Concordato sì o no: polemica elettorale
All’opposizione dei radicali alla pretesa ingerenza dei Vescovi negli
affari di Stato fa riscontro l’ipocrita silenzio degli alleati
Tra le
questioni che dividono il centrosinistra, ora si è inserita quella
dell’abolizione del Concordato con la Chiesa o almeno della sua
modifica. I radicali, appoggiati dal socialista Boselli, vorrebbero che
tale impegno fosse introdotto nel programma della coalizione; gli altri
leader nicchiano, soprattutto tacciono. Qualcuno, come Mastella o gli
esponenti della Margherita, per convinzione personale; altri, tra cui
Bertinotti, per motivi puramente elettorali, in quanto temono di far
perdere all’Unione prodiana il consenso degli elettori cattolici. Ma
anche nel centrodestra prevale o il silenzio o una opportunistica presa
di distanza.
In
effetti, la questione è molto delicata. A stare ad un’indagine
effettuata da Mannheimer e pubblicata sul Corriere della Sera di
un paio di settimane fa, sembrerebbe che solo il 40% degli Italiani,
indipendentemente dal partito cui aderiscono, sarebbero d’accordo su una
revisione del Trattato tra Stato e Chiesa, siglato nel 1929, inserito
nella Costituzione entrata in vigore nel 1948 e rielaborato nel 1984. Ma
è orientamento che, per il 70%, è espresso da chi dichiara di “non
andare mai alle funzioni religiose”. Il che, se dimostra che la presenza
di cattolici è trasversale nei diversi partiti, spiega soprattutto la
reticenza con cui, nel centrodestra e nel centrosinistra, si affronta il
problema.
Che è
complesso ma non nuovo. La Storia nazionale ci ha resi, di fatto,
“Guelfi” (= paladini del potere temporale della Chiesa) e “Ghibellini”
(= favorevoli all’autonomia dello Stato), indipendentemente dalla
pratica religiosa. Una divergenza che spesso portò al conflitto armato e
trovò il suo culmine nella famosa “Breccia di Porta Pia” (20 settembre
1870), grazie alla quale Roma divenne capitale d’Italia ed il Vaticano
perse il potere politico. Fu la goccia che fece traboccare il vaso; né
bastò, per far calmare gli animi, lo slogan di Cavour, quel “Libera
Chiesa in libero Stato”, che è stato, nel tempo, diversamente
interpretato e realizzato, in funzione delle necessità e delle forze
politiche prevalenti del momento.
Non è
cambiato molto, da allora, tranne forse il nome, rispettivamente
“clericalismo” e “laicismo”, con il quale oggi sono reciprocamente
vilipese le due visioni del rapporto politica/morale. Ad alimentare il
contrasto, ora si sono aggiunte le prese di posizione, contro l’aborto e
l’inseminazione assistita, del Presidente della Cei, Card. Ruini, nonché
la notevole spinta teologica di Benedetto XVI. Certo, non si combatte
più con le armi ma l’aggressività verbale dei radicali non è da meno.
Essa tradisce l’insofferenza nei confronti di quella che è definita
“ingerenza” dei Vescovi. E per frenarla, fanno anche ricorso ad
interpretazioni alquanto arbitrarie del secondo Concordato, firmato
dall’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi.
Sostengono
infatti che nell’84 non si è solo “modificato” il precedente testo dei
Patti Lateranensi, ma che lo si sia totalmente cambiato. A supporto di
tale tesi affermano che, mentre nella prima stesura Chiesa e Stato
ammettevano reciprocamente la sovranità e l’indipendenza dei due poteri,
spirituale e temporale, nella seconda le due parti si rifanno
rispettivamente al Concilio Vaticano II e alla Costituzione italiana.
Tradotto
in parole povere, ciò vorrebbe dire che la Santa Sede riconosce che
l’Italia non è più “Stato cattolico” (ovvero che il Cattolicesimo non è
la sola religione di Stato) e, di conseguenza, si “limita a diffondere
il messaggio evangelico”, senza più pretendere l’esercizio della
“potestà indiretta nelle cose temporali”, prima riconosciutole dal
Concilio di Trento e dall’enciclica di Leone XIII (1885).
S’interpreta, cioè, il nuovo testo come una definitiva e drastica
accettazione, da parte della Chiesa, del “date a Cesare quel che è di
Cesare” chiesto da Cristo, compresa la legislazione su temi che
coinvolgono la morale, e relativa rinuncia ad intervenire pubblicamente
e a dare “a Dio quel che è di Dio”. Ne consegue che, se la religione
diventa un fatto squisitamente privato, non è più necessario mantenere
nella Carta Suprema il richiamo al Concordato. Tanto vale abrogarlo o
modificarlo.
Un
ragionamento laicista che, all’apparenza, non fa una grinza. Dal quale
derivano tutte le pretese dei neo ghibellini: dall’abolizione della
Croce dai luoghi pubblici al diritto-dovere dello Stato di regolare
anche quei “diritti” - l’aborto, il divorzio, l’inseminazione assistita
o il riconoscimento delle unioni omosessuali - che il mondo moderno
riconosce come tali, anche se violano le leggi della Natura e di Dio. Se
sta alla “coscienza” del singolo decidere di goderne o meno, è lecito e
doveroso mettere il silenziatore alle Eminenze ecclesiastiche.
Dimenticano alcune cose fondamentali, radicali e socialisti. Che anche i
politici sono persone alle quali la Chiesa può, anzi deve, ricordare
l’obbligo di rispettare le leggi della Natura. Che la ragione o
semplicemente la pretesa libertà di decisione non bastano per sovvertire
quel “Non uccidere” e “Non commettere atti impuri” che troviamo nelle
Tavole di Mosè. Ma dimenticano anche che, per modificare un Trattato
internazionale, occorre il benestare di entrambi i firmatari. Ed il
Vaticano, giustamente, si rifiuta di accettare un diktat che contrasta
con la sua missione evangelizzatrice. E trascurano pure che, per
modificare la Costituzione, occorre o la maggioranza di due terzi o la
convalida mediante referendum. La prima mancherà in ogni caso, qualunque
sia il risultato delle prossime elezioni politiche. La seconda non è
scontata, stante i risultati del sondaggio Mannheimer. Da qui la
ritrosia a riguardo dimostrata dagli alleati dell’Unione. Resta un
dubbio: è ritrosia o piuttosto ipocrisia?
Egidio Todeschini
4.12.2005