|
Italiani di oggi e di un anno fa La "fotografia" della società fatta dal Censis. La stirpe italica cambia mentalità. Almeno, così sembra. Però qualcosa non quadra. E' arrivata, a pochi giorni di distanza dalla
statistica sulla natalità nazionale (nostro articolo della scorsa
settimana), l'indagine del Censis sull'evoluzione della nostra gente,
senza peraltro suscitare particolare interesse. Le sono stati dedicati,
infatti, pochi commenti e la sua fama è stata breve. Due giorni,
tre al massimo, e già non se ne parlava più. Le cronache
italiane preferiscono puntare su aspetti del Paese - riforme, terrorismo,
bottiglie d'acqua minerale avvelenate, contrasti politici, climatologia,
Costituzione europea, fecondazione assistita, ecc. - non soltanto più
sentiti ma, tutto sommato, più consoni alla natura perennemente
polemica dei nostri connazionali. Ci piace ancora mangiare bene, "all'italiana, appunto", ma siamo più attenti alla salute. Puntiamo tuttora sull'aspetto fisico ma cerchiamo di essere non solo belli ma anche più buoni. La famiglia è sempre il nostro microcosmo principale ma apriamo di più gli occhi sul giardino popolato che ci circonda, i vicini di casa, gli amici dei figli, gli anziani, gli emarginati. Sono ancora numerose le piccole e medie imprese ma più propense oggi a "fare sinergia", a competere insieme per imporsi a livello internazionale. Il nostro futuro è sentito sempre come incerto ma il pessimismo va smorzandosi nella speranzosa ed operosa spinta al cambiamento. La vita quotidiana è tuttora segnata da mille problemi ma s'intravedono la tendenza a non farne un dramma e la capacità di affrontarli e risolverli. Senza "furbate". In altre parole, come dice il segretario generale del Censis, dott. Giuseppe De Rita, "l'Italia ha ancora parzialmente le pile scariche", ma dimostra di avere ora una forza interiore "in grado di trasformare tale fenomeno in qualcosa di migliore". Forza che mancherebbe - è ancora De Rita a sostenerlo - alla classe dirigente, la quale non sembra sapere interpretare e seguire al meglio il mutamento in atto nella società italiana e, quindi, fornirle le risposte adeguate. Eppure il "Paese si fa sentire" se, come si evince dal 37. mo rapporto del Censis, dal 1998 ad oggi gli scioperi sono aumentati, in numero ed in quantità di partecipanti, e non sempre per risolvere conflitti di lavoro. E si fa sentire anche con l'attività concreta, l'aumento del volontariato, degli enti non profit e della spesa sociale delle imprese, a dispetto della congiuntura negativa. Ed è segnale, questo, che parla di una maggiore fiducia, specialmente dei giovani, nel "fai da te" che non negli strumenti previdenziali offerti dallo Stato. Fin qui il Censis. Che forse ha messo il filtro dell'ottimismo all'obiettivo della macchina fotografica, al quale vorremmo prestare fede, non fosse altro perché dipinge un'Italia più moderna, più ragionevole, oseremmo dire più cristiana. Tuttavia è una “fotografia” che lascia scettici, se paragonata a quella dell'anno scorso, dalla quale uscivamo veramente messi male, sfibrati, viziosi ed incapaci di reagire. Poi, nel giro di un anno, cambiamo quasi radicalmente carattere, abitudini e stili di vita e Dio solo sa a chi va il merito. Nel 2002 avevamo "pile del tutto scariche" e quest'anno siamo vivaci ed energici. Prima individualisti e arrivisti, 365 giorni dopo portati al sociale, meno ambiziosi e nostalgici di vita paesana. Ieri irriguardosi e poco o nulla rispettosi delle regole, sociali, alimentari o statali che siano, oggi frugali, virtuosi ed ubbidienti. Abbiamo i nostri dubbi. Ci chiediamo, per esempio, perché alla maggiore speranza nel futuro non corrisponda un'altrettanto accresciuta spinta demografica. Perché la più estesa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non si accompagni ad un incremento delle tirature dei quotidiani, ad una maggiore e più obiettiva informazione, al superamento della crisi dei libri. Perché, se siamo più ragionevoli ma anche più poveri, continua il boom dei cellulari e degli hi fi, del superfluo e dell'usa e getta. Perché il Natale è vissuto come evento commerciale e quasi folcloristico. Perché la fiducia nel prossimo non fa diminuire le tante paure più o meno giustificate, del terrorismo, dell'immigrazione incontrollata, della criminalità, della contaminazione nucleare. Perché, se c'è più rispetto degli altri e delle regole, registriamo, per restare alle ultime cronache, la giornata dello sciopero milanese, che ha paralizzato una metropoli, o l'occupazione illegale dei luoghi pubblici (già dimenticati i 15 giorni lucani?), o la contaminazione dell'acqua, frutto - a stare alle ipotesi dell'indagine - o di imitazione del gesto di un folle o di sabotaggio delle multinazionali. Insomma, qualcosa non quadra. Ma è un qualcosa che nuoce all'indubbio valore dell'indagine del Censis, che dovrebbe metterci di fronte a noi stessi, per capire chi siamo e dove andiamo. A lungo, non per due giorni. Egidio Todeschini 12.12.2003 |