Meglio costruire la casa sulla roccia

Nella vita tutto passa. Lo dimostrano i fatti storici e le cronache attuali. Solo la Parola di Dio è fondamento sicuro

 

“Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà”. Queste le frasi del Papa, pronunciate a braccio il 6 ottobre scorso, durante il Sinodo dei Vescovi, ed evidentemente dettategli dalla crisi finanziaria che, proprio quel lunedì, peggiorava. Benché improvvisate, suonano come deduzione logica della premessa: “La Liturgia delle Ore ci propone un brano del Salmo 118 sulla Parola di Dio…”, nella quale si parla, appunto, della solidità del messaggio divino. Solidità testimoniata da Gesù: “Cieli e terra passeranno, la mia Parola non passerà mai” e ribadita da Benedetto XVI: “La Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà”. E’ ciò che permette di costruire non sulla sabbia, bensì sulla roccia.

A questo punto il Pontefice sconfina nella cronaca del giorno, volendo far comprendere che, nel tempo, tutto passa, agiatezza e povertà, successo e fallimento, potere e discredito. Un concetto che può, anzi dovrebbe essere suggerito dal buon senso, sulla base di una, sia pure superficiale, conoscenza degli avvenimenti storici, nonché dall’osservazione della vita quotidiana. Purtroppo, invece, il nichilismo dominante, travisando l’insegnamento cristiano, spinge a credere che, se nulla si salva, non vale la pena vivere; o, al contrario, che, se tutto è effimero, meglio godere.   

Divagazione, quella del Santo Padre, dettata dalle difficoltà economiche mondiali del momento, ma soprattutto dalla fede. Lo stesso pensiero, ad esempio, fu espresso da don Giussani al termine di un Meeting di Rimini particolarmente ben riuscito, quindi in circostanze opposte a quelle attuali: “Tutto passa - disse - l’unica cosa che resta è il tuo faccia a faccia con Cristo”. Come dire che è realista solo chi costruisce la propria vita sull’insegnamento divino. Che solo servendo il Signore si realizza lo scopo della nostra esistenza, uscendo “dalla limitatezza delle nostre esperienze”.

 Sono parole semplici ma rigorose, quelle di Benedetto XVI,  il cui magistero è caratterizzato, da una parte, dai frequenti ammonimenti a non lasciarci in­cantare dalle sirene del potere, del carrierismo, del successo facile; dall’altra, dai numerosi inviti alla solidarietà, al dialogo costruttivo, alla condivisione con il prossimo del nostro benessere. Il Papa non nega l’importanza del denaro, mezzo di sussistenza e di sviluppo. Mette però in guardia dal considerarlo l’unica meta da raggiungere, dal trasformarlo in “Mammona”, in quel dio che finisce con l’essere fonte di tante discriminazioni ed altrettante ingiustizie. E ricorda che solo ponendola al servizio della carità, la ricchezza diventa moralmente lecita. Invita, il Pontefice, ad assumerci le nostre responsabilità, a fare nostra la celebre frase di Gesù, quel “Date a Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare”, spesso interpretata solo in termini di distinzione tra compiti spirituali della Chiesa e funzioni politiche dello Stato: 2000 anni fa non esisteva il conflitto tra religione e laicità. E’ piuttosto un’esortazione a non crederci padroni del creato e a non indulgere nella convinzione che l’uomo abbia tutti i poteri, compresi quelli della vita e della morte. Soprattutto, a non escludere Dio dagli orizzonti umani.   

Un discorso ed una divagazione sui fatti problematici del momento che dovrebbero farci riflettere e che, invece, hanno suscitato, in tanti laicisti o non credenti, commenti assurdi, quando non addirittura offensivi. Come quello uscito su La Stampa a firma di Barbara Spinelli che attribuisce al Papa parole “bellissime e commosse” ma rileva che “nella voce è come se mancasse un poco di bontà, di veridicità”, perché quelle parole suonano come “una nenia per bambini” cantata da chi “è indifferente alla tempesta che in questi giorni agita l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena”. Parole che “non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e il sordo divorante sospetto che l’economia di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto”. Quasi che “la Chiesa…desiderasse il ritorno all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona”.

Non ha capito granché, la giornalista in questione. O, forse, finge di non capire. Come chi ha ironizzato sul fatto che il Vaticano, presagendo la crisi, già dall’anno scorso ha tramutato in lingotti d’oro tutti i suoi averi in denaro, quasi ad insinuare che, salvaguardando e mettendo al sicuro il proprio tesoro, la Chiesa predichi bene ma razzoli male. Un’ironia facile ma sciocca di chi dimentica che ciò permetterà a tanti cristiani, ecclesiastici o laici che siano, di mantener fede all’imperativo di “dar da bere agli assetati e da mangiare agli affamati”, e di continuare la loro innegabile e continua opera di assistenza ai poveri in Italia e nel mondo.

Egidio Todeschini

 

17.10.2008