L’inciviltà spacciata per democrazia

La Consulta afferma la non discriminazione delle religioni. I fatti

la smentiscono. L’incredibile avventura giudiziaria di don Enrico
 

Mi sembra un racconto surreale. Ma è notizia di cronaca, peraltro non smentita, che il 29 aprile appare, più o meno in evidenza, su alcuni quotidiani italiani. La trovo talmente assurda, fantasiosa, incredibile da sentirmi obbligato a controllarla su Internet. La reperisco, infatti, con tutti i dettagli, le date, i nomi, i fatti, le stravaganze riportate dai giornali. Anzi, qualcosa di più. Mi rassegno e mi tengo lo stupore che mi assale.

E’ vero, dunque. Non è un’invenzione di qualche cronista alla ricerca di un argomento per l’articolo del giorno. E’ vero, in Italia succede anche questo. Succede che nella provincia di Viterbo un tizio, che citerò solo con le iniziali per non fargli una pubblicità che non merita, prima studia al seminario per farsi prete, poi cambia strada e diventa ateo. E fin qui passi. Ma L.C. va oltre. Scrive un libro, lo pubblica a sue spese (perché nessun editore ne vuole sapere!) e vi espone l’idea balzana che egli però definisce “storicamente fondata”: Gesù non è mai esistito, non è figlio di Dio, non è nato dalla Vergine Maria. E’ “solo” un nipote di Giuda Iscariota, quello che prima tradisce Gesù per 30 denari e poi s’impicca. Dunque, per L.C., la Chiesa (strano, solo quella cattolica!), divulgando fandonie storicamente “non comprovate”, si è macchiata, per 2000 anni, del reato di “repressione intellettuale e spirituale”. Ma va oltre, il miscredente improvvisatosi storico: per diffondere al mondo intero la sua tesi, apre persino un sito internet.

Il settantaduenne parroco del suo paesello, don Enrico Righi, non ci sta. E si permette, l’incauto, di contestarlo ribadendo sul bollettino parrocchiale l’esistenza storica del Cristo, nato a Betlemme e vissuto a Nazareth, nonché la Sua natura divina ed umana. Ma, nel settembre del 2002, si becca dal suddetto signore una querela “per abuso di credulità e sostituzione di persona”. E già ci si chiede: se uno è così convinto che la Chiesa menta ed abbia sempre mentito, perché se la prende con un suo umile servitore e non con le autorità ecclesiastiche, il Vescovo diocesano o addirittura il Sommo Pontefice? Per irrazionalità o per astuzia?

A tutt’oggi l’incredibile storia non è ancora terminata. La procedura giudiziaria è ancora in corso e procede con i tempi lenti della nostra giustizia, ai quali spesso gli avvocati danno man forte. Infatti, alla prima richiesta di archiviazione, presentata dal procuratore di Viterbo, Renzo Petroselli, “in quanto accusa palesemente infondata” il nostro risponde denunciando il pm alla procura di Perugia e, contemporaneamente, depositando un altro esposto. Ne consegue l’iscrizione di don Enrico nell’albo degli indagati.

La procedura prevede che un Giudice stabilisca, sulla base degli atti, se rinviare a giudizio o archiviare. Ma il magistrato che, il 30 aprile scorso, avrebbe dovuto decidere in merito, è ricusato dal querelante perché “cattolico”. Prassi legittima, certo, che però allunga ulteriormente i tempi, fa aumentare le spese e turba il sonno del povero parroco. Il quale per ora può solo aspettare per sapere come gli va a finire questa storia assolutamente ridicola. Sulla quale, forte del detto “la madre degli idioti è sempre incinta”, non mi sarei attardato se la notizia non fosse uscita in pari data con una sentenza della Corte Costituzionale.

Chiamata in causa dal Tribunale di Verona, ove si celebra il processo contro Adel Smith, il musulmano che alla Tv aveva definito la Chiesa una “grande associazione a delinquere”, la Consulta doveva decidere se l’accusa di “offesa alla religione cattolica” fosse legittima, come sosteneva la procura, o costituzionalmente illegale, come ipotizzato dalla difesa dell’imputato. La risposta è finalmente arrivata ed è, secondo Costituzione, impeccabile: il reato sussiste e va punito. Solo non può esserlo con pene più gravi di quelle che si applicano a chi offende altri culti “ammessi” in Italia. La Suprema Corte, cioè, abolisce il reato di “vilipendio del cattolicesimo”, prima previsto ma che viene meno per effetto della revisione, firmata a suo tempo da Craxi, dei Patti Lateranensi nei quali non si parla più di “religione di Stato”; e chiarisce che il mantenerlo in vigore rappresenterebbe “un’inammissibile discriminazione sanzionatoria tra la religione cattolica e le altre confessioni religiose”.

Che la sentenza sia equa, anche se a prima vista può non piacere, lo dimostra il fatto che essa è stata accolta favorevolmente anche dagli alti prelati, tra i quali il Card. Biffi. Che contesta l’esistenza di un “privilegio” a suo tempo accordato alla nostra fede – all’epoca l’Italia era prevalentemente cattolica - ma ritiene giusto che “vengano tutelate anche le minoranze”. Ineccepibile. Sennonché constatiamo che sempre più spesso è proprio il Cattolicesimo a venir preso di mira; oggi in Italia è diventato uno sport nazionale sparare sulla Chiesa cattolica, mentre guai a toccare l’Islamismo, il Buddismo e le sette più strampalate. Nel nostro Paese, ormai aperto a tutte le religioni, sono sempre più frequenti le offensive affermazioni, da parte di personaggi pubblici o pseudo pubblici, nei confronti della nostra religione. Definita spesso, in funzione delle convenienze, retrograda, razzista, reazionaria, repressiva e millantatrice.

E, se fa piacere appurare che la Procura di Roma ha chiesto – guarda caso, proprio il 30 aprile scorso! - l’autorizzazione per chiudere un sito Internet nel quale i no global sparano a zero contro Benedetto XVI, rappresentandolo, tra l’altro, in divisa da nazista, resta comunque l’amaro in bocca di fronte a tale inciviltà spacciata per democrazia. E viene voglia di lamentarci alla maniera di Cicerone. Il pagano che stigmatizzava la decadenza dei costumi.               

      Egidio Todeschini  

 

 

13.5..2005