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Il sì svizzero all’uso degli embrioni Approvata la legge che consente la ricerca sulle cellule staminali. Una scelta tra il caos e il male minore. Ma anche una lezione di stile
Niente da dire, una bella soddisfazione per l’Assemblea federale che, nel dicembre 2003, aveva approvato la legge, sia pure con molti divieti ed altrettante limitazioni, a favore della ricerca scientifica sulle cellule staminali estratte da embrioni. Sottoposta a referendum, è stata accettata ovunque con larga maggioranza (quasi il 67% dei votanti) e perfino nei Cantoni cattolici, anche se la partecipazione al voto è stata, come spesso capita, relativamente scarsa, inferiore comunque a quel 50+1% di elettori, che sarebbe stato necessario nel nostro Paese. Ora la legge entra in vigore anche per merito di chi, magari “turandosi il naso”, per dirla alla Montanelli, ha preferito il meno peggio al caos. Perché, tutto sommato, è bene che finalmente si regoli l’attività di ricerca sugli embrioni; che un testo legislativo, sancito dal Parlamento e convalidato dai cittadini, dica cosa sia lecito fare e cosa no; che chiarisca quando, perché e a quali scopi. E’ un vantaggio che ci sia una norma, indipendentemente dal giudizio su di essa e dall’opinione che possiamo avere in merito all’argomento trattato. Abolirla con referendum avrebbe significato lasciar spazio a tutti gli eccessi possibili. C’è da sperare che, anche in Italia, quando si voterà per l’analogo referendum voluto dai radicali e sottoscritto da molti partiti di sinistra, prevalga lo stesso buon senso. Che ha spinto gli elvetici ad accettarne la finalità quale espressa dal primo articolo: “Impedire l’impiego abusivo di embrioni soprannumerari e di cellule staminali embrionali e tutelare la dignità umana”. Non è un caso se il legislatore proibisce (art. 3) “l’utilizzazione di cellule staminali embrionali a scopo di trapianto nell’ambito di sperimentazioni cliniche”. Non è il solo veto che vi si trova: è lungo l’elenco dei “divieti” espressi nella legge che consente sì la ricerca, ma limitatamente ai cosiddetti “embrioni soprannumerari”, cioè risultanti da fecondazione in vitro ma non utilizzabili per la procreazione. Come dire: piuttosto che distruggerlo, usiamolo per cercare di guarire malattie altrimenti incurabili. E solo a questo scopo. Da qui i limiti previsti dalla legge che riassumo per brevità: è vietato “creare” un embrione esclusivamente per scopi di ricerca o impiegare embrioni soprannumerari per altri motivi o dopo il settimo giorno del suo sviluppo; intervenire sul suo patrimonio genetico; crearne un clone da cui eventualmente estrarre cellule staminali; vendere o comprare embrioni soprannumerari. Né mancano gli obblighi, tra i quali il necessario consenso della coppia da cui provengono gli embrioni e la preventiva autorizzazione alla ricerca data dall’Ufficio federale della Sanità, su parere favorevole della Commissione di etica. Ma, una volta riconosciuti gli indiscutibili meriti della legge, rimane da chiedere: è veramente legittima e non lesiva della dignità umana, quella dignità che la Costituzione federale riconosce e protegge e sulla quale hanno puntato i richiedenti il referendum? La risposta spetterebbe alla scienza che dovrebbe dire, con assoluta certezza, se l’embrione, cioè il frutto dell’incontro del seme maschile con l’ovulo femminile, “vive” o no; se è solo “materia” capace di produrre vita, pur non avendola, quindi se è essere vivente o meno. Ebbene, la scienza non è in grado, almeno per ora, di dare una risposta sicura. Da tale sua incertezza nasce la duplice schiera di chi propende a credere che l’embrione, fin da subito, sia un uomo (o donna) in fieri, e di quanti lo negano. Per i primi, qualunque ricerca su di esso rappresenta un omicidio vero e proprio, che contravviene al comandamento del “Non uccidere”; per i secondi che trattasi di un’attività con la quale la scienza può arrivare a guarire alcune patologie gravi che, per l’invalidità che comportano, sono altrettanto lesive di quella “dignità umana” che i contrari alla legge intendono tutelare. Anche ai più restii ad accettare la posizione della Chiesa cattolica (e non solo), decisamente contraria alla sperimentazione sugli embrioni, dovrebbe venire spontaneo applicare al caso almeno il principio giuridico grazie al quale, nel dubbio, si sentenzia in favore del reo, nella fattispecie di quell’essere ipoteticamente vivo ed innocente ma condannato a morte per motivi scientifici. Soprattutto se si tiene conto che, proprio in Italia, alcuni ricercatori hanno già dimostrato che le staminali, cellule in grado di dare origine ai diversi tipi cellulari, possono essere ricavate dal midollo, dal cordone ombelicale, perfino dal muscolo di un adulto. Resta il fatto che, dalla Svizzera, ci viene una lezione di pacatezza, di stile. Perché, su un tema di coscienza, non ci sono state risse, strumentalizzazioni o prese di posizione per puro spirito di antagonismo partitico; nessuno qui, con anatemi anticlericali, ha accusato il mondo cattolico di “interferenza nella vita politica del Paese”. Si è invece registrata la ragionevolezza del partito democratico cristiano che ha preferito la normativa al caos, ma anche la coerenza dei Verdi che, con il “no” alla legge, intendevano porre un freno ai già numerosi atti di violenza contro la natura. E si è imposto il pragmatismo di chi sostiene che, distruggere per distruggere, tanto vale acquisire nuove cognizioni mediche. Da noi, al contrario, si spara a zero, gli uni contro gli altri, per partito preso e per un falso concetto di laicismo dello Stato. Ed è criticabile il fatto che la stampa non abbia saputo cogliere l’occasione delle votazioni elvetiche per meglio e più obiettivamente informare sull’argomento. Soprattutto per gettare acqua sul fuoco delle inutili, dannose polemiche.
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