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Il senso civico che manca in Italia I continui richiami in tal senso del Presidente della Repubblica. L’eredità della Storia e la nostra tendenza al piagnisteo
Non passa giorno, o quasi, senza che il Capo dello Stato, Ciampi, inviti la Nazione ad un maggior senso civico. Lo fa in maniera indiretta ma costante: ora esortando a ridar forza coagulante all’inno nazionale, ora sollecitando i politici ad un maggior spirito “bipartisan” nell’interesse del Paese, ora spronando i cittadini a collaborare al massimo con le Istituzioni, ora stimolando al reciproco rispetto. Non perde occasione, il Presidente; martella senza stancarsi sull’argomento, a rischio di diventare ripetitivo o retorico. Ma insiste, convinto che giova ripetere un concetto, per farlo assimilare. E conscio del fatto che ciò che manca, in Italia, è soprattutto la coscienza di appartenere ad un’unica, grande famiglia. Perché avere “senso civico” significa sentirsi parte vitale di una comunità; permette di contribuire, ognuno secondo le proprie capacità, al suo benessere; di condividerne speranze, sforzi e successi. Vuol dire riconoscerne i pregi, correggerne i difetti, accettarne le diversità, inevitabili ma anche arricchenti. Solo il senso civico genera ed alimenta l’orgoglio di essere Italiani. Orgoglio che non è sinonimo di nazionalismo, con tutto ciò che di negativo c’è in questo termine. Piuttosto di patriottismo. La nostra Storia, recente e lontana, non ci ha aiutati a crearlo, questo benedetto senso civico. Ci ha visti divisi in Signorie e Comuni antagonisti; ci ha resi guelfi o ghibellini (oggi diremmo clericali o laici), sempre con le armi in pugno (oggi mutate in insolenze e menzogne) e sempre pronti a dichiararsi guerra; ci ha fatti, per istinto di sopravvivenza, partigiani di questo o quel potere, e disposti, per rinforzarlo, a tutto: prima a chiamare in aiuto lo straniero che veniva e poi dominava; oggi a mentire, a negare l’evidenza, a svilire il prestigio dell’Italia all’estero, magari ad improvvisarci voltagabbana. Finendo con il preoccuparci solo del nostro orticello, a scapito del benessere e del progresso nazionale. Siamo ancora, piaccia o no, il popolo del “Francia o Spagna, purché se magna”; ma anche quello del “Tengo famiglia” e del “Piove, Governo ladro”. Sempre pronti a sostenere chi ci offre di più, anche se con strategia affatto lungimirante. E magari in maniera poco legale. Sempre furbescamente propensi a rifilare ad altri ciò che non piace o a dar via libera al piagnisteo e, se possibile, al parassitismo. E sempre decisi a prendercela con le Autorità, se qualcosa non va come avremmo voluto. O come avrebbe dovuto. Basta seguire le cronache nazionali, politiche, sociali e giudiziarie, per rendersi conto di quanto ciò sia vero. Ciampi è perfettamente conscio di tutto ciò. La sua è convinzione che, probabilmente, è andata consolidandosi con il “Giro d’Italia” che sta effettuando, capoluogo di provincia dopo capoluogo (ne ha già visitati 88), e che intende portare a compimento (gliene mancano ancora 15), prima di concludere, nel maggio 2006, il suo mandato presidenziale. Convinzione che, nel corso degli anni trascorsi al Quirinale, ha avuto modo di alimentare ogni giorno. A noi, o perché lontani dalla Patria o perché impegnati e/o indifferenti, tante cose possono sfuggire. Al Capo dello Stato no. Ed infatti ne ha viste e sentite di ogni tipo, dalla lotta tra Istituzioni (Governo e Magistratura, per esempio) alla resistenza popolare alle Forze dell’Ordine che, a Napoli, fanno il loro dovere di arrestare un boss della camorra. Ha subìto le frequenti tirate per la manica da parte di partiti o di opinionisti, a dispetto del suo ruolo sopra le parti; ha constatato l’arretratezza e il parassitismo che immobilizzano il Meridione, nonostante (o forse a causa di questo?) le migliaia di miliardi ivi erogati, nei decenni, dallo Stato. Ne ha viste e sentite tante, troppe, nei suoi sei anni scarsi di Presidenza. Per questo continua a pestar sul chiodo del senso civico. E’ stato testimone delle polemiche, tra maggioranza ed opposizione, sempre troppo violente, a volte palesemente menzognere, spesso eccessivamente offensive, per essere interpretate come legittimo antagonismo. Da qui il suo continuo: “Confronto politico sì, ma bisogna abbassare i toni”. Un invito al rispetto reciproco, soprattutto ad un maggior senso dello Stato. Ha visto le occupazioni di suolo pubblico, strade, stazioni, porti ed aeroporti compresi, per ottenere che sia rifilato ad altri ciò che non piace, per esempio gli impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Per questo ricorda ai cittadini che esistono “sistemi già sperimentati e non nocivi”, come il termovalorizzatore, ma a Salerno strapazza gli amministratori locali quando appura che la Campania spende un miliardo (di lire) al giorno per spedire in Germania le proprie immondizie. Non è mancanza di senso civico sprecare 500.000 euro al giorno, in una sorta di compravendita del voto elettorale, invece di educare alla raccolta differenziata? E’ stato spettatore delle condizioni di vita, a volte miserevoli, degli abitanti di Enna, Vibo Valenzia, Crotone e Caltanissetta; forse li compiange, soprattutto, però, li rimprovera: “Il Sud è problema nazionale. Ma ciò non autorizza la gente di qui ad aspettarsi aiuti, senza muovere un dito”. E a Napoli, ove impazza la camorra e ove il senso dello Stato è ancora tanto carente da spingere la popolazione di alcuni quartieri a parteggiare per le forze criminali, ostacolando così la Polizia, rimbrotta: “Per ottenere risultati occorre che vi mobilitiate”. Sa che l’arma principale per vincere la criminalità è il progresso economico, però invita la cittadinanza a non cedere alla paura, a mettere in atto una “reazione più coraggiosa”. Perché l’omertà la si può capire, non giustificare. Tanto meno si può esigere l’impegno dello Stato e contemporaneamente negare allo Stato la sua autorevolezza. Verità, questa, che dovremmo finalmente far nostra.
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