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La Svizzera ancora tra i paradisi fiscali Innegabili i passi in avanti fatti dalla Confederazione ma insufficienti. E l’Ocse la inserisce nella lista grigia insieme ad altri Paesi
I miei commenti su fatti nazionali ed internazionali suscitano a volte complimenti, spesso perplessità, quando non critiche, nei lettori che poi mi scrivono per espormi gli uni e le altre. Normale, fa parte della cosiddetta libertà di opinione, anche se, in alcuni casi, le disapprovazioni sono frutto di pregiudizio o di antagonismo anticlericale. Questa volta, invece, la lettera che mi è stata inviata da Elisa Canton, responsabile, tra l’altro, delle relazioni politiche della Svizzera con l’Italia ed il Vaticano, pecca di un encomiabile ma forse eccessivo amor patrio. La Signora fa riferimento al mio articolo sulla visita del Pontefice in Africa, del quale apprezza l’impostazione generale ma rifiuta come “erroneo e fallace, fuori contesto ed arbitrario, iniquo nei confronti dell’ingaggio della Confederazione Elvetica nella lotta contro i fondi di potentati e la criminalità internazionale” il mio inciso nel quale (dopo aver ammesso che “i soldi servono ma non bastano per fare incamminare verso il progresso un continente sconvolto da guerre, da dittatori e da corruzione”) scrivo: “La Nigeria è ricchissima, grazie al petrolio, ma i soldi incassati dalle élites dominanti finiscono nelle banche svizzere!”. Sento il bisogno di rispondere pubblicamente. E’ vero che, come la Signora scrive, la Svizzera ha preso alcune iniziative per lottare contro “il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo e la corruzione”; vero anche che questo “è l’unico Stato che procede alla restituzione ai Paesi di provenienza dei fondi di potentati bloccati in Svizzera”, dei quali cita, ad esempio, i “casi Montesinos (Perù, 2002), Marcos (Filippine, 2003), Abacha (Nigeria, 2005), Salinas (Messico, 2008)”. Infatti - questa precisazione è mia - sono stati restituiti, ma solo dal 2002 ed è la stessa Canton a dirlo, 1.546 milioni di dollari. Altrettanto vero, però, che altre centinaia di milioni restano congelati, visto che, negli anni, è stato depositato in Svizzera il 23% dei 7.300 miliardi di dollari sottratti all’erario di molti Paesi, europei e non, ma soprattutto alla povera gente malnutrita e malata del Terzo Mondo. Una montagna di denaro, superiore al debito estero dell'Africa sub sahariana (nel 2004 era di 227 miliardi di dollari), rubata ai loro popoli. Mi spiace, Signora, ma non è errato e falso, tanto meno arbitrario, riconoscere che, per decenni, le banche elvetiche hanno accettato soldi da dittatori, in particolare africani; che ancora oggi ciò succede, a dispetto delle iniziative statali, visto che lei stessa asserisce che “se…fondi di potentati accedono alla piazza finanziaria svizzera, questi devono essere identificati e restituiti”, con ciò lasciando intendere che il paradiso fiscale continua ad attrarre. Anche perché, come lei sa bene, in Svizzera esiste l’autonoma sovranità dei Cantoni e solo lo Stato centrale e il Cantone di Ginevra fanno reali sforzi per limitare il deposito della favolosa ricchezza, frutto della corruzione e del saccheggio degli Stati del Terzo Mondo da parte di dittatori ed élite autoctone. Forse era esagerato affermare, come ha fatto l’anno scorso il Ministro tedesco delle Finanze, Peer Steinbrück, “che la Svizzera dovrebbe essere inserita nella lista nera dei paradisi fiscali. In altre parole, che andrebbe messa all'indice”, insieme al Liechtenstein, al Principato di Monaco e ad Andorra che si rifiutano di collaborare con l'Ocse nella sua campagna contro detti paradisi. Sta di fatto che l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico la iscrive, anche quest’anno (notizia del 4 aprile), in una “lista grigia chiara”, una specie di purgatorio nel quale convive con altri 7 Stati, in quanto “ha annunciato un processo che deve ancora essere portato a termine”. Certo, ora la Svizzera collabora con l’Ocse, ma la decisione di riprendere l’applicazione dell'art. 26 della Convenzione modello, che prevede lo scambio d'informazioni in materia di cooperazione fiscale, come la stessa Canton ricorda, nella sua lettera, risale al 13 marzo scorso: fatto positivo ma insufficiente, se la stessa Confederazione si dichiara disponibile a collaborare ma fa presente che l’addio al segreto bancario potrebbe avere tempi lunghi, anche se le banche si sono dette d’accordo. Quel segreto che ha regnato indisturbato nella Confederazione e che esiste ancora, benché una legge del 1998 ne abbia stabilito la sospensione, quando arriva dall'estero una richiesta d’indagine giudiziaria; che ha favorito l’evasione fiscale di tanti magnati; che ha permesso di restituire solo 115 milioni, dei circa 2 miliardi di dollari sottratti da Abacha, 700 milioni dei quali depositati in 19 banche svizzere tra il 1993 e il 1998. E che solamente l’eroismo del guardiano notturno dell’Ubs di Zurigo, Christoph Meili, il quale, nel 1997, rese pubblico il grande scandalo dei fondi ebraici dormienti nelle banche svizzere ed impedì che i relativi documenti risalenti agli anni ´30 finissero al macero, permise finalmente la restituzione di 1,25 miliardi di dollari alle associazioni ebraiche. Quel Meili che fuggì poi negli Stati Uniti per salvarsi dal reato di violazione del segreto bancario, reato che, per quanto ne so, non è stato ancora depennato. Diciamo le cose come stanno. La Svizzera ha sì intrapreso il lungo cammino che la porterà ad entrare, si spera, nella “lista bianca” dell’Ocse, ma non lo ha ancora concluso. Sarò il primo a darne notizia e a congratularmi, quando ciò avverrà. Egidio Todeschini
16.4..2009 |