Gli Italiani hanno paura del domani

Hanno perso la speranza o non sanno più a chi credere? Il rilevamento del Censis è tutto da interpretare       

  

Il 5 dicembre scorso mi sono imbattuto in uno stranissimo titolo del Corriere della Sera. Suonava così: “Le rughe dell’elefante e gli slogan della politica”. L’articolo portava la firma di uno stimato giornalista, Luciano Zincone. L’elefante rappresenta un classico della sociologia anglosassone, la politica è tutta nostrana. Il giudizio sulla quale è tutt’altro che positivo, specie quando l’articolista denuncia che i “Personaggi di Governo e di opposizione affollano i teleschermi ed i giornali soltanto per abbaiare slogan, per tagliare la realtà con l’accetta delle loro convinzioni militanti”. E ne tira l’angoscioso presagio: se “si riducono all’enunciazione di parole d’ordine, siamo ingannati e fritti.”.

Avvalora il tutto, Zincone, con alcuni esempi: cifre e tabelle che gli uni espongono e gli altri contestano come “false e mendaci”, dai finanziamenti statali, per qualcuno tagliati e per altri no, alla criminalità, in crescita o in diminuzione in funzione di chi la cita; dall’aumento, o riduzione, delle tasse, al debito pubblico, in calo o in aumento. Insomma, una realtà che, vista da destra o da sinistra, cambia totalmente e lascia i cittadini in una penosa incertezza. O li convince solo per obbedienza partitica, anche perché i “numeri” citati o non sono facilmente reperibili o sono difficilmente interpretabili. Lo stesso dicasi quando si commentano le riforme, della giustizia, delle pensioni, della scuola, ecc.

Non hanno fatto eccezione alla regola i commentatori dell’ultimo rilevamento del Censis. Ne hanno parlato a lungo, forse perché il contrasto tra tinte positive ed altre più pessimistiche ha permesso di illustrarlo a piacimento, estrapolando dalla 38° fotografia della società nazionale ciò che meglio risponde alle diverse opinioni e alle esigenze politiche della già iniziata campagna elettorale (in aprile si voterà per le Regionali). Ne è risultato che i politici ed i sostenitori dell’attuale maggioranza hanno esaltato soprattutto i dati riguardanti il calo della disoccupazione, l’invariata percentuale di cittadini sotto la soglia del minimo vitale, l’aumento, non indifferente, degli acquisti di immobili (più di 800.000 contratti in un anno!), il recupero di una certa sobrietà di costumi, la diffusione (siamo secondi in Europa!) dei cellulari.

L’opposizione ed i suoi fan, invece, hanno letto come ampliamento del divario tra ricchi e poveri la caduta dei consumi “popolari”, in contrasto con l’aumento dei consumi superflui. Hanno imputato ai soli benestanti gli incrementi degli acquisti immobiliari, giustificando così l’ipotesi di una tassa patrimoniale. Hanno soprattutto drammatizzato quel fenomeno di “paura del futuro” che, secondo il Censis, sembra diffondersi in tutte le classi sociali e di età; una “paura del domani” che permette, ad Enzo Biagi, di scrivere che “stiamo vivendo tempi incerti, confusi, anche un po’ foschi”; che è interpretata come la dimostrazione più evidente ed inequivocabile dell’esattezza delle diagnosi allarmistiche sull’economia, sulla democrazia, sul progresso, sul prestigio dell’Italia che, a detta di Prodi, il “centrosinistra dovrà far risorgere”.     

Inutile negarlo, la politica è fatta anche di questi, forse legittimi, trucchetti verbali e concettuali. Ciascuno tira l’acqua al proprio mulino. Anche a costo di alterare alcune verità e raccontare qualche bugia. Ma oggi in Italia si esagera se, come dice Zincone, si “descrive la società come se fosse un cubo liscio e compatto da spaccare in due: da una parte i berluscones, dall’altra quelli che detestano il Cavaliere”.

Perché è vero che nel rilevamento del Censis si parla di “paura”, ma è soprattutto vero che il suo segretario, Giuseppe De Rita, sottolinea che la “paura di impoverire è più forte dell’impoverimento reale del Paese”, data la tenuta dell’inflazione “sotto la quota del 2%”. Ed è vero anche che lo stesso De Rita invita a non abbandonarsi ad allarmismi inutili, se non dannosi. Ma, se le cose stanno così, c’è da chiedersi piuttosto perché (e cito da Dario di Vico, economista del Corriere della Sera) “ad onta delle statistiche ufficiali, il sentimento del Paese resti negativo”.

Forse troviamo la risposta in un recentissimo sondaggio di Mannheimer. Il quale traduce i dati del Censis, necessariamente generali (“gli Italiani hanno paura”), in statistiche suddivise per ceto sociale, per età e per opinione politica. E constata che, se la paura cresce o cala in funzione della scelta partitica di ciascuno, c’è un atteggiamento comune a tutti, giovani e vecchi, poveri e ricchi, uomini e donne: l’indifferenza verso la politica e, il che è forse peggio, la sfiducia nei suoi protagonisti del momento. Che non convincono, disilludono o non piacciono. Per i loro atteggiamenti aggressivi nei confronti degli avversari, a volte perfino dei propri partner. Per le divisioni che creano all’interno della coalizione di appartenenza. Per la mancanza di un programma alternativo condiviso. Per l’ambiguità di alcune proposte e di alcune prese di posizione. Per lo scarso rispetto che dimostrano nei confronti dei cittadini ai quali si crede di poter far credere tutto ed il contrario di tutto.    

E ritorniamo così all’articolo di Zincone, a quel dualismo interpretativo e menzognero, da questi denunciato, che caratterizza la nostra informazione; a quell’incertezza tipica di chi non sa chi mente e come è veramente la situazione nazionale, e finisce con il non credere a nessuno o ad immaginare futuri apocalittici, magari a distaccarsi dalla politica e a cercare soluzioni “fai da te”. In altre parole, si acuisce la distanza tra Paese reale e Paese istituzionale. Il che non giova a nessuno. Tanto meno all’Italia.

12.12.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini