Quel coraggio che manca ai giovani

I neo laureati che non trovano lavoro e passano la vita al bar o in famiglia aspettando la manna dal cielo. Ma è solo colpa loro? 

 

Mi capita sotto gli occhi un articolo, pubblicato un paio di settimane fa sul Corriere della Sera, del sociologo Francesco Alberoni. M’intriga il titolo, “L’alto (e meritato) stipendio del mungitore indiano” e leggo. L’autore esordisce elencando, senza nominarli, alcuni extracomunitari che, in qualche maniera, gli hanno semplificato la vita: un panettiere egiziano vicino a casa sua che sforna ottimo pane; un artigiano, anch’esso egiziano, che gli ha riparato in fretta e a prezzo accessibile “le porte dello studio”; un nordafricano che, nelle vicinanze, ha “aperto una fornitissima rivendita di giornali”.

Racconta di un amico “che possiede una modernissima masseria” ma non trova mungitori italiani; finisce con assumere “due indiani con uno stipendio di quattromila euro al mese”. E spiega che tutto ciò gli viene in mente pensando ai tanti neo “laureati disoccupati che passano il loro tempo davanti al bar”. Confronta, l’Alberoni, il comportamento degli stranieri con quello di molti giovani nostrani che trascorrono “la vita in famiglia” o fanno “concorsi pubblici, sperando che qualche politico amico o un parente ben inserito riesca a farli entrare in qualche ente o ministero”.

Non è un ingenuo, il sociologo. Sa bene che “si tratta di esempi isolati da cui sarebbe un errore fare generalizzazioni” Ma non può non riconoscere che “in certi casi, gli extracomunitari, soprattutto quelli provenienti da Paesi con una millenaria tradizione di lavoro, dimostrano più versatilità, capacità di adattamento e iniziativa di molti giovani italiani che, per il fatto di avere una laurea breve, aspettano di trovare un posto corrispondente alle loro aspettative culturali”. E gli viene “il dubbio che molti di loro siano presi dalla sfiducia e abbiano addirittura paura a spostarsi, a rischiare in un ambiente nuovo e difficile. Qualità che avevano i loro nonni, i loro padri che emigravano, ma che loro hanno perso in casa, a scuola, nel gruppo di amici, guardando la televisione, in discoteca, chissà dove”.

Qui finisce l’articolo ed io, che all’estero vivo da moltissimi anni, mi soffermo a riflettere. E’ chiaro che l’Alberoni non pensa al fenomeno che ha caratterizzato e caratterizza ancora alcuni Paesi, Svizzera compresa, nei quali chi ha raggiunto un certo grado di benessere e di sicurezza economica si rifiuta di svolgere determinati lavori considerati troppo “umili”, preferendo lasciarli, appunto, agli immigrati. Lo ha sperimentato la prima generazione di espatriati. E lo rileviamo ancora al ristorante, al supermercato, al bar, negli alberghi e nelle imprese, soprattutto edili, dove, se una volta trovavamo, come commessi, uscieri, camerieri o muratori, i nostri connazionali, oggi c’imbattiamo in sudamericani, africani o orientali.

Ciò che emerge dall’articolo mi sembra però più grave: è diagnosi di apatia, timore, scetticismo, ma anche di attesa di una manna che cada dal cielo. Come se i giovani fossero profondamente convinti, più o meno inconsciamente, di avere “diritto” a qualcosa di importante, di redditizio, di prestigioso, indipendentemente dalle reali capacità, dall’effettiva preparazione acquisita, magari anche dalla voglia di lavorare e di impegnarsi. Per cui, o hanno il proverbiale “santo in paradiso” cui rivolgersi o aspettano tranquillamente l’occasione opportuna. Sempre che, non ritengano “dovere” dello Stato agevolare, in tutte le maniere, l’inserimento nella società produttiva. E garantirne l’assenza di precarietà.

Non so quanto sia diffuso, in Europa e nei Paesi sviluppati, tale sbandamento psicologico o se esso sia tipico dell’Italia: certo, da noi il nepotismo è vizio secolare, la “raccomandazione” è all’ordine del giorno, il sicuro impiego pubblico è aspirazione diffusa. E forse nella Penisola la rassegnazione o le pretese sono più diffuse. Ma non credo che siano esclusivamente queste le cause del malessere denunciato da Alberoni. Sul quale pesa piuttosto anche l’odierna uniformità, nel mondo occidentale, di mentalità e di costumi che televisione, cinema, stampa e moda divulgano, enfatizzano, incensano. Basti pensare a discutibili spettacoli tipo “Il grande fratello” in onda anche sulle Tv straniere, alla diffusione dei generosi giochi a quiz, a certe trame cinematografiche in cui si intrecciano soprattutto furbizia, spregiudicatezza e violenza.

Ma non solo. Chiediamoci quanto influisca, a togliere sicurezza, ad infondere paure o a creare false convinzioni, lo sfascio della famiglia sempre più frequentemente destinata al divorzio. O la tendenza dei genitori a cedere su tutto, magari solo per farsi perdonare lo scioglimento del matrimonio e/o le troppe ore passate fuori casa. Pensiamo a quanto sia decisivo, per certi comportamenti, il consumismo e la “moda” che impongono l’usa e getta, il portatile di marca, l’abito firmato. O l’eccessiva libertà concessa a casa e nelle scuole e l’implicito stimolo fornito da alcune sentenze a danno del padre che ha rifilato una sberla alla figlia rientrata a casa a notte inoltrata piuttosto che del professore che ha “sequestrato”, ad un’allieva impertinente, un natel. Ed anche gli esempi negativi, forniti dai Vip della politica, dello spettacolo, della finanza, di guadagni facili ed esorbitanti ottenuti perché si è “figli di papà” o con imbrogli.

Non soltanto i giovani passano “la giornata al bar”. La passano in gruppi nei quali si confrontano, si organizzano, si stimolano, si scambiano informazioni, magari si sbronzano, spesso si drogano. Non è un caso se le statistiche nazionali (ed internazionali) parlano di un aumento continuo di uso di stupefacenti; non è un caso se le cronache raccontano sempre più spesso di scippi, aggressioni, violenze fisiche e sessuali messi in atto da gang di giovanissimi. O di atti di teppismo compiuti con la quasi certezza di passare impuniti. I giovani hanno perso alcuni valori ed alcune qualità? Certo. Ma di chi è la colpa?

Egidio Todeschini    

17.2.2006