La teologia del Papa non piace all’Islam

Fraintesa la lezione di Benedetto XVI all’università di Ratisbona.

Inaccettabili le reazioni musulmane, vergognoso il silenzio

occidentale

 

L’omelia del Papa a Monaco precede di sole 48 ore la “lezione” accademica tenuta all’Università di Ratisbona. Della prima non parla quasi più nessuno, nemmeno i Maomettani dei quali indirettamente elogia la fedeltà al loro credo; la seconda invece gli ha scatenato, da parte dei Musulmani, compresi i cosiddetti “moderati”, un putiferio d’accuse, di vignette oltraggiose e di condanne a morte (la classica “fatwa”). Oltre al silenzio e alle critiche di Capi di Stato occidentali e di politici. 

Ma cosa ha detto di così offensivo il Papa? Ai fedeli di Monaco ha spiegato che il nostro modo di vivere e di concepire i concetti di libertà e tolleranza, tende ad escludere “Dio dalla visione dell’Uomo”. Ciò crea preoccupazione, che si trasforma anche in violenza, nei seguaci delle altre religioni, della islamica in particolare, perché sentono la “vera minaccia per la loro identità” non nella “fede cristiana”, bensì nel “disprezzo di Dio” che caratterizza le nostre società; nel “cinismo che considera lo scherno del sacro un diritto della libertà”; nella tendenza occidentale ad elevare “l’utilità a criterio morale per i futuri successi della ricerca”. O nella pretesa dell’essere umano di mettersi alla pari di Nostro Signore.  

Agli accademici ed ai rappresentanti della scienza, riuniti a Ratisbona, ha illustrato, da professore, il rapporto tra fede e ragione. Una lezione quindi, impostata sul tema fondamentale del suo magistero, secondo il quale i mali del mondo moderno derivano dall’errata concezione di detta relazione, per cui si arriva o al fondamentalismo, che è fede senza ragione, o al laicismo che è pura ragione senza fede. Il Papa ricorda, invece, che esiste la terza via della “sana laicità”. Che rifiuta la tendenza occidentale di relegare la fede nello spazio privato ma esclude anche la violenza in quanto contraria alla ragione.

Per arrivare a tale conclusione, il Pontefice è partito dall’ormai famoso dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele II che, nel 1391, al dotto persiano rimprovera (in modo che lo stesso Ratzinger definisce “sorprendentemente brusco” e dal “linguaggio pesante”) il fatto che Maometto non ha portato nulla di nuovo, tranne “cose cattive e disumane, come l’ordine di diffondere la fede attraverso la spada”. Estrapolata dal contesto questa citazione, riportata dai media arabi ed occidentali, ha dato il via all’accusa di mancato rispetto nei confronti dell’Islamismo.

I due testi (Monaco e Ratisbona) tendono a dimostrare che non c’è possibilità di dialogo - quindi di rispetto - tra culture diverse se si scivola nel laicismo e nella dissacrazione delle regole morali, come tende a fare l’Occidente; o se si pretende, come sostengono i fondamentalisti musulmani, d’imporre con la forza la fede che è, in assoluto, un atto di libertà. Sia nell’omelia sia nella lezione accademica c’e lo stesso filo conduttore.

  Benedetto XVI ha esplicitamente asserito che non può affermarsi “il Regno di Dio se Dio è escluso dalla sfera pubblica”, perché credere in Lui non è un fatto esclusivamente privato, deve “piuttosto richiamarci alla responsabilità”; e se i valori tipicamente cristiani, tolleranza e libertà in particolare, “sono separati dalle loro radici morali”. Ma ha anche implicitamente ricordato che la differenza con l’Islam sta nel fatto che i Cristiani non impongono con la forza la loro fede; e che “jihad” (guerra santa) e conversioni ottenute “mediante la violenza” sono “irragionevoli”, quindi contrarie “alla natura di Dio”.

Ciò è bastato a scatenare il finimondo, a far dire alla Guida spirituale iraniana che il discorso del Papa è “l’ultimo anello di complotti contro l’Islam e i suoi valori sacri”; a far chiedere al Pontefice dal “moderato” Re del Marocco “di mostrare nei confronti dell’Islam lo stesso rispetto che nutre per gli altri culti”; a far definire dal premier turco “brutte ed inopportune” le parole di Ratzinger; a minacciarlo di morte sui siti internet degli estremisti, anzi, ad invitare a “decapitarlo” perché “adora una scimmia inchiodata sulla croce”; a far passare, alla TV di Al Jazeera, una vignetta animata nella quale si vede Benedetto XVI uccidere, una dopo l’altra, tre colombe della pace liberate da Giovanni Paolo II.

Viene spontaneo chiedersi, come fa Magdi Allam sul Corriere della Sera del 19 scorso, “come mai nessuno protesta” e perché “dovremmo giustificare e rassegnarci alla condanna a morte del Capo della Chiesa cattolica, all’uccisione di Suor Leonella a Mogadiscio, all’aggressione contro le chiese in Iraq e nei territori palestinesi, alla messa in stato di allerta delle nostre città e dei luoghi di culto cristiani, considerandole quasi una naturale reazione ad un discorso del Papa”. Viene spontaneo domandarsi perché i Musulmani possano reagire con manifestazioni, incendi, massacri ed insulti a ciò che essi ritengono lesivo del loro credo, senza che giunga loro nessuna forma di condanna o di riprovazione. E noi Occidentali dovremmo accettare senza fiatare che al Papa sia proibito di esprimere la propria opinione, di sottolineare i valori del Cristianesimo, di rilevarne ciò che lo distingue dall’Islam.

Non sarà facile instaurare un vero dialogo con gli Islamici. A loro ci uniscono tante cose ma ci separano altrettante. Soprattutto ci divide la convinzione che il Signore ci ha lasciato il libero arbitrio, quindi la responsabilità dei nostri atti, e ci concede la grazia del perdono. Gli Islamici considerano “martire” chi si uccide per uccidere in nome di Allah! Ritengono che Allah è grande perché, con il crollo delle Torri di New York, sono morti migliaia di “infedeli”. Non credono nella libertà dell’uomo perché tutto ciò che l’uomo fa o subisce nella vita è fatto e voluto direttamente da Allah. E credono di poter reagire con insulti e minacce di morte ad una lezione accademica della quale è stata trasmessa in arabo - senza le virgolette della citazione - solo un piccolo brano. Il che basta per affermare che il Papa non è stato frainteso. Si è voluto fraintenderlo.     

Egidio Todeschini

 

25.9.2006