Il conformismo appiattisce i giovani

   Scarsa cultura, sudditanza alle mode, pochi valori, troppa indipendenza: ecco una foto del mondo giovanile 

   Preoccupati come siamo per le tante tragedie ed assurdità del mondo, rischiamo di non prestare la dovuta attenzione alla gioventù di oggi che cresce all’insegna del “tutto è dovuto e tutto è lecito”. Eppure basta guardarsi un po’ attorno per accorgersi che qualcosa non va, che qualcosa manca nel bagaglio di nozioni, di certezze, di valori e di regole che genitori, scuola e società allestiscono, o dovrebbero allestire, per i ragazzi, onde metterli in grado di affrontare la vita adulta.
   
Non mi riferisco agli sbandati dei quali parlano le cronache, ai seguaci del satanismo (ma è sconvolgente apprendere che l’80% dei minorenni lo giudichi lecito, perfino normale), a chi crede nello spiritismo fino ad accettare il suicidio imposto dall’aldilà (di recente in Svizzera un diciassettenne si è tolto la vita per “ordine” di un defunto!), agli adolescenti, come il quattordicenne francese, che uccidono genitori e fratelli, dilettandosi, tra un morto e l’altro, davanti alla Tv. Non penso neppure alla “bravata” dei cinque studenti che, per non fare un compito in classe, allagano il più antico liceo di Milano, il Parini, o ai tanti altri episodi del genere, intrisi di violenza e d’irrazionalità. Sono eventi che sconvolgono ma non fanno regola; sono fatti gravi che non ritraggono la realtà, anche se a volte si ripetono, per spirito d’emulazione o per fragilità mentale. 
  E’ la gioventù “normale” a preoccuparmi. Non tanto per la mancanza di buona creanza - non cede il posto agli anziani o alle donne incinte, spesso non saluta, sovente è irriverente, ecc. - ma piuttosto per il suo essere (o apparire) senz’anima, senza speranze, senza autonomia di pensiero, senza personalità. Li ascolti parlare, i giovani e gli adolescenti, e, tra gergo e turpiloquio, cogli solo le frasi fatte di chi è intruppato nel conformismo che rende sudditi del pensiero unico. Ne scandagli i pensieri e scopri un’uniformità di giudizio e di aspirazioni che sa troppo di appiattimento. Li osservi e ti sembra che siano in divisa, a mo’ di soldatini disciplinati ed ubbidienti: vestono tutti alla stessa maniera, ragionano tutti allo stesso modo, mostrano tutti la stessa carenza di cultura generale e la stessa indifferenza verso la politica. E’ come se non avessero gusti personali; come se credessero che il pensare autonomamente sia atteggiamento deplorevole; come se, ad imitarsi reciprocamente, evitino il rischio di farsi emarginare. Non si accorgono che invece così si annientano. 
    Intendiamoci, il “gruppo” non è una novità. Si sa che gli adolescenti entrano prima o poi a far parte di una combriccola di coetanei alla quale riconoscono più prestigio e più autorità che non ai genitori o ai professori. E’ fenomeno naturale che segna il passaggio dall’infanzia, caratterizzata dall’imitazione dei comportamenti parentali e degli adulti, all’età dello sviluppo dell’Io e della formazione della personalità. Il gruppo serve anche a questo, perché permette di confrontarsi con abitudini, tradizioni, culture diverse; perché vi si apprende la competizione; perché insegna ad essere solidali; se vogliamo, perché consente anche di assaporare il proibito e dà, come confessava Sant’Agostino, il coraggio necessario per non avvertire “il pudore di non essere spudorati”. Quindi di osare.  
   Ma oggi siamo al parossismo. Oggi il gruppo non aiuta a crescere, non suggerisce diversità, non consente un confronto. Impone: di non differenziarsi nel modo di vestirsi e di parlare, di comportarsi e di reagire; di avere tutto e subito, dal telefonino alle libere uscite serali, dagli slip a vista al piercing, dai tatuaggi alle scarpe usa e getta, dall’abito di moda alle precoci esperienze sessuali. Impone e presume: di essere in grado di sparare giudizi, pur non avendo le necessarie basi culturali; di godere di qualunque piacere e di tutte le libertà; di poter aspirare ad un facile successo (magari come Veline o come personaggi dello sport o della televisione) ma senza metterci sacrificio e costanza; di non osservare le regole della buona educazione, della coerenza, del pudore. 
  Tutto ciò è frutto dei tempi ma è il caso di preoccuparsene e di puntare il dito sulle vere cause di tali comportamenti per cercare di eliminarle, quanto meno di controbilanciarne gli effetti. Sono tante. Le troviamo nelle famiglie, spesso sfasciate o troppo impegnate, ove i genitori o non ci sono o sono troppo propensi ad accontentare, perché è più facile acconsentire che rifiutare. Le troviamo, le cause, nella scuola perennemente “sulla difensiva”, che tollera, che riduce i programmi, che perfino limita le bocciature. E c’è anche l’influenza nefasta di molti programmi televisivi scurrili, violenti, diseducanti. O l’esempio di una società sempre più propensa a chiedere che a dare, a dimenticare le proprie radici, ad imporre un proprio punto di vista, a contraddirsi se fa comodo, a rinnegare, in nome di una presunta onnipotenza umana, i valori della Fede. 
  E’ insensato, anzi inutile, chiedersi, come fa il sociologo Ilvo Diamanti (su Repubblica), se tali comportamenti “siano di destra o di sinistra”. E’ necessario invece uno sforzo collettivo per capire perché i giovani abbiano tanta paura di essere se stessi, di distinguersi e di mostrare una personalità propria. Occorre capire quanto pesi sul conformismo la mancanza di modelli validi, di studi approfonditi, di severità; quanto influisca la non educazione al sacrificio, all’impegno, al galateo. E’ necessario soprattutto capire che, se vogliamo farne degli adulti in grado di affrontare la vita, occorre viziarli di meno. Ed amarli di più nel modo giusto.      

7.11.2004                                                                                                                                            Egidio Todeschini