione Europea, sia pure per motivi diversi, a volte perfino contrastanti. Si teme che essa comporti un deficit di Stato sociale; che limiti le sovranità nazionali e, al contempo, che non intervenga unitariamente per affrontare quei problemi, come l’immigrazione clandestina, che il singolo Paese non può risolvere da solo; che non sappia rispondere alle crisi congiunturali e reagire alle minacce internazionali, quale il terrorismo. Si teme un persistere dell’effetto negativo dell’euro che ha fatto aumentare i prezzi e che limita le esportazioni; ma anche l’invasione di lavoratori “a buon mercato”.

Eppure, piaccia o non piaccia, l’Unione Europea è necessaria, anche se per ora sembra essersi infilata, compiendo tutta una serie di errori, non ultimo la rigidità del Patto di Maastricht, in un tunnel del quale non si vede via d’uscita. Deve però cambiare attitudine, scendere dal piedistallo, fatto di retorica, prosopopea ed arroganza, sul quale si è inopportunamente messa; e dar voce e peso politico ai suoi abitanti, coinvolgendoli maggiormente nelle decisioni. E i singoli Paesi la piantino di adoperarla come un “manganello” o come un gioiello di cui menar vanto: sfruttare l’euroscetticismo o l’euroentusiasmo per propagande politiche interne, come si fa un po’ ovunque, Italia compresa, è sicuramente poco lungimirante. Certo, è rischioso. 

       Egidio Todeschini

 

 

8.6.2005