Dialogo sì ma anche più reciprocità

Sempre più cruenti gli attacchi dell’estremismo musulmano.
L’Occidente sa solo recitare il mea culpa. Dal Papa la condanna
più severa.

 

Lo scontro tra Occidente e fanatismo islamico va acuendosi di giorno in giorno. Il che non ci tranquillizza, anche perché, di fronte ad una situazione che diventa sempre più tragica, complessa e complicata, le società occidentali sembrano non saper far altro che continuare a fare sfoggio di inutili disquisizioni, a discutere se trattasi di una guerra di religione, di civiltà o di potere economico, a vantare le proprie conquiste di libertà e garantismo, in nome delle quali giustificare ogni reazione ed addirittura offrire un appoggio incondizionato in nome di un preteso multiculturalismo.      

Il conflitto continua, i morti e le distruzioni aumentano e il mondo occidentale, Unione Europea in testa, reagisce con un balbettato “ci vuole il dialogo” che ha il sapore, se non di resa, quanto meno di pericolosa sottomissione alle prepotenze altrui. Sa solo recitare il “mea culpa”, questo nostro Occidente, per le pretestuose denunce (vedasi Guantanamo o i soprusi nel carcere di Abu Ghraib, peraltro già puniti) o per certi comportamenti irresponsabili (la “maglietta” di Calderoli, per esempio, e la pubblicazione delle vignette satiriche, indubbiamente di pessimo gusto), ma non osa pretendere dalle autorità islamiche che si dissocino da quei fanatici assassini e brutali. A volte, addirittura, si autocondanna, come se la miseria delle popolazioni mediorientali non dipendesse anche, direi soprattutto, dai regimi corrotti e dispotici che le opprimono.

L’Italia non fa eccezione alla regola, anzi. Tra l’altro, la fase elettorale aggrava la situazione, perché dà modo ai politici di sfruttare gli avvenimenti per tirar l’acqua al proprio mulino. Chi puntando sull’anti-islamismo, altri invocando il dialogo ma omettendo di pretendere reciprocità, altri ancora assumendo atteggiamenti oltraggiosi (quel “10, 100, 1000 Nassiriya” sbandierato a Roma mentre si bruciano le bandiere Usa ed israeliane!).

Ci si mette anche la Magistratura, da noi, a creare confusione concettuale, quando iscrive d’ufficio nel registro degli indagati l’ex ministro leghista, colpevole, a suo dire, di “vilipendio della religione”, ma attende che arrivi una querela se, a scaraventare dalla finestra il Crocefisso, è il musulmano Adel Smith. E omette di rinviare a giudizio per istigazione a delinquere, chiedendone l’estradizione all’Inghilterra (l’Unione Europea lo consente), l’integralista Anjem Choudary secondo il quale “Calderoli merita di essere ucciso… le violenze termineranno solo quando la condanna sarà eseguita… in Italia si troveranno decine di mujaheddin disposti ad eseguirla”. Oppure manda assolti alcuni terroristi, attribuendo loro il nobile titolo di “resistenti”.

 Nessuna autorità politica, italiana o europea che sia, ha preteso scuse riparatrici per i cristiani uccisi, i sacerdoti massacrati, le teste sgozzate, le persone rapite, i Crocefissi bruciati, gli edifici distrutti. Eppure nessuno degli incidenti ai quali stiamo assistendo con stupore ha il carattere della spontaneità. Abbiamo dovuto aspettare che, a prendere una posizione chiara e ferma, fosse il Papa. Il quale ha sì biasimato la mancanza di rispetto nei confronti dei simboli religiosi, ma ha anche condannato come inaccettabile la violenza perpetrata in nome della fede, in quanto “incompatibile con i principi sacri della religione”. Ha invitato al “dialogo”, però ha chiesto che sia “garantito a ciascuno – in modo reciproco, in tutte le società – l’esercizio della religione liberamente scelta”. Perché, se non c’è libertà di offendere, non c’è neppure libertà di distruggere. Tanto meno di uccidere.  

Certo, è difficile pensare di ottenere, oggi, reciprocità da quei Paesi ove si segnalano quotidianamente attentati, manifestazioni piene di astio, distruzioni di sedi diplomatiche e di chiese, massacri e pestaggi, minacce a tutto andare e vittorie elettorali dei partiti più estremisti. Ma è passo che va fatto, se non si vuole soccombere. E fatto con fermezza. Per non dare la sensazione di non saper reagire, peggio, di aver paura di reagire. E’ da suicidi cedere al ricatto violento e sanguinario di chi eccede negli eccessi. Che avranno anche motivazioni diverse, ma restano eccessi. Il cui risultato non cambia: morte e ancora morte.

Sanzionata ed inflitta in nome del Corano. Che è diventato il paravento dietro al quale mascherare deliri di potenza o smanie di potere. Sventolato come una bandiera per raccogliere proseliti e per mistificare, sotto forma di “guerra santa”, la brutale realtà di una guerra civile. Che rischia però di coinvolgerci. E’ il caso di prenderne atto. Di abbandonare la tendenza ad indignarci a corrente alternata e a scandalizzarci solo se vittime di aguzzini o d’irrispettose vignette sono i musulmani. Di non offrire l'immagine di una profonda disunità e di un pacifismo cieco ed ideologico, interpretabile come resa. Di renderci conto che, se tolleranza e garantismo ci consentono di sovvenzionare le moschee ed accettare il “diverso”, ciò non significa che dobbiamo anche permettere che questi violi le nostre leggi o limiti le nostre libertà.

E’ il caso di convincerci che le violenze di una certa minoranza islamica non sono la legittima risposta alle passate politiche dell’Occidente o la giusta reazione ad un comportamento individuale, per quanto irresponsabile, bensì il frutto, da una parte, dell’ignavia di chi – Onu, Unione Europea, Lega Araba - per senso di colpa o per superate ideologie ha paura di difendere la nostra identità giudaico-cristiana; dall’altra della strumentalizzazione, da parte di personaggi corrotti, dispostici e faziosi, di popolazioni indigenti e poco acculturate, quindi facilmente manipolabili anche sul piano religioso. E’ il caso di ritrovare coraggio e dignità, mettendo un limite alla tolleranza. O saremo sopraffatti.     

Egidio Todeschini

27.2.2006