L’Europa incompiuta dei 25 Stati

Il primo maggio l’Unione Europea si è allargata battendo il record di disomogeneità. Timori e speranze, realtà e carenze

     Data importante, il primo maggio 2004. Ha segnato l'ingresso nell'Unione Europea dei nuovi dieci Paesi, otto dei quali reduci dal comunismo dell’Urss. Ma ha fatto registrare due attitudini diverse: un entusiasmo notevole, con manifestazioni di gioia, parole di speranza e fuochi d'artificio laddove l’evento era sentito come un “ritorno a casa”, dopo l’esilio nell’ex Europa sovietica; qualche foto ufficiale, molti discorsi di circostanza e pochi commenti e meno euforia, invece, nei 15 Stati “anziani” dell’Ue.
  La nuova Europa diventa, con i suoi 455 milioni di abitanti, il terzo "Stato" più popolato del mondo, dopo la Cina e l'India, in attesa di divenire la seconda superpotenza mondiale, dopo o alla pari, con gli Stati Uniti.
  Eppure, sotto la scorza conformista degli eurofans progredisce l’euroscetticismo. Perché un record, comunque, l'Unione Europea lo ha raggiunto: è l'Istituzione più disomogenea, per non dire atipica, del globo e non solo per le sue 20 lingue ufficiali (a Bruxelles si segnala l’assunzione di 800 nuovi interpreti, per un costo totale di 140 milioni di euro l'anno) ma piuttosto perché esiste ma non è ancora Stato, nel senso giuridico della parola. Riunisce più Stati ma non si sa se sarà Federazione o Confederazione; ha un inno ed una bandiera ma non ha Costituzione; ha un Parlamento democraticamente eletto, organo legislativo per eccellenza, ma le sue decisioni non hanno valore di legge.
  Perché sancisce la libera circolazione di persone ma di fatto la rimanda di qualche anno, fino a sette. Ha una moneta comune ma 13 dei suoi 25 membri (Inghilterra, Danimarca, Svezia e i dieci nuovi entrati) o non hanno ritenuto di adottarla (i primi 3) o non possono adottarla fin tanto che non avranno soddisfatto alcune condizioni di base (tra cui lo sviluppo dell’economia di mercato) e i criteri di Maastricht. Sono previsti fondi destinati alle zone più povere ma la loro distribuzione avverrà secondo criteri diversi e non noti al pubblico. 
  Le anomalie non finiscono qui. La futura Costituzione Europea dovrà valere per tutti però non tutti gli Europei potranno esprimersi in merito, il referendum essendo previsto solo in alcuni Paesi (15 su 25. In Italia non ci sarà). A tutt'oggi l’Unione ha più valenza economica che non politica,  il carico fiscale varia notevolmente da Stato a Stato, così come il costo del lavoro. Ciliegina sulla torta: si parla di unità culturale e spirituale dell'Europa, a dispetto delle sue secolari guerre e lotte intestine, eppure, in nome di un laicismo erroneamente interpretato, si rimuovono dalla sua Carta costituzionale le radici cristiane.
  Non stupisce, quindi, se l'intero Trattato che sancisce l'adesione dei nuovi partner sia un complicato intreccio di concessioni reciproche; e non sorprende appurare che, secondo l'Eurobarometer (organismo comunitario che dipende direttamente dalla Commissione), il 53% del "Popolo" europeo non approvi l'ingresso dei dieci nuovi Stati. Perché ciò suona come decisione imposta dall'alto, a dispetto della proclamata democrazia dell'Unione; perché le variabili fiscali e del lavoro sono vissute come concorrenza sleale, inaccettabile nel libero mercato; perché i Tedeschi temono un'invasione di Polacchi e tutti, Inglesi in testa, quella degli oltre 4 milioni di zingari residenti nei Paesi dell'Est, per cultura insensibili ai valori ambientali e sociali. Perché nel Sud Europa si paventa la perdita dei sussidi comunitari. Perché la cronaca quotidiana evidenzia più la burocratizzazione degli apparati europei che non la presenza di una politica comune e creativa. 
   Indubbio, l'ampliamento dell'Unione obbligherà i vecchi Stati a quelle innovazioni – alleggerimento degli apparati pubblici, riduzione delle protezioni statali, omogeneizzazione dell'età pensionabile, contenimento delle spese statali, ecc. – che una certa cultura di sinistra aborrisce. Non per nulla nelle votazioni amministrative francesi la destra di Chirac ha subito una netta sconfitta con la quale ha pagato i suoi pur timidi tentativi di riforma del welfare state. E non per nulla il carisma di Schröder, in Germania, viene scemando a seguito di alcune sue impopolari decisioni economico-finanziarie.  
  Però, come non è tutto oro ciò che brilla, così non è tutto tragico ciò che sembra fosco. L’errore principale, quello che maggiormente ha contribuito ad alimentare l’euroscetticismo sempre più crescente, è stata la mancata informazione, la carente spiegazione di fenomeni storici ed economici che hanno lasciato la loro impronta ma che danno adito anche a fondate speranze, non solo ad immaginari timori.
  Sarebbe forse bastato ricordare che, a suo tempo, si temette un eccesso di emigrazione dal Portogallo e dalla Spagna, che poi invece non ci fu. Che la Spagna e l’Irlanda in un decennio hanno avuto, grazie a politiche più liberali, uno sviluppo eccezionale. Che, sì, il minor peso fiscale e retributivo nei Paesi appena immessi può stimolare ad un esodo d’imprese ed investimenti, ma che l’annessione degli otto Paesi usciti dall’inferno comunista faciliterà l’esportazione di tecnologie e beni di lusso ed aprirà la strada verso nuovi mercati mediorientali. E sarebbe stato utile convincere i cittadini della “vecchia” Unione che serve poco piangere sul declino dell’economia continentale ed adagiarsi su superati privilegi. Che occorre invece adeguarsi ai tempi e rinnovare. Magari con una Politica comunitaria, quella sì, purtroppo, carente. Ne riparleremo la prossima settimana.

Egidio Todeschini  

10.5.2004