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La riforma che non si vuole fare Troppo silenzio sulla revisione della Costituzione. Quella attuale è nata male e la democrazia che ne consegue è bloccata. Ma i partiti non intendono rinunciare al potere Si parla tanto di riforme, di questi tempi. Della Giustizia, del lavoro, delle pensioni, della Banca d'Italia, delle regole di tutela del risparmio, delle autorità di controllo, dell'ordinamento statale (federalismo), della scuola, delle Università e forse ne dimentico qualcuna. Se ne discute pubblicamente, si litiga, a volte si demonizza l'avversario, spesso si sciopera. Ma c'è una revisione, il cui progetto è già in discussione in Commissione Affari Costituzionali del Senato, sulla quale la stampa e gli stessi politici per lo più tacciono. E' quella diretta a trasformare la nostra Repubblica da "parlamentare" (il Parlamento è la massima autorità istituzionale) in qualcosa d'altro. In che cosa non si sa: forse un cancellierato alla tedesca, oppure il premierato all'inglese o magari un semipresidenzialismo alla francese. In effetti non si conosce a fondo il tenore della riforma messa a punto l'estate scorsa da quattro "saggi" della maggioranza, rielaborata in Consiglio dei Ministri ed arricchita poi, in Commissione, con alcuni emendamenti proposti dall'opposizione. Ciò che, a tratti, emerge dal silenzio è spesso contraddittorio e serve più ad alimentare l'antiberlusconismo che non a mettere al corrente i cittadini sulla riforma allo studio. Il che fa pensare che anche questa volta non si riuscirà a passare dal riformismo parolaio a quello di fatto. O, e sarebbe peggio, che il nuovo testo presenterà gli stessi vizi della Costituzione precedente. Che non sono pochi. Perciò un aggiornamento della Costituzione s'impone, ed è necessità affermata da almeno vent'anni. Invano. Sì, qualche modifica ogni tanto, spesso estremamente sofferta - basti pensare a quanto hanno dovuto aspettare gli Italiani all'estero per ottenere una loro rappresentanza parlamentare - ma ben poco di sostanziale. A dispetto delle tre (o quattro?) Commissioni Bilaterali istituite (l'ultima, presieduta da D'Alema, nel 97) allo scopo di arrivare a sbloccare la situazione e a ipotizzare per l'Italia una nuova forma di Stato. Fallimento totale. Di tutte. Eppure la nostra Carta suprema ha veramente bisogno di un rinnovo. Non perché sia vecchia, ha "solo" 56 anni, bensì perché è nata male da Padri costituenti (556, dei quali 207 della DC, 219 dei partiti di sinistra, i rimanenti 130 suddivisi tra almeno 7 partitini) che, guardando più al passato - regime fascista e Monarchia - che non al futuro, istituirono un Esecutivo fatalmente debole ed un Capo dello Stato senza poteri. Perché formalmente riconosce la sovranità dei cittadini, ma sostanzialmente ne dà ai partiti lo scettro. E perché è formulata, in molte sue parti, nel modo ambiguo che i compromessi tra forze cattoliche di centro e partiti di sinistra immancabilmente comportarono. Non esagero, basta leggersi la Costituzione per rendersi conto di quanto essa sia frutto del clima teso del momento, che faceva dire a Pietro Nenni "la Repubblica o sarà socialista o non sarà"; che faceva scrivere a Piero Calamandrei, esponente dell'ala nobile dell'azionismo politico: "Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di centro non si opposero ad una rivoluzione promessa"; che suggeriva al liberale Benedetto Croce il j'accuse lanciato in Parlamento: "La Costituzione mette il partito al di sopra dello spirito umano". Ed anche al di sopra degli stessi cittadini, se non si sentì neppure il bisogno di sottoporla a referendum popolare, come avviene in tutti i Paesi democratici. Basta sfogliarla anche superficialmente per rendersi conto di quanto la legge fondamentale degli Italiani tuteli poco o nulla l'italianità dello Stato: non una parola sulla lingua nazionale, non un richiamo all'inno di Mameli, non un accenno sui suoi emigrati per i quali non si previde neppure il concreto esercizio del diritto di voto. Non è un caso se in essa la parola "Nazione", cioè insieme di cittadini liberi e sovrani, appaia solo due volte (articoli 9 e 67), mentre il termine "Repubblica" abbonda fino a sopraffare perfino lo stesso nome d'Italia. Non è un caso se esordisce non con un richiamo alla sua Storia o con un impegno a tutelare la libertà e la dignità dei cittadini, ma con quell'affermazione "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro", che va già meglio della formula allora suggerita dalle sinistre ( "è una Repubblica di lavoratori"!) e che tuttavia non stimola all'amor patrio e al senso civico. Non è un caso se in essa la Patria praticamente non esiste, ridotta com'è a "Repubblica una ed indivisibile". E non è un caso se spesso è interpretabile in maniera opposta, se gli stessi costituzionalisti, nel valutare la costituzionalità o meno di una norma, si contraddicono a vicenda. Le conseguenze le conosciamo: la Repubblica da "parlamentare" si è trasformata in "parlamentaristica" con due Camere gemelle (il che allunga i tempi legislativi) in cui prevale non la volontà popolare bensì quella dei partiti; è mancata per cinquant'anni l'alternanza; il consociativismo è diventata regola dominante; i Governi hanno avuto vita brevissima (in media non più di 8-9 mesi!) e le Legislature in genere non sono arrivate a termine. Come dire che la democrazia italiana è stata ed è "bloccata". Occorre "sbloccarla" mediante la trasformazione da Repubblica dei partiti, con tutte le degenerazioni e i trasformismi che essa comporta, a Repubblica dei cittadini, formata sul modello occidentale. Ma al lavoro sono ancora loro, i partiti. Riusciranno questa volta a far prevalere l’interesse nazionale? C’è da augurarselo. Egidio Todeschini 20.2.2004 |