Meno mimose e più rispetto

Troppa ipocrisia nella Festa della Donna. Ottima come business ma contraddetta dai fatti. Ed anche dalle stesse signore

                                                                            

 A ragione qualche lettore penserà che arrivo, sul tema della Festa della Donna, a fuochi sparati. Il che è indubbiamente vero ma espressamente voluto, per una forma di ribellione interiore a quella che sembra sempre più una ricorrenza sottolineata da troppa retorica, accettata solo perché “politicamente corretta” ed ampiamente sfruttata sul piano commerciale. Ribellione spontanea ad una data, l’8 marzo, che sento avvolta da tanta ipocrisia.

Non me ne vogliano le signore. Soprattutto non mi fraintendano, non parlo per maschilismo. Piuttosto perché noto una certa contraddizione tra il dire ed il fare. E trovo nel conformistico ramoscello di mimosa, offerto a scadenza fissa e stabilita per prassi, l’omaggio, doveroso ma non sentito, di chi crede così di mettersi la coscienza in pace: una specie di forzato e solitario riconoscimento alla “domina” (in latino, padrona. Ma è termine che deriva da “domus”, casa), che magari si accompagna al nascosto retropensiero: “Toh,  accontentati e taci”.       

C’è poco di che accontentarsi. Basta stare alle statistiche, seguire la cronaca e la politica, osservare l’evoluzione dei nostri costumi e confrontarli con altre usanze. Allora ci accorgiamo che, proprio nel fatidico giorno dedicato alla “seconda metà del cielo”, ad Ankara la polizia locale smobilita a manganellate, calci e pugni la manifestazione delle signore che sfilano per chiedere più libertà, più lavoro, più rispetto. Ottengono invece il risultato opposto: botte ed insulti con tale violenza da obbligare la stessa Commissione Europea ad intervenire presso il Governo turco.

Scopriamo pure che, nello stesso giorno, una europarlamentare tedesca, Silvana Koch-Mehrin, liberale di 34 anni, si sente in obbligo di frustare il mondo politico della Germania, a suo dire particolarmente refrattario alla parità e all’emancipazione delle donne, perfino più retrogrado di alcuni Paesi mediterranei, Italia e Spagna in particolare. “E’ inaccettabile che da noi femminile venga ancora associato ad incompetente”, afferma. E lo fa nel più clamoroso dei modi: facendosi fotografare seminuda e con il pancione da settimo mese di gravidanza, e pubblicare, con intervista, sul settimanale Stern. Il tutto per sostenere che si può essere ottime madri e, contemporaneamente, ottime lavoratrici. Tattica discutibile ma finalità meritoria, se è vero che nei 16 Länder federali la natalità è molto bassa e, soprattutto, “inversamente proporzionale al grado d’istruzione delle donne”. E che, per gli 80 e passa milioni di Tedeschi, ci sono a disposizione asili-nido in grado di tenere solo 60.000 bambini.

Sempre l’8 marzo appuriamo che, a dispetto delle belle parole rivolte dal Ministro Tremaglia alle “Italiane all’estero che hanno sostenuto le proprie famiglie durante gli anni dell’emigrazione”, il disegno di legge istitutivo del Coordinamento delle donne italiane all’estero – del quale peraltro non sappiamo niente di più ed in cosa consista - è fermo in un cassetto dal 9 aprile del 2003. E a contraddire il Capo dello Stato, il quale afferma che le “donne sono protagoniste della vita della collettività in modo sempre più intenso”, l’Uim (Unione Italiani nel mondo) ci informa che in Italia la donna “è sottorappresentata nei luoghi di potere, ha un tasso di occupazione inferiore a quello maschile, una percentuale di disoccupazione più alta, retribuzioni inferiori a parità di professionalità”. E, in contrasto con quanto sostenuto dalla sopra citata Frau Koch-Mehrin, dipinge una realtà femminile nazionale che, “paragonata a quella delle donne degli altri 24 Paesi dell’Ue”, ci vede in “una posizione di fanalino di coda”.

Tuttavia, se l’Occidente non ride, altrove si piange. E’ un fatto che quotidianamente siamo confrontati con gli orribili racconti che ci vengono dal Terzo Mondo ove si parla di lapidazione delle adultere, d’infibulazione (perfino nel nostro Paese, ove in teoria, è proibita. A detta di “Telefono blu” sono 40.000 le donne che la subiscono, delle quali 6.000 bambine!), di morti da parto (500.000 mila all’anno, per gravidanze precoci), di analfabetismo (65 milioni di bambine). Sono dati, fatti, statistiche che contrastano con la retorica ipocrisia dell’8 marzo e che dimostrano lo scarso valore di quel ramoscello di mimosa.

 Ad alimentare il mio scetticismo c’è anche il rovescio della medaglia. C’è la sensazione, anzi convinzione, che spesso e volentieri le donne confondano la “parità” - di diritti e di potenziali capacità - con l’inesistente “uguaglianza”. Tanto che, per sembrare uguali agli uomini, ne scopiazzano malamente il modello: eccedendo nel linguaggio scurrile, mascolinizzandosi nell’abbigliamento, evitando di “femminilizzare” i titoli accademici o professionali. Salvo poi, contraddicendosi, prestarsi a quegli esibizionismi di nudità e di erotismo che le declassano ad “oggetto”. Di cui poi magari si lamentano, ma con quale coerenza?

Quanto dico sopra non ci impedisce di sperare che la Festa dell’8 marzo serva per ricordare a tutti che soltanto un giorno di omaggio alla donna non basta.

 

 

13.3.2005                                                                                                                                                       Egidio Todeschini