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Eutanasia: il caso di Eluana divide l’Italia Accanimento terapeutico e dignità della persona. Occorre chiarire i termini della questione. Non spetta alla Giustizia pronunciarsi in merito
La stampa imperversa sul caso di Eluana Englaro, la ragazza in coma da 16 anni a seguito di un incidente automobilistico. E’ ritornato d’attualità dopo la sentenza, emanata a luglio dalla Corte d'Appello di Milano, che autorizzava ad interromperne l’alimentazione e l’idratazione mediante sondino nasogastrico. All’epoca divamparono le polemiche: qualcuno applaudiva al coraggio delle toghe; altri stigmatizzavano i giudici che “si stanno prendendo poteri di vita o di morte”. Convalidata dalla Cassazione l’11 novembre, la delibera suscita di nuovo un dibattito, a volte violento, sempre polemico, tra chi approva, definendo accanimento terapeutico il nutrimento fornito artificialmente alla giovane donna che respira autonomamente; e chi contesta, ritenendo che vada sempre rispettata la naturalità dell’inizio e della fine della vita. Questa vicenda va avanti da anni. Già nel 1999 il padre, Beppino Englaro, si era rivolto ai giudici della Corte d’Appello milanese ma si era visto respingere la richiesta di togliere il sondino che tiene in vita la figlia; disperato, invocò l’intervento del Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Ottenne un primo risultato: l'allora ministro della Sanità, Umberto Veronesi, istituì una Commissione che, nel 2001, si espresse a favore della sospensione dell'alimentazione artificiale a chi avesse espresso per iscritto la volontà di non voler vivere in stato vegetativo permanente. Ne sortì la solita contrapposizione tra laici (favorevoli) e cattolici (contrari). Quest’anno la stessa Corte, “accertata… la straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita”, riconosce come “dimostrata” la volontà di Eluana di “preferire la morte” ad una esistenza vegetale, con sopravvivenza “solo biologica del suo corpo”. Il padre è quindi legittimato ad intervenire e a far sospendere l’alimentazione forzata, purché il tutto avvenga in “un luogo di ricovero confacente”, e con la sola somministrazione, se serve, di medicine “atte a prevenire o eliminare reazioni neuromuscolari” (sedativi o antiepilettici). In teoria, il provvedimento può essere subito attuato; in pratica, si tratta di trovare la struttura ospedaliera adeguata e disponibile. Ed incominciano i rifiuti, tra i quali quello della Lombardia. Fin qui, per sommi capi, la cronistoria. Che necessita però di un paio di delucidazioni: una politico-giuridico, l’altra più propriamente etica. Incomincio dalla prima. La sentenza è emanata in assenza di una legge ad hoc e perfino di un documento dal quale risulti la chiara volontà di Eluana di preferire la morte al coma irreversibile. Il giudice si è basato solo sulle testimonianze del padre e di alcune amiche della ragazza, facendo giustamente insorgere coloro che contestano ai tribunali il diritto di sancire il principio all’autodeterminazione, non previsto dalla Costituzione. E forse (il dubbio s’impone) ha ceduto alla propria convinzione che la somministrazione di cibo ed acqua sia “accanimento terapeutico” rifiutabile. Da qui le critiche. La prima a reagire è stata la Chiesa, reclamando con urgenza “una legge sulla fine della vita… da elaborare con il più ampio consenso possibile da parte di tutti gli uomini di buona volontà”. Anche nella maggioranza ci si augura che la “sentenza serva da stimolo affinché il Parlamento possa approvare una norma equilibrata che riconosca il diritto all’autodeterminazione dell’individuo e all’obiezione di coscienza dei medici”. Perfino alcuni membri dell’opposizione, se la prendono con la Cassazione che “non aiuta né la scienza né il Parlamento a individuare il bene possibile”. C’è infatti un vuoto legislativo da colmare, in base ai principi basilari sui quali sembra esserci accordo tra maggioranza ed opposizione: che il “testamento biologico”, concordato con un medico di fiducia, valga solo per l’eutanasia passiva (cioè interruzione di cure); e che sia firmato da maggiorenni e confermato ogni tot anni. Si presume così di affrontare tutti i futuri casi analoghi. Non pochi, a giudicare da un’indagine, del 2005, del Ministero della Salute: sono circa 2.500 le persone, un terzo delle quali ha meno di 15 anni, in stato di coma vegetativo; della loro vita non può decidere la Magistratura, il cui compito è di applicare la legge, non di sopperire alle carenze legislative. E qui si arriva all’aspetto etico della questione. Sul quale ciascuno è libero di avere le proprie opinioni, da laico o da cristiano, senza però venir meno al principio che non esiste un “diritto di morire” (o di far morire), ma quello di rifiutare le cure che sfociano nell’accanimento terapeutico, anche se è difficile stabilire dove esso inizi. Ma restano alcuni dubbi: nutrire con un sondino è accanimento? Chi ha ragione, quanti sostengono che, in stato vegetativo, non si sente fame e sete, o chi afferma il contrario? E’ “dolce morte” un’agonia da disidratazione e denutrizione che può durare 15 giorni? Certo, il caso di Eluana è drammatico e lacera le coscienze: non c’è solo la giovane donna in stato vegetativo da oltre 16 anni. C’è un padre straziato che continuerà a soffrire anche dopo; e c’è un’Italia che discute sulla dignità della persona, sul concetto di libertà personale, sulla pietà e sul diritto di decidere se vivere o no: gli ecclesiastici - ma non solo - sostengono che “la vita è indisponibile e nessuno può stabilire il confine oltre il quale non merita più di essere vissuta”; i laici al dramma di un coma irreversibile preferiscono la “dignità” di una morte scelta liberamente. La chiamano eutanasia, la Chiesa la definisce omicidio. Egidio Todeschini
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