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Europa, grande e senz’anima
C’è poca passione nella Costituzione appena
approvata. Scarse le novità, restano i dubbi. La voglia di
referendum rivela riserve e critiche
Di
primo acchito la notizia è di quelle che fanno trarre un sospiro
di sollievo: finalmente, dopo un lungo periodo di stasi, l’Unione
Europea si è data da fare per arrivare a siglare
la Costituzione
alla quale i 25 Stati per ora aderenti dovranno (o dovrebbero?)
attenersi. E’ indubbio che a darle la scossa vitale è stato il
risultato delle elezioni europee, dalle quali era uscita sconfitta, più
che questa o quella coalizione, questo o quel Governo, l’idea stessa
di un’Europa unita e coesa.
Inequivocabile il segnale, inviato dai seggi elettorali alquanto
deserti, di un euroscetticismo in crescita, indipendentemente dalle
politiche svolte nei singoli Stati. Perché, sarà anche vero,
come sostiene il ministro degli Esteri lituano, che “gli Europei
s’interessano più al pallone che all’Europa” e sarà
anche vero che le campagne elettorali, in Italia come altrove, hanno
puntato più sulle polemiche nazionali che sui programmi
comunitari. Ma è indubbio che sull’astensione ha soprattutto
influito la sensazione di avere a che fare con un’Istituzione “senza
anima”, per anima intendendosi quel sentimento d’identità
comune senza il quale non può esserci né entusiasmo né senso di
appartenenza.
E’ positivo, quindi, che i Capi di Stato e di Governo, riuniti
a Bruxelles, abbiano saputo cogliere l’avviso che saliva dal basso e
porvi rimedio, sia pure dopo vivaci discussioni e violente prese di
posizione, con una decisione dell’ultima ora che non convince del
tutto ma che indubbiamente è meglio del niente fin qui temuto.
Qualcuno ha definito “papocchio” il testo approvato che entrerà
in vigore nel 2009 (in alcune parti nel 2014) e che non ha totalmente
soddisfatto neppure gli estensori: significativo il fatto che, dopo la
firma, non si sia brindato al successo.
Sintomatico anche che perfino in Italia, il Paese
filoeuropeo per eccellenza, il compiacimento non sia stato né completo
né unanime. Infatti si è subito incominciato a parlare,
trasversalmente e perfino nelle alte sfere (l’avvio lo ha dato il
Presidente della Camera, Casini) di referendum approvativo, benché non
previsto dalla nostra Carta Massima, quindi teoricamente impossibile,
salvo revisione costituzionale. Una voglia di referendum dietro la quale
si leggono riserve e critiche: dalle più sferzanti ma eccessive (Calderoli
della Lega: “Quel testo riduce la sovranità nazionale e rende
il Parlamento europeo suddito della Commissione”) ad altre altrettanto
dure ma più azzeccate (Lupi, di Forza Italia: “Ne è
uscita un’Europa senza identità, un’Unione fatta di
burocrazie e di finanza”), a volte addirittura impietose (Pisanu,
Ministro degli Interni: “L’Europa è nata bene, sta crescendo
male e rischia di finire peggio!”).
Che ci sia un’insoddisfazione generale sul testo, è
indubbio. Per l’aridità dell’accordo, anche stilisticamente
macchinoso e di non facile lettura. Per l’assenza di quel richiamo
alle radici cristiane che ha spinto il Santo Padre ad esprimere, in
polacco, la propria indignazione con quell’affermazione “Non si
tagliano le radici!”, che lascia intendere che senza radici si muore.
Per la carenza di una vera unanimità di obiettivi senza la quale
non si unifica la politica estera e non s’ipotizza una difesa militare
comune. Ed anche per quell’ibrido istituzionale che ne è uscito,
un’Unione che non è né Stato Federale (è la vittoria di
Blair che ha così messo fine all’asse franco-tedesca), né
Confederazione di Popoli.
D’altra parte, era inevitabile che il tutto si concludesse con
un compromesso teso a minimizzare l’attuale scontro politico (che
peraltro da 70 anni ha sostituito il plurisecolare scontro bellico che,
a più riprese, ha sconvolto ed insanguinato il Vecchio Continente)
tra nazionalismi risorgenti, culture difformi, concezioni sociali e
religiose diverse. Certo, non si parla di radici cristiane, ma, rispetto
alla Convenzione di Giscard d’Estaing, c’è la novità
di un chiaro riferimento alle “eredità culturali e religiose”,
il riconoscimento dello status nazionale delle Chiese e l’invito ad un
“dialogo aperto, trasparente e regolare”.
Vero, rimane una specie di “veto” implicito nella quasi
unanimità (il 72% degli Stati rappresentanti il 65% della
popolazione) richiesta per le risoluzioni comunitarie in materia di
politica estera, difesa, fisco, affari sociali e giustizia (il che
renderà difficile decidere in tempi rapidi!) ma almeno
s’istituisce un Ministro degli Esteri, sia pure con poteri limitati,
eletto dal Consiglio europeo con nomina ratificata dall’Europarlamento.
E, nei rimanenti campi di azione basterà una maggioranza del 50%
più 1 degli Stati, sempre in rappresentanza del 65% di Europei.
Non è passata neppure la regola che limita a 18 il numero dei
“ministri” (membri della Commissione), però si è
rinunciato ad averne uno per ogni Paese e sono stati aumentati i poteri
del Parlamento di Strasburgo e si è prolungata a 30 mesi,
rinnovabili, la carica di Presidente dell’Unione.
Lasciamo perdere il quesito, essenziale ma che rimane aperto, sul
cosa succederà se un Parlamento nazionale non ratifica la neo
Costituzione o se un referendum la boccia. Resta il fatto che, a
renderla “brutta” è il “guazzabuglio di buone intenzioni
burocratiche” cui mancano cuore e comunione di principi e di valori, e
che la rendono più Trattato che Carta Costituzionale. E proprio
in ciò sta il rischio di decadenza dell’Europa.
27.6.2004
Egidio Todeschini
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