La vergogna di riconoscere le proprie radici

La Costituzione europea e la scristianizzazione dell'Europa. Il mancato riferimento all’identità cristiana del Vecchio Continente. Arduo creare un futuro dimenticando la cultura del passato.

  Il 13 giugno scorso l'Assemblea, chiamata Convenzione e presieduta da Giscard D'Estaing, che doveva stilare la Costituzione Europea ha concluso i lavori. Non è stato facile stenderne il testo, l'Unione essendo sì necessità economica e politica dei tempi e forse anche della storia recente, ma non certo conseguenza naturale della Storia passata. La quale, più che unirci, ci divide: basta sfogliare il plurisecolare suo libro per trovare pagine di guerre e di contrasti, di egemonie e di sudditanze, di assedi e di carneficine, di sconfitte e di rivalse. Nel Vecchio Continente non c'è nulla che accomuni gli Stati, né lingue né tradizioni, né costumi né abitudini alimentari, né concezioni politiche né risorse economiche, né memorie né usi. Nulla, tranne le comuni origini greco-romane e la bimillenaria cultura cristiana, unico elemento unificante.
  Non per nulla l'Unione è stata, fino ad oggi, un colosso economico ma un nano politico: ad impedirle maggiore coesione è stata la Storia, ed anche la mancata creazione di una "coscienza" popolare europea. E non è un caso se, a rendere difficili i lavori della Convenzione, sono state le tre questioni – presidenza, decisioni a maggioranza o all'unanimità e riferimento esplicito alle radici cristiane d'Europa - che maggiormente risentono del diverso "peso" storico e culturale delle Nazioni comunitarie. Lascio ai politologi il compito di soppesare le prime, più prettamente politiche, preferendo qui esprimere lo stupore per la deliberata scelta, da parte dei "Padri Costituenti", di omettere il richiamo all'unica matrice che ci accomuna e la pressoché totale indifferenza con la quale l'opinione pubblica ha accolto tale incongruenza.
  Ad essere sinceri, qualche critica è arrivata a Giscard d'Estaing. La Chiesa, alcuni intellettuali ed anche qualche politico, non solo italiano, hanno stigmatizzato che, nel proemio della futura Costituzione, si individuassero le radici di Europa nella civiltà greco-romana e nei "Lumi" (1700), con un salto di ben 16 secoli di cultura e l'omissione di un qualunque riferimento alla religione cristiana. Sembrava – e forse era - estromissione dettata da un eccessivo ed altrettanto errato senso della laicità degli Stati, quasi che, a rilevare la possente impronta di civiltà lasciata nel Continente dalla religione di Cristo, si addivenisse ad un atto di sudditanza della Politica di fronte alla Fede. Critiche che hanno portato ad una prima correzione, risultata ancor più infelice, visto che si è eliminato il richiamo al classicismo e si è colmata la lacuna culturale citando l'Umanesimo (1300). Se non stessimo parlando del nostro futuro, saremmo tentati di ironizzare con il famoso proverbio della pezza peggiore del buco!
  Gli illustri signori della Convenzione, in effetti, arrivando a questo primo compromesso, sembravano aver dimenticato che la Storia è Storia e lascia la sua impronta, sempre, piaccia o non piaccia. E che la Storia europea è soprattutto cristiana. Che significa ignorare l'antichità, se l'Umanesimo altro non è che la riscoperta della cultura classica? E a chi la si deve, tale riscoperta dalla quale nacque il Rinascimento, se non al Cristianesimo? Al quale il Continente deve molto, anzi moltissimo. In termini di arte ed architettura, di filosofia e di letteratura, di tradizioni ed usanze, ma anche di progresso sociale e di Diritto: non dobbiamo forse ai sacri Vangeli se siamo monogamici, se abbiamo abolito la pena di morte, se non usiamo più la formula del "dente per dente", se abbiamo valorizzato i diritti dell'uomo, perfino se siamo arrivati alla "fratellanza" europea, dopo secoli di guerre? E come avrebbero fatto, i vari Voltaire e Diderot, a studiare Tucidite piuttosto che Aristotele o Seneca, se la Chiesa non ne avesse, grazie al lavoro improbo dei suoi monaci, conservati, tradotti e ricopiati i testi?
 
Domande non retoriche che hanno avuto un peso in Convenzione ove alla fine si è arrivati ad una nuova formula compromissoria, con un vago richiamo "ai retaggi culturali, religiosi ed umanistici" che, restando nel generico, non suonerebbe come offesa o discriminazione dei non cristiani, in particolare ebrei e musulmani, i già residenti e quelli che diventerebbero cittadini dell'Unione con l'ammissione della Turchia, magari di Israele, forse del Marocco. Peccato che così, se prima la toppa era peggiore del buco, ora il buco resta buco, con tutti i rischi impliciti e tutte le cause, consce o inconsce, che lo hanno determinato. 
  Per quanto riguarda i rischi mi spiego con un esempio che vale per tutti. Se la Costituzione europea riconosce uguaglianza di diritto a tutte le religioni monoteistiche, niente proibisce di pensare che un domani i 100 milioni di musulmani (80 Turchi e 20 già residenti) d'Europa possano reclamare l'applicazione della legge islamica ai propri adepti, come dire la poligamia, l'inferiorità giuridica della donna, l'amputazione degli arti, la lapidazione, la pena di morte. Il che equivale ad una resa alle culture religiose altrui, ad una rinuncia ai valori cristiani basati sull'amore, sull'uguaglianza, sulla fraternità, sulla dignità dell'uomo, quasi ad un'ammissione di colpa, come se della nostra ci sia solo da vergognarsi.
  Mettere sullo stesso piano tutte le religioni, come se la incarnazione di Gesù abbia lo stesso valore salvifico della Torà ebraica o del Corano sembra essere piuttosto frutto di una progressiva (ed irreversibile?) scristianizzazione del Continente, la perdita del valore morale e culturale, oltre che fideistico, del Cristianesimo. Ma se è questa la ragione del silenzio su Cristo nella Convenzione, essa sarà forse democratica, ma sicuramente suicida. Perché non ci può essere futuro se non c'è passato. E se non c'è orgogliosa coscienza delle proprie radici.

Egidio Todeschini