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Il duro scontro tra Politica e Giustizia Infausto lo sciopero dei Magistrati. I difetti del nostro sistema giudiziario e la necessità di una riforma. La sfiducia degli Italiani Duole dover constatare che il pressante invito
alla riappacificazione, rivolto dal Capo dello Stato al mondo della
politica e delle Istituzioni, sia caduto praticamente nel vuoto. Eppure
il Presidente è stato chiaro: il clima d'odio, ha detto, non
incrina solo i rapporti tra i diversi Poteri della Repubblica, bensì
danneggia l'intero Paese. Perché fa perdere ai cittadini la fiducia
nelle strutture statali. Fiducia che già non è al massimo
e che nell'ultimo decennio, per tanti motivi, è andata vieppiù
scemando. Gli Italiani assistono sgomenti, soprattutto sfiduciati. Perché i non addetti ai lavori non possono dare un giudizio spassionato, possono solo ammettere che una riforma s'impone. Perché sanno che in effetti sono tante le deficienze della nostra Giustizia. Perché si rendono conto che i tempi processuali vanno troppo per le lunghe. Perché possono nutrire dubbi sull'imparzialità di alcune indagini (perché oltre 300 ispezioni fatte a Mediaset e nessuna a Parmalat?). Perché ritengono eccessivo il protagonismo di alcuni Magistrati o non accettano l'irresponsabilità totale (a dispetto, tra l'altro, di un responso referendario) di cui solo essi godono. Non finisce qui. Gli Italiani si chiedono perché, se c'è l'obbligatorietà dell'azione penale, più dell'80% dei reati resta impunito o va in prescrizione. Criticano la mancanza di meritocrazia per cui gli avanzamenti di carriera avvengono solo per anzianità di servizio; e capiscono poco quella Magistratura "spezzettata" in correnti, l'Unicost piuttosto che Magistratura democratica, che fa pensare ad una sua politicizzazione. Comprendono che il controllo disciplinare non può essere effettuato da organismi politici ma hanno riserve sull'obiettività delle decisioni prese dagli "eletti” cioè i membri del Consiglio Superiore della Magistratura a carico dei loro "elettori" cioè gli stessi Magistrati. Forse non sanno che in tutti gli Stati democratici occidentali vige già la separazione di funzioni e di carriere, ma fanno fatica a scorgere il legame tra detta separazione e l'indipendenza dei giudici. Quello che invece i cittadini intuiscono è che c'è qualcosa che non quadra, nell'astensione dal lavoro che l'Anm ha deciso di effettuare. Costituzionalmente legale, certo, perché i Magistrati sono cittadini come tutti gli altri ai quali la nostra Carta suprema garantisce il diritto di sciopero. Ma non legittimo, perché non scioperano, come i tranvieri, per ottenere un aumento di stipendio o, come i medici, per una meno politicizzata organizzazione ospedaliera. No, qui i membri di uno dei Poteri dello Stato democratico, il Giudiziario, prendono posizione contro gli altri due Poteri, il Legislativo e l'Esecutivo ai quali contesta la potestà di legiferare. Suggerendo così l'idea di essere una corporazione o lobby interessata soltanto a mantenere i propri privilegi e a difendere le personali convinzioni politiche. Non ho la competenza tecnica per dare un giudizio sulla riforma prevista dal ministro Castelli. O, meglio, dalla sua squadra di "esperti". Ma, da quanto appurato, esso tende a limitare le distorsioni a tutt'oggi presenti nel sistema Giustizia: separando le funzioni (giudice o pubblico ministero) mediante concorsi diversi; istituendo una Scuola Superiore di Magistratura con il compito di formare ed aggiornare i magistrati; introducendo una valutazione meritocratica negli avanzamenti di carriera; riconoscendo più poteri al Procuratore capo al quale solo competerà l'avere rapporti con la stampa; proibendo la partecipazione a manifestazioni politiche e sanzionando le cosiddette "sentenze creative" (per es. condanna in Appello di Andreotti, ribaltata e criticata dalla Cassazione). Forse, anzi senz'altro, potrebbe essere migliorata. Ma senza bracci di ferro che incrinano la fiducia; senza prese di posizione che sanno molto di ostilità politica nei confronti dell'attuale maggioranza; senza ambiguità comportamentali che non giovano né ai togati né al Paese; senza prevaricazioni di ruoli, competendo ai Magistrati di servire la legge e non di fare la legge. Soprattutto senza dimenticare che la toga, come i paramenti sacri del sacerdote, sta a significare che i Magistrati sono diversi dagli altri cittadini. Non migliori o peggiori, diversi. Perché hanno un compito difficile, quello di accusare e giudicare in modo del tutto imparziale. 14.2.2004 Egidio Todeschini |