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Non
releghiamo
la Chiesa
in sagrestia
Esce il
Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Il pensiero cattolico e
l’imbarazzato silenzio con cui è accolto
Quando
si dice il caso. Il lavoro, durato sei anni, che ha portato al
“Compendio della Dottrina sociale della Chiesa” termina proprio
mentre impazzano le polemiche su Buttiglione, sul suo presunto
“fondamentalismo” cattolico, sulla “laicità” degli Stati,
UE compresa, e sulla presa di posizione del Presidente del Senato, Pera,
al quale una certa sinistra non perdona di aver definito la nuova Europa
un’entità “vuota, scristianizzata, senz’anima” che corre
il rischio di “andare verso il suicidio”.
Comprensibile quindi che di detto Compendio i media italiani e
stranieri, con poche eccezioni, si siano limitati a dare la notizia,
senza insistervi più di tanto e senza aggiungervi i commenti
degli “opinionisti”. Come se il documento della Chiesa fosse diretto
esclusivamente a preti, suore e consigli pastorali; come se solo le
gerarchie ecclesiali fossero tenute a conoscerne il contenuto e a
condividerne i principi; come se l’approccio, etico oltre che
cristiano, alle questioni tipiche del nostro tempo - dalla rilevanza
della persona umana alla tutela del matrimonio, dal ripudio della guerra
e del terrorismo al rifiuto delle biotecnologie che vanno contro natura
– non coinvolgesse anche la società civile.
Tale silenzio forse nasconde, come ha osservato il Card.
Renato Martino, Presidente di Giustizia e Pace, il tentativo di
“relegare
la Chiesa
in sacrestia”, cioè di dare al Cristianesimo, e alle religioni
tutte, un valore esclusivamente privato; certo tradisce l’imbarazzo di
chi sostiene le proprie idee laiciste, senza tuttavia avere argomenti
razionali (ma il laicismo non punta sulla supremazia della Ragione?) per
difenderle; e magari rivela l’ignoranza di quella lezione di diritto
naturale che ci viene dal “pagano” Cicerone per il quale esiste una
legge “diffusa, costante, eterna … di cui Dio è latore… e
che non può essere ignorata o abrogata né dal Senato né dal
popolo” (Dal De re publica).
Come dire che non c’è laicità di Stato o
egoismo d’individuo che ne giustifichi la violazione.
La Chiesa
di Roma ribadisce nel Compendio tale principio. Se è per legge
naturale che la procreazione trae origine dalla unione di due sessi
diversi, ne deriva il dovere delle Istituzioni di difendere il
matrimonio. Equiparare ad esso quello omosessuale equivarrebbe cambiarne
radicalmente ed arbitrariamente “il concetto, con grave danno del bene
comune”. Da qui l’obbligo di salvaguardare la naturalità
della riproduzione, di tutelare la famiglia, di riaffermarne il ruolo
formativo, di riconoscere ai genitori il diritto di scegliere
liberamente il tipo di educazione da impartire ai figli, di attenersi
alla sussidiarietà.
Un ragionamento logico che trova radici nell’antichità
pagana e politeista, che Cristo ha perfezionato, che il Vaticano invita
a rispettare. Ma che contrasta notevolmente con le attuali prese di
posizione di alcuni Governi (quello spagnolo di Zapatero, per esempio) e
di alcuni partiti, tra i quali il Radicale di Pannella. Che sia per
questo che è stato avvolto dal silenzio? Per non dover
riconoscere che non è libertà, bensì presuntuosa
licenza, il proclamare la superiorità dell’uomo e dei suoi
piaceri del momento? Ed il credere che essa gli dia diritto di violare,
in nome della modernità, le leggi dell’ Essere superiore,
Natura o Dio che sia?
Interrogativi analoghi possiamo porci in merito agli altri
argomenti presenti nel Compendio. Per esempio sulla guerra e sul
terrorismo.
La Chiesa
non ha dubbi: ogni aggressione bellica, compresa quella preventiva, se
non ha legittimazione internazionale, è sempre immorale,
qualunque sia l’ideologia o la motivazione che la determina. Perché
essa viola il diritto di ogni popolo a vivere in pace sul proprio
territorio. Ma, condannando,
la Chiesa
si professa “pacifica”, non pacifista. Infatti proclama la pace e
tuttavia non esclude la guerra, pur ponendole alcune condizioni
inderogabili: la difesa di se stessi o l’aiuto ad altri per spirito
umanitario; l’eliminazione di un danno “duraturo, grave e certo”;
l’impossibilità di arrivare ad una soluzione mediante altri
mezzi, di diplomazia o di politica; l’accortezza a non causare mali
peggiori di quelli che s’intende eliminare; la concreta speranza di
vincere.
Si potrà concordare o meno con l’esattezza di
tali limitazioni e la completezza dell’elenco. Non si può però
negare che il Vaticano s’ispira, nel formularle, al concetto di
fratellanza di tutti gli uomini, di quella grande famiglia dell’umanità
in cui, come purtroppo accade anche nei singoli nuclei familiari,
possono nascere scontri o conflitti. Altrettanto indubbio, tuttavia, che
proprio tale universalità fa risaltare la parzialità di
certi pacifisti che si avvolgono nel drappo dell’arcobaleno quando si
tratta di protestare contro “l’imperialismo statunitense”, ma che
ignorano o giustificano i genocidi compiuti in nome di una ideologia o
del fondamentalismo religioso.
Anche l’inequivocabile condanna vaticana del terrorismo
integralista scombussola, fino a suggerire un prudenziale silenzio, le
teorie di chi lo interpreta, in Iraq come “resistenza” al nemico
invasore, in Palestina come difesa dal sionismo. Nel Compendio si legge
che non si può definire “martire” chi compie atti
terroristici, perché ciò significa “stravolgere il concetto di
martirio, che è testimonianza di chi si fa uccidere per non
rinunciare a Dio, non di chi uccide in nome di Dio”. La differenza
è sostanziale, come è sostanziale il diverso approccio
alla biotecnologia, accettata se aiuta a migliorare la vita, rifiutata
se altera le leggi della natura.
La Chiesa
sente il dovere di sottolinearle, tali differenze. Noi dobbiamo sentire
quello di comprenderle e di ispirare ad esse comportamenti e scelte. Per
“guardare al futuro con fiducia e speranza”.
7.11.2004
Egidio Todeschini
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