L’ipocrisia del testamento biologico

Un implicito consenso all’eutanasia. Il laicismo prevale sulla laicità. Impossibile stabilire per legge quando c’è accanimento terapeutico

  

A volte basta poco per sollevare un problema, all’apparenza improrogabile, sul quale per un po’ si sprecano polemiche e dibattiti, salvo poi farlo piombare nel dimenticatoio. L’ultimo caso riguarda l’eutanasia: se n’è discusso aspramente per qualche giorno, poi le dispute sulla finanziaria e la vicenda della bambina bielorussa hanno fatto dimenticare la lettera aperta inviata, il 22 febbraio scorso, da Piergiorgio Welby al Presidente della Repubblica.

Quel povero cristo, malato di distrofia muscolare ed immobilizzato su un letto di dolore, al Capo dello Stato diceva che il suo “sogno è poter ottenere l’eutanasia”, perché non ne può più, perché la sua non è più vita, se vita è “la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico”. Gli fa orrore, la morte, ma preferisce comunque farla finita, uscire da quel corpo che “non è più mio”, perderla, quell’esistenza che è tale solo se “dignitosa e decorosa”. 

Giorgio Napolitano riceve, si commuove e l’indomani invita Governo e Parlamento a riprendere in mano la questione. Le reazioni sono immediate ed opposte: il presidente della Camera, Bertinotti, ritiene che il “problema è drammatico” e, quindi, va affrontato quanto prima; Franco Marini, presidente del Senato, afferma che “la parola eutanasia non ha spazio nel dibattito politico” ma apre al “testamento biologico”. Poi il diverbio si è allargato: da una parte, il netto rifiuto di tutto il centrodestra, perché una discussione del genere sarebbe “contraria alla cultura del Paese”; dall’altra le divergenze nell’attuale maggioranza, tra centro (“Napolitano si è lasciato prendere la mano dall’emotività, con il rischio di “indurre il Parlamento a prendere decisioni affrettate”) e sinistra (“vi sono diverse concezioni morali e nessuna può essere imposta a tutti”).

Anche i cittadini si dividono: da un sondaggio di Mannheimer è risultato che, se nel 2001 il 54% degli Italiani era contrario, oggi una percentuale quasi uguale è favorevole. Chi approva l’eutanasia - l’80% dei quali, a stare ai dati del rilevamento, non partecipa mai alle funzioni religiose - poggia il suo “sì” sull’umana pietà e sulla coscienza personale; chi rifiuta, anche se non credente, fa riferimento alla fede cristiana.

Poi sulla questione è caduto il silenzio che però non durerà molto. Sono stati, infatti, già depositati in Parlamento diversi disegni di legge: alcuni favorevoli al “testamento biologico liberamente e volontariamente sottoscritto nonché sempre revocabile”; altri per legalizzare l’eutanasia, sempre (come già avviene in altri Stati Europei, Svizzera compresa) o solo in determinate condizioni (stato terminale della malattia e in presenza di “sofferenze fisiche o psichiche intollerabili”); altri tendenti a vietare l’accanimento terapeutico e, al contempo, a favorire la diffusione, a spese dello Stato, di cure palliative e/o antidolorifiche.  

Certo, a prima vista si potrebbe riconoscere validità al ragionamento di chi sostiene che è meglio morire piuttosto che vivere con una progressiva perdita dell'autonomia fisica, dipendenti da una macchina e sfiniti dal dolore. Può sembrare ragionevole la richiesta di una legge che stabilisca quando la "pietà" possa prevalere sul comandamento: "Non uccidere". E parrebbe efficace un testamento biologico con il quale, in caso di malattia incurabile, chiedere di non essere tenuti artificialmente in vita. 

 Ma ciò significa accettare la tesi “laicista”, non “laica” (la differenza è stata più volte spiegata), che dà troppa importanza al concetto di diritto personale e di libertà; che tradisce una concezione edonistica della vita, che svuota di ogni valore i precetti cristiani. E dimostra l'incoerenza del ragionamento: la “dolce morte” non è mai così dolce come sembra. Anzi procura sofferenze atroci: già dimenticati gli occhi dolorosamente sbarrati di Terri Schiavo condannata a morire di fame e di sete?

L'accanimento terapeutico è già rifiutato dalla Chiesa e vietato dalla legge. Che significato ha, allora, il testamento biologico, se non quello di arrivare ipocritamente alla legalizzazione della “dolce morte”? Si corre invece il rischio di scivolare sullo stesso piano inclinato che, in Olanda, nel 2000 ha permesso l’eutanasia solo ai maggiorenni capaci d’intendere e di volere; nel 2002 l’ha estesa ai minorenni sopra i 12 anni; nel 2004 ai bambini più piccoli, previo consenso dei genitori e dei medici; e quest’anno vorrebbe concederla anche ai malati di mente.

E’ indubbio che il confine tra eutanasia ed accanimento è sottile. A renderlo più esile concorrono i progressi della medicina, senza i quali il problema non si porrebbe. Ma la scienza medica scopre sempre nuove verità. L’ultima proviene dalle Università di Cambridge e di Liegi ove si è di recente appurato che la “morte cerebrale” può essere solo apparente: si è sottoposta a stimoli verbali una paziente in stato vegetativo. La donna ha dimostrato “di comprendere gli ordini parlati e di rispondere attraverso l’attività cerebrale”, registrata da appositi scanner. Quindi di essere “consapevole di se stessa e di ciò che la circondava” (dal resoconto dello studio in questione). Non morta, dunque (e teoricamente esposta ad estrazione degli organi), bensì viva, nel corpo e nell’anima.

Nella polemica tra sostenitori ed obiettori dell’eutanasia, la medicina pretendeva sempre l’ultima parola. Ora è la medicina stessa ad avere seri dubbi; a mettere in discussione la convinzione, ormai corrente, che solo il corpo abbia “rilevanza sociale” e solo finché funziona e non provoca dolore; a capire che in un corpo che può sembrare morto resta la vita dell’anima. E a riconoscere, sia pure senza dirlo, che la vita è e rimane un dono di Dio.

 Egidio Todeschini

7.10.2006