Concreto pericolo per l’Italia di islamizzarsi

Oppure di diventare razzista. Giustizia e Politica concorrono a questo

con sentenze e provvedimenti che sono assolutamente incoerenti  

 

Se ne sono sentite di tutti i colori, nel corso dell’estate: bimbi abbandonati; famiglie sterminate; incendi dolosi; incidenti provocati da ubriachi o drogati al volante; litigi che finiscono con il morto sul selciato, senza contare gli stupri, le astuzie malandrine e le disgrazie sul lavoro. Aggiungiamoci la politica fatta di ricatti ed accuse reciproche, usati come armi in una guerra senza fine e alcune vicende giudiziarie scandalose ed il quadro è completo.

 C’è una cosa, però, della quale in Italia si parla poco, benché allarmante: riguarda le condizioni di vita della maggior parte delle donne musulmane residenti nel nostro Paese. Non sono solo obbligate, dagli uomini della famiglia, a coprirsi con il velo; spesso sono malmenate, segregate a casa, costrette a convivere con la seconda o terza moglie del coniuge (ma nella Penisola la poligamia non è proibita?) ed escluse da ogni forma di socialità, quindi d’integrazione. Donne alle quali spesso la cultura islamica rifiuta ogni libertà, perfino quella di seguire corsi per apprendere la lingua italiana.

Tuttavia, di questo dramma sapremmo poco se l’on. Daniela Santanché non lo avesse raccontato in un libro, “Le donne negate”, nel quale raccoglie le testimonianze, a volte anonime per sicurezza, di chi, per il solo fatto di appartenere al sesso femminile, si vede negati i diritti umani più elementari. Sono tante, tali infelici, troppe per far finta di niente, per non comprendere che, come dice la Santanché, “la loro libertà, in ultima analisi, è la libertà di tutti noi”.  

A volte, tale forma di schiavitù sfocia in tragedia. E’ stato così per Hina Saleem, la ragazza ventiduenne uccisa dai maschi della sua famiglia solo perché voleva essere libera di vivere all’occidentale e di sposare il suo ragazzo italiano. Il 28 giugno scorso è iniziato il processo contro gli assassini sul cui esito, stanti i precedenti, si possono nutrire dubbi. C’è già stata, infatti, una sentenza discutibile nei confronti dei genitori di Fatima, altra ragazza “insofferente” alle restrizioni proprie dell’islamismo. Non è stata uccisa, ma ha sofferto le pene dell’inferno: picchiata, legata ad una sedia, rinchiusa in casa. Come Hina, del resto, che aveva più volte, inutilmente, denunciato le violenze subìte tra le mura domestiche: bastonate, colpi di taglierino, soprusi sessuali.

Fatima tenta il suicidio. Denunciati, in primo grado i suoi tre familiari sono stati condannati per sequestro di persona e trattamenti disumani. In Appello, però, la famiglia è assolta perché le “sevizie patite dalla ragazza erano state inflitte per il suo bene”. La Cassazione riprende la tesi e conferma il verdetto, ritenendo che i maltrattamenti non fossero “consuetudine” e che rientrano nelle usanze islamiche. Scandaloso: sequestro e maltrattamenti sono reati e vanno puniti. Sempre, indipendentemente dalle intenzioni degli aguzzini.

Intendiamoci. Purtroppo, non sono solo gli Islamici ad usare violenza e soprusi in famiglia. E non tutti i musulmani trattano da schiave le loro donne benché, per mentalità e cultura, il nostro modo di vivere, spesso impudico ed immorale, non rappresenti certo il meglio per loro: difficile pensare che possano facilmente adattarsi a vedere figlie e mogli con le minigonne e/o con l’ombelico a vista. Ma ciò non autorizza a tiranneggiare, a percuotere, ad uccidere. Tanto meno ad assolvere o, comunque, a giudicare con occhio benevolo, solo perché seguaci di Maometto, coloro che compiono tali soprusi.

Occorre aiutare gli immigrati, musulmani compresi, ad integrarsi. E il modo migliore per convincerli a seguire le leggi del Paese in cui ora risiedono è dimostrare che non si fanno eccezioni di nessun tipo, né giuridico né politico. Spesso, invece, costatiamo che, in nome di un malinteso buonismo o dell’ideologia politica che considera Resistenza, e non terrorismo, la guerriglia islamica, s’inneggia al dialogo, senza peraltro chiedere reciprocità; si concedono privilegi (la preghiera sulle strade, per esempio); si applica comprensione e benevolenza al maomettano che compie un reato.  

Purtroppo, se la Giustizia è sovente di parte, la politica di centrosinistra non è da meno. Nel nostro Paese – è Magdi Allam a rilevarlo pubblicamente - sorge una moschea ogni 4 giorni, quasi tutte sovvenzionate dalle Amministrazioni locali e, spesso, costruite su suolo pubblico ceduto gratuitamente. Nel primo semestre di quest’anno, il milione di islamici immigrati in Italia ne aveva a disposizione ben 753, più le altre in costruzione; alla fine del 2006 erano 696, nel 2000 “solo” (si fa per dire) 351. D’accordo, riconoscere il diritto di professare la propria religione è segno di civiltà. Ma sappiamo ormai che sono proprio i centri di preghiera il terreno in cui l’estremismo tenta di scavare le sue radici: il documento ministeriale, cui si riferisce Allam, segnala i «tentativi jihadisti di infiltrare spazi associativi». E le recenti cronache confermano.

Nonostante ciò, il Governo pensa di sovvenzionarli ulteriormente. La “felice” idea è del Ministro della Solidarietà sociale, il rifondarolo Paolo Ferrero, che stanzia 50 milioni di euro (dei contribuenti!) “per favorire l’integrazione” mediante un percorso formativo di educazione civica e di lingua italiana destinato agli immigrati. A tutti? No, solo ai musulmani che gestiranno tali fondi attraverso moschee e centri islamici, a dispetto dell’ideologia statalista, sostenuta da Ferrero, che nega alle scuole cattoliche il diritto d’insegnare e di ottenere fondi statali. E chi non è musulmano? Si arrangia. Con i 10 milioni già versati sono stati messi in piedi due progetti, uno per le donne, l’altro per gli uomini, addirittura in due moschee diverse; tuttavia il ministro non ha avuto nulla da obiettare, anche se ciò contrasta con la parità dei sessi. Incoerenza rilevata pure dal vicepresidente della comunità marocchina, Yassine Belkassem: “Il percorso d’integrazione alla cittadinanza è diritto di tutti... Possibile che non si renda conto che così, invece di integrare, discrimina?”.

Oriana Fallaci pronosticava la trasformazione del nostro Continente in una “Eurabia” prevalentemente musulmana. Di certo, se va avanti così, l’Italia corre il rischio d’islamizzarsi, visto che può contare su forze politiche, giudiziarie e culturali accondiscendenti. O di diventare razzista per paura e ribellione: i recenti incendi di alcune moschee ne rappresentano un inequivocabile segnale. Possibile che a Palazzo Chigi non se ne rendano conto?

    Egidio Todeschini

 

27.8.2007