Quel pericoloso “Dico” non s’ha da fare

La dichiarazione di convivenza garantisce i diritti e dimentica i doveri della famiglia. Il silenzio imposto alla Chiesa frutto di poca democrazia

 

Caduto il Governo, viene meno, per ora, lo scontro politico che aveva ulteriormente indebolito la coalizione di maggioranza. Nel seno della quale, già frazionata dalle polemiche sulla Tav di Val di Susa, l’allargamento della sede Usa a Vicenza, il finanziamento della missione di pace in Afghanistan, il riaccendersi del terrorismo rosso, l’abolizione o meno della legge Biagi e la correzione del sistema pensionistico, si era aggiunto, ad alimentare la discordia, il progetto di legge sui “Dico” (Dichiarazione Conviventi), approvato dal Consiglio dei Ministri per regolare le convivenze di fatto, parentali, etero o omosessuali. Un testo, inviso al centrodestra e stigmatizzato dalla Chiesa, che aveva messo in imbarazzo i cristiani del centro; convinto i cattolici “adulti” alla Prodi, Scalfaro e Bindi di poter fare la lezione al Papa; scontentato i gay alla Wladimir Luxuria; spinto i leader dell’Udeur e dell’Italia dei Valori, Mastella e Di Pietro, a proclamare - salvo contrordine dell’ultimo momento - di votare contro; incrementato fino al parossismo le sinistrorse e radicali accuse di “ingerenza politica” del Vaticano.  

Che non può tacere di fronte al capolavoro di ambiguità e di furbizie del “Dico” ove, nel tentativo di mettere tutti d’accordo, sparisce ogni riferimento ai Pacs, non si allude a “parità” tra famiglia naturale e di fatto, non appare la parola “matrimonio”, non è richiesta la dichiarazione congiunta davanti ad un funzionario (basta una raccomandata!). Il che serve ad allontanare il sospetto di voler istituire un nuovo modello di unione coniugale. In compenso, abbonda in riconoscimenti di diritti, trascura i doveri, rischia d’intasare i tribunali civili, aggrava notevolmente le uscite dello Stato e favorisce l’immigrazione extracomunitaria.

Esagero? E’ sufficiente leggere il testo per rendersi conto di quanto siano legittime le critiche che suscita in molti, in particolare nelle gerarchie ecclesiastiche che vi vedono “segni di cedimento” a quel relativismo, spesso condannato dal Papa, che scardina le famiglie, limita, anche con l’aborto, la procreazione, favorisce le libere unioni, trasforma l’atto d’amore in mera sessualità, guarda all’adulterio con ingiustificabile tolleranza. Né vale pretendere che così si viene incontro ai “cambiamenti in corso nelle società moderne”, davanti ai quali, a detta del socialista Villetti, “neppure il Pontefice può chiudere gli occhi”. Dimentica, l’onorevole, che non tutto ciò che è “moderno” è accettabile: anche il teppismo giovanile è specifico dei nostri giorni, ma non per questo va tollerato, tanto meno legittimato.

Sta di fatto che, a stare ad un recente sondaggio (Corriere della Sera del 19/2), sull’argomento gli Italiani si dividono a metà: il 47% è contrario, il 45% favorevole, una gran parte dei quali, benché elettori di centrosinistra - è Mannheimer a scriverlo – vede “la concessione di diritti alle coppie gay… con molto minor favore”. Forse i bendisposti non lo hanno letto, quel testo. Altrimenti ne avrebbero colto tutte le incongruenze, anche politiche e sociali, oltre che religiose, e le tante concessioni elargite per “tutelare i diritti di tutti e le persone più deboli”, come sostengono i relatori! Avrebbero scoperto che si parla di “reversibilità della pensione” (art. 10), ma rimandandone l’applicazione al momento del “riordino della normativa previdenziale e pensionistica… tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali del convivente superstite”, oltre che della durata della convivenza. Strano concetto di “diritto”, se ubbidisce all’ideologia dei “ricchi che devono piangere”.

Quello di cui non tiene conto, invece, è l’onere economico che ne deriverà allo Stato: nel 2003 le coppie di fatto eterosessuali erano già 564 mila; alle quali vanno aggiunti i 2 milioni (a dirlo è il presidente dell’Arcigay, Grillini) di coppie omosessuali. Il fenomeno è in crescita e il 46,7% dei conviventi è separato o divorziato, quindi gode già, se non si risposa, della reversibilità della pensione del coniuge deceduto. Un incremento di spesa, per l’Inps ormai al tracollo, di decine di miliardi di euro in due decenni.

A leggere il “Dico” ci si accorge anche che, dopo 9 anni di convivenza, si acquisisce il diritto all’eredità, in misura variabile in funzione della presenza di figli o ascendenti (art. 11). Con il rischio, però, di intasare la già oberata Magistratura civile, quindi di allungare i tempi processuali, con i ricorsi di parenti esclusi dalla successione: strana “tutela dei deboli e dei diritti”, se li si fa dipendere dalle infinite lungaggini giudiziarie; e se, per concederli a qualcuno, si tolgono ad altri. Si trova persino (art. 6) il “dono” di un permesso di soggiorno all’extracomunitario convivente con un cittadino italiano, senza che sia richiesto un tempo minimo di convivenza, il che avvalora il sospetto che molti anziani con scarse capacità economiche potrebbero “fingere” di essere in coppia con la propria badante straniera. E’ vero che l’art. 3 prevede sanzioni per le false dichiarazioni ma, trattandosi di una registrazione puramente anagrafica, spetta al Comune scoprirle, con un sovrappiù di spesa che non sempre può permettersi. 

Arbitrarie pure le altre concessioni (assegnazione di alloggi pubblici, successione nel contratto di locazione, agevolazioni in materia di lavoro: rispettivamente artt. 7, 8 e 9) i cui oneri pesano soprattutto sul singolo cittadino; ed ingiusta la decisione di togliere ad un parente, per accordarlo al convivente, il diritto di decidere in caso di malattia incurabile e sulla donazione degli organi (art. 5). A fronte di tali benefici c’è solo l’obbligo, per “un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza” (di almeno 3 anni) di “prestare gli alimenti” all’ex convivente, anche se la coppia si è sciolta (art. 12). Un pasticciaccio brutto che non deve diventare legge.    

Perché è un invito ad evitare le nozze tradizionali. Con un “Dico” si ottengono i vantaggi di una famiglia legittima, senza sottostare ai doveri e alle spese che essa comporta. Non stupisce, quindi, che la Chiesa insorga contro tale tentativo di svilire il matrimonio e sminuirne il compito primario della procreazione. Allarma invece la pretesa d’imporle il silenzio, espressione di anticlericalismo ideologico e di quell’ipocrisia che riconosce libertà di opinione e di parola solo a patto che si dica e si pensi ciò che si vuole sia detto o pensato.

 Egidio Todeschini

23.2..2007