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Se ami tuo figlio, educalo e correggilo S’impara da bambini ad essere onesti cittadini e buoni cristiani. Gli errori educativi dei genitori moderni alimentano paura, apatia, a volte criminalità
Non sempre le cronache mi offrono uno spunto per l’articolo settimanale. Non perché quanto succede in Italia o nel mondo non sia degno di nota e di una riflessione più approfondita. Piuttosto per il costante ripetersi di certi eventi o per l’impianto troppo politico che li caratterizza. Per fortuna ogni tanto, ad ispirarmi, arriva una lettera. Questa volta è di un mio compagno di studi, ora marito e padre felice, che, avendo letto il mio articolo “Quel coraggio che manca ai giovani”, tra l’altro, mi scrive: “Di chi è la colpa? D'accordo la colpa è nostra, è di noi genitori che sicuramente abbiamo sbagliato. Ma non dirci solo questo. Gradiremmo anche qualche suggerimento di come ci dovremmo comportare, dove abbiamo sbagliato, quali cose vanno invece bene”. Chi mi legge con regolarità (il mio amico risiede in Italia) sa che l’educazione dei giovani è problema che ho affrontato a più riprese, sollecitato da fatti del giorno o da mie esperienze dirette. Sa che ho criticato, biasimato, approvato e suggerito, secondo le circostanze. E sa anche che non imputo solo alle famiglie la responsabilità dell’apatia, delle paure, del conformismo, a volte del parassitismo, perfino della criminalità che caratterizzano la nostra gioventù odierna. Certo, educare è compito dei genitori, ma non solo. A lasciare un segno, un’impronta spesso indelebile, sul carattere e sulle attitudini dei ragazzi concorrono anche la scuola, la mentalità corrente, i programmi televisivi, la licenziosità dei costumi e la violenza verbale, ma anche fisica, che spesso si riscontra nella politica. O alcune sentenze incomprensibili, quando non addirittura irrazionali. E spesso gli esempi negativi che vengono dall’esterno prevalgono sulle buone regole insegnate in famiglia. Ciò non toglie che è fondamentale l’apporto educativo dei genitori. I quali devono soprattutto comprendere che amare non significa affatto lasciar liberi di fare quel che si vuole, quando si vuole, come si vuole. Amare vuol dire anche usare coerenza e severità, se occorre; vuol dire non cedere, per quieto vivere, a tutte le richieste; non accettare capricci; non difendere sempre il “tesorino”, anche se ha torto, dagli amici, dai vicini, o dai docenti; non imputare al temperamento – cioè ad un fattore innato – ciò che invece è frutto di principi educativi carenti. La vita non è facile e la strada che conduce al successo o ad una serena esistenza è spesso lunga, tortuosa, a volte imprevedibile. Lungo il suo percorso si alternano piaceri e fatiche, gioie e sofferenze, vittorie e sconfitte, vantaggi e sacrifici. Occorre imparare fin da piccoli ad affrontarla, a saper far fronte all’imprevisto, alla delusione, alle difficoltà; a trovare conforto nella preghiera; a rinunciare, se ciò cui si aspira è irraggiungibile; a vedere nel prossimo un fratello con il quale condividere; ad assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Il bambino non diventerà un fanciullo avveduto se è abituato a ricevere, fin dalla prima età, tutto ciò che desidera, tutto ciò che gli piace. Il fanciullo non si evolverà in adolescente rispettoso degli altri, delle regole del vivere civile, dell’ordine e dell’ambiente, se fin da piccolo non avrà imparato ad ubbidire, a dire “nostro” piuttosto che “mio”, a sistemare i suoi libri o i suoi giocattoli, a non gettare i rifiuti per terra. L’adolescente non si trasformerà in un giovane responsabile se non avrà acquisito, dall’infanzia, la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male; tra ciò che si può fare o ottenere e ciò che è comunque e sempre proibito; tra ciò che è degno di premio e ciò che merita solo un adeguato castigo. E il giovane non si tramuterà in buon cristiano e in cittadino onesto ed operoso, cosciente dei problemi del suo Paese e capace di dare il proprio contributo per cercare di risolverli, se non avrà appreso il senso della fratellanza che ci viene dalla nostra cultura religiosa, se non sarà mai stato stimolato a leggere un giornale, se avrà assorbito solo il concetto di “diritto” e non quello di “dovere”. Oggi i genitori tendono, invece, ad accontentarli in tutto, dal portatile di marca all’abito firmato, per non farli sentire “diversi” e per dar prova del loro amore. Non è amore, è debolezza che finisce con l’alimentare la convinzione che tutto è dovuto e che la diversità sia un grave difetto, non un nobile elemento distintivo. Propendono a sostituirsi a loro nelle incombenze giornaliere e a difenderli sempre e contro tutti, anche quando hanno torto, senza accorgersi che così li abituano ad addossare agli altri le proprie colpe. Sono inclini a riconoscere troppe libertà, compresa quella di frequentare, a tutte le ore, “amici” sconosciuti, per amore del quieto vivere o per adeguamento agli usi correnti; accettano l’onere della “paghetta” settimanale senza chiedere nessuna contropartita; rinunciano, per non urtare la libertà di coscienza, a dare un’adeguata educazione religiosa; evitano di rifilare l’opportuna sculacciata per non far nascere complessi di colpa. Vantano una “amicizia” con i propri figli, senza accorgersi che così sviliscono il valore della patria potestà. Poi, magari, tolgono loro anche il calore del nido familiare, distrutto dal divorzio. E ci stupiamo che i giovani di oggi siano apatici, sfiduciati, paurosi del futuro, conformisti, a volte anche delinquenti? Abbiamo dimenticato l’insegnamento di San Paolo (Ef. 6, 4), secondo il quale l’amore parentale è anche severità. E non abbiamo capito che, tra la intransigente rigorosità dei tempi passati e l’eccessiva emancipazione dei giorni nostri, c’è la saggezza della giusta via di mezzo. Egidio Todeschini 3.3 |