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In prigione il prete degli immigrati Un’ordinanza di arresto cautelare che spacca l’Italia. Un bis del caso Muccioli. Sa di politica e di eccessivo garantismo
La notizia dell’arresto di don Cesare Lodeserto mi lascia sconcertato. Non perché è un mio confratello - anche noi possiamo cadere in errore - ma perché è lo stesso sacerdote che, qualche anno fa, era stato inserito nella lista dei candidati al premio Nobel per la pace, a riconoscimento della sua opera di carità e dedizione a favore delle migliaia di clandestini che, dai Balcani, sbarcavano nel Salento. Meritevole, don Cesare, lo era. Si è prodigato per salvare dalla fame, dalla strumentalizzazione, dalla prostituzione, dalla criminalità indotta quella gente vittima dei trafficanti di uomini. Ha saputo trasformare il centro di raccolta di San Foca (Lecce), spesso definito “lager” per le carenze d’ospitalità, nel quasi albergo Regina pacis, ove non mancano gli spazi dedicati all’attività sportiva, alla vita comunitaria, all’intimità familiare. E, finiti gli sbarchi dall’Albania, si è dedicato al recupero delle donne altrimenti destinate, per sopravvivere, all’ignobile mercato di se stesse. Ed ora quell’uomo, animato da tanto amore per il prossimo da farsi in quattro per contrastare la violenza e lo sfruttamento, tanto solerte da attirarsi ripetute minacce, (gli era stata persino assegnata una scorta!), si sarebbe macchiato di comportamenti illeciti così gravi da finire in “custodia cautelare”? Da non crederci: da meritevole a colpevole. Di sequestro di persona e violenza privata, reati per i quali però non è prevista la detenzione preventiva. Certo, da noi vige l’obbligatorietà dell’azione penale e il gip Enzo Taurino, che ha firmato l’ordine d’incarcerazione, ha raccolto una precisa denuncia in tal senso da parte di alcune cittadine della Moldavia: don Cesare avrebbe sottratto loro, per non farle uscire dal Centro, il passaporto e, in alcuni casi, il permesso di soggiorno. Ma perché mettere in galera, perché non limitarsi ad indagare e magari scoprire quello che tutti sanno, che le suddette in precedenza erano state ritrovate, a tarda notte, ubriache; perché non declassare il reato ad “eccesso di tutela”, non perseguibile? Perché, prima di spiccare un ordine di arresto, non cercare prove, non reperire altre testimonianze, non interrogare le tante ospiti del Regina pacis che oggi dichiarano pubblicamente la loro solidarietà a don Cesare, riconoscendone i meriti? Anche nelle case di cura i pazienti a rischio sono tenuti sotto controllo: anche in tal caso saremmo di fronte al reato di sequestro di persona? Sono domande che circolano, in Italia, tanto che il procuratore Taurino si sente in dovere di garantire di non avercela con i preti e di specificare che “l’arresto non dipende dall’accusa delle Moldave, bensì da altri reati precedentemente individuati. E cioè: il “pestaggio di 17 Magrebini” (sul quale le versioni giornalistiche non sono concordi); un imbroglio “per zelo antiabortista” ai danni di una ragazza (presunta falsificazione di un certificato medico di gravidanza), nonché “minacce” per indurre a calunniare. Inizia così il processo mediatico, prima ancora di quello giudiziario, con l’Italia che si spacca in due: chi pro, chi contro il sacerdote incriminato. Non è la prima volta che succede, purtroppo non sarà l’ultima. Il caso fa tornare alla mente il lungo, interminabile processo contro “l’eroe di San Patrignano”, quel Vincenzo Muccioli che spese la vita per restituire dignità e futuro ai drogati e finì inguaiato dalla Magistratura di Rimini che lo accusò di “sistemi troppo spicci” nei confronti dei ragazzi del suo centro di recupero. Come se non si sapesse che, se si vuole arrivare ad un risultato concreto, occorrono autorevolezza, regole e disciplina. Come se non avessimo già registrato i mali che conseguono all’eccessivo permissivismo, al perenne riconoscimento di tutti i diritti, senza adeguato richiamo ai doveri, alla debolezza di fronte a tutte le richieste, anche quando eccessive. Davvero vogliamo pensare che non ci sia relazione di causa ed effetto tra l’aumento della criminalità e dei suicidi, o tentativi di suicidio, giovanili e la corrente mancanza di severità, il consenso a tutti i comportamenti, magari viziosi, la difesa ad oltranza della “libertà”, pure quando diventa licenza e sregolatezza? I giudici che condannano – è successo recentemente in Italia - un padre per aver rifilato uno schiaffo alla figlia tredicenne, rientrata a notte inoltrata dalla discoteca, davvero credono di applicare il Codice e non piuttosto di indulgere ad un eccesso di garantismo? E che educazione ricevono i giovani se si può infliggere una pena – è capitato anche questo - al professore che, stufo di sentir squillare un cellulare in classe, ordina inutilmente di spegnerlo e finisce con il requisirlo alla proprietaria arrogantemente disobbediente? Avranno anche ragione, i magistrati, quando si ribellano all’accusa di politicizzazione che spesso li colpisce. Ma non deve essere così campata per aria, l’accusa, se l’Arcivescovo di Lecce, mons. Cosmo Francesco Ruppi, alla notizia dell’arresto di don Cesare reagisce prima pregando, poi ammettendo che il suo segretario “è stato scomodo ad alcune forze politiche ben individuate”, pur avendo sempre agito “in nome della Chiesa e per la dignità della persona”. Il che a qualcuno non piaceva, se hanno potuto lanciargli una bomba di avvertimento sotto casa ed imbrattare, per insultarlo, perfino la splendida Cattedrale di Lecce. Senza che nessuno ne abbia risposto di fronte alla legge. Non so se, in carcere, un sacerdote ha la possibilità di celebrare la Messa. Dubito però che possa percorrere le tappe della Settimana Santa. Il che, per un uomo di fede, è già una condanna. Senza processo!
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