Se “devolution” significa spreco

La riforma dello Stato in senso federale non piace agli Italiani. Perché costa troppo e rende poco. La mentalità clientelare dei politici

 Un recente sondaggio (Corriere della Sera) rivela che la maggior parte degli Italiani o non conosce i termini della riforma federale in discussione al Parlamento oppure è contraria. La qual cosa sembra aver reso felice l’opposizione che, nel testo presentato dal Governo, vede tutte le negatività possibili, dall’aumento insostenibile della spesa pubblica alla drammatica “rottura” dell’unità nazionale e al rischio di autoritarismo. 
  Ignoranza e contestazioni quanto meno stupefacenti visto che, da un paio di decenni almeno, si parla a tutto andare di federalismo (o devoluzione alla Bossi che dir si voglia) e visto che nella precedente Legislatura di centro-sinistra è già stato parzialmente adottato con la revisione – fatta all’ultimo momento e con una maggioranza di voti estremamente risicata – del Titolo V della Costituzione, che regola la forma dello Stato ed elenca le competenze delle singole Istituzioni. 
  E adesso si polemizza. Magari alterando i termini della riforma. O, peggio ancora, criticando oggi ciò che era stato ben visto ieri, quando a proporli ed anche a votarli, alcuni di quei termini, era stata esclusivamente la parte attualmente in minoranza. E quando, per confermarli, è stato fatto ricorso ad un referendum, ben sapendo che per le questioni costituzionali non è richiesto il famoso quorum del 50% +1 di votanti. 
  In effetti, è polemica tutta particolare, quella che impazza nella Penisola. Punta sul metodo (approvazioni a “colpi di maggioranza”) e sul merito – soprattutto il costo - della riforma, come se il primo fosse sopruso nuovo e l’altro manifesta prova d’incompetenza. Intendiamoci, non tutte le critiche sono campate per aria: quella sui costi del federalismo ha qualche motivo di essere, stanti i risultati, tutt’altro che positivi, delle esperienze regionali e provinciali inaugurate nel 1970 ed ampliate nel 2001 con il riconoscimento dell’autonomia legislativa. Che ha peggiorato la situazione finanziaria a livello locale e moltiplicato i conflitti di competenze. Questo però il centrosinistra non lo dice. 
  Sta di fatto che il federalismo ha motivo di essere se tende a meglio corrispondere alle esigenze dei cittadini; se risulta più trasparente e meno corruttibile; se, con il decentramento di alcuni servizi, permette di alleggerire il corpo burocratico statale. Finora però non è stato così.  Non sono stati soddisfatti i diversi bisogni in zone diverse, in quanto Regioni e Province hanno finito con lo scopiazzarsi a vicenda, sempre puntando comunque sull’intervento dello Stato per rimediare agli errori compiuti.  Non solo: si sono moltiplicate le burocrazie, spesso reclutate con il sistema clientelare di partito o, peggio, di parentela, senza un adeguato snellimento di quella ministeriale corrispondente. Infine si è dato l’avvio ad un susseguirsi di spese che possiamo solo definire sprechi.
  Parliamone, incominciando da ciò che scandalizza di più: l’entità degli emolumenti che i Consiglieri Regionali si autovotano e che variano da Regione a Regione. Il record lo batte la Sardegna , che pure è negli ultimi ranghi quanto a reddito pro capite, con oltre 14.000 euro al mese, che arrivano a 17, 18 e 18.500 per assessori, vicepresidenti e Presidente. Cos’è, se non un insulto all’arretratezza economica dell’isola? Le altre Regioni non sono molto sotto queste cifre: si va dai 12.500 € del Lazio e della Calabria ai 7.800 dell’Emilia! Le Province non sono da meno.
  Non contenti, i suddetti amministratori (più appropriato definirli divoratori del denaro pubblico) pensano già di aumentare dal 2005 il numero dei consiglieri eletti (praticamente ovunque, con punte massime in Campania (da 60 ad 80), in Emilia ed in Toscana (da 50 a 65). Intanto, con leggi regionali e/o provinciali (a volte anche comunali) sono state autorizzate assunzioni, manifestazioni, sovvenzioni, consulenze e progetti che hanno, a dir poco, dello stravagante.
  Ne cito qualcuna: le Province di Trento e Bolzano contano in totale 81.783 dipendenti su 421.200 abitanti attivi; quella di Roma stanzia 12.000 € per festeggiare la “resistenza cubana” a favore del dittatore Castro. Padova, invece, paga l’albergo (100.000 €) a 52 clandestini con tanto di foglio di via e spende 750.000 € per un “percorso viario per non vedenti” mai completato. La Val d’Aosta ha assunto (e paga con 1 milione di € all’anno) decine di consulenti, tutti amici o parenti degli assessori, mentre la Regione Sicilia devolve 103.000 € per farsi “inventare” un inno regionale.  L’Umbria prolifica di Enti: ne ha 298 con compiti diversi per i quali versa 8,6 milioni di euro all’anno e la Lombardia festeggia da 4 anni il capodanno celtico (!) con 460.000 €. Annui. Ci sono anche il “consulente” per il look del sindaco fiorentino e i 139 omologhi che costano annualmente al Comune di Roma ben 4,7 milioni. Firenze versa 12.600 € al consulente (?) che conta le rastrelliere per biciclette della città. Nessuna meraviglia, quindi, se le uscite degli Enti locali sono aumentate, in 7 anni, del 42% e se l’indebitamento totale raggiunge ormai la cifra (da capogiro) di 21 miliardi, 526 milioni, 727 mila €. 
  Quanto detto è più che sufficiente per rilevare che il federalismo già adesso costa moltissimo. Perché, come spesso capita da noi, l’azienda pubblica tende più a dare lavoro o sovvenzioni – tanto paga il contribuente! - a chi ricambia con il voto, che non raggiungere l’efficienza che si attende da esse. Certo che c’è da criticare, ma non il sistema federale in sé, esistente o futuro, bensì quella mentalità che lo trasforma immediatamente in macchina per conquistare suffragi o per sussidiare un parente. Il tutto legalmente, perché basta una leggina. Che però toglie ai nostri politici il diritto di definirsi così.

12.10.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini