Gli eterni no delle molte caste italiane

Ogni proposta di riforma, per quanto necessaria, suscita immancabilmente

il veto di qualche privilegiato. E l’Italia scivola nell’immobilismo

 

 

Di riforme, in Italia, si parla da decenni, salvo non farle o replicarle a ritmo serrato. Occorre dare più poteri al Capo del Governo, diminuire i parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto: lo si afferma da oltre un ventennio, ma vige ancora il testo del 1948, nonostante le bicamerali, le modifiche apportate nel 2005, poi annullate con referendum. Da anni si predica sul sistema giudiziario che va migliorato per sveltire i processi e ridurre le interferenze politiche sulle sentenze; tuttavia gli Italiani sono ancora in balìa di tempi processuali lunghissimi e talvolta anche d’incriminazioni preconcette. Dal 1991 l’opposizione pontifica contro il conflitto d’interessi di Berlusconi ma una legge ad hoc non l’ha ancora fatta. Forse perché non le conviene?

Dal secolo scorso abbiamo un debito pubblico smisurato: tutti promettono di ridurlo, però continua a crescere. Da tempo si parla di riformare la Rai, la sanità, le pensioni, la legge sulla cittadinanza, e siamo ancora al nulla di fatto. Da lustri sono in ballo il Moise a Venezia, la Pedemontana da terminare, le prigioni da costruire, gli acquedotti da riparare, il ponte sullo Stretto da erigere, la Salerno-Reggio Calabria da ultimare. Lavori per i quali si reiterano commissioni di studio, tavole rotonde, progetti di massima - con dispendio di tempo e di fondi pubblici – ma che, bloccati dai no, non si concludono mai.

E’ andata diversamente con la scuola, dalle elementari all’Università, oggetto dal ’68 di riforme ad ogni cambio di Governo, con il risultato che conosciamo: l’Italia risulta agli ultimi posti per fama universitaria (pur avendo istituito i primi Atenei, nel 1088 a Bologna, nel 1224 a Napoli) e per grado di preparazione degli studenti. Idem nel settore del pubblico impiego ove ogni modifica ha sempre risposto ad interessi di partito o di sindacato, l’obiettivo essendo quello di salvaguardare il bacino da cui provengono i voti o i soldi, non quello di fornire ai cittadini un adeguato servizio e di promuovere la meritocrazia. Ed ora che la Gelmini e Brunetta stanno tentando di mettervi riparo, sono accolti da ripetuti insulti e da manifestazioni più o meno violente.

Un Paese immobile, il nostro, per mille motivi, anche storici, il più nefasto essendo quello rappresentato dalle tante “caste” di privilegiati disposti a tutto, nepotismo compreso, pur di non rinunciare ai propri benefici. Ciò vale per i politici, nazionali e locali, la cui “casta” è stata denunciata da Rizzo e Stella nell’omonimo libro; quei politici superpagati che spendono in inutili consulenze milioni di euro (nel 2006 un miliardo e 250 milioni, ora quasi il triplo); che possono cumulare pensioni e stipendi. Vale per i sindacati, “L'altra casta”, come li individua nel suo libro Stefano Livadiotti, definendoli “macchina di potere e denaro”, gigantesca e costosissima, se conta oggi ben 700.000 (sei volte di più dei carabinieri!) addetti ai lavori, tra dipendenti e delegati, con un costo annuo per imprese e contribuenti di 1 miliardo 845 mila euro.

Classe privilegiata anche l’universitaria ove gli stipendi dei docenti, cosiddetti “baroni”, che insegnano solo 3 ore a settimana ma possono cumulare più incarichi, come i politici, superano di 5 volte quelli dei ricercatori (in Usa il rapporto è di 1,5!); che, con concorsi taroccati, mette in cattedra parenti e soci di partito; che inventa lauree totalmente slegate dalla realtà produttiva ma che, a volte con un solo studente, consentono di stipendiare insegnanti ed amministrativi (26.004 in più in 7 anni); che spreca capitali per consulenze assurde o per sedi distaccate (se ne contano 5.500). Una devianza che spinge il Governo ed i rettori più seri a distinguere tra università sobrie, quindi meritevoli di fondi statali, e spendaccione da rimettere in sesto. Non funziona meglio il settore scolastico ove il 97% dei finanziamenti pubblici va in stipendi.  

Non è da meno la casta dei magistrati la cui laboriosità è tutt’altro che certa, benché godano di privilegi notevoli, quali l’avanzamento non per meriti ma in base agli anni di servizio (che scatta anche se optano per un incarico in Parlamento) e l’equipollenza degli stipendi a quelli dei parlamentari. Eppure non lavorano molto se, mediamente, in un mese fanno 8 udienze (penali) o 12 (civili), riuscendo così a cumulare un arretrato di milioni di processi; se li si vede in ufficio 2/3 giorni alla settimana; se tardano mesi ed anni a stendere le motivazioni delle sentenze; se godono di 47 giorni di ferie all’anno, festività nazionali a parte. Davvero così bislacca l’idea del ministro della Funzione pubblica, Brunetta, di controllare la loro presenza nelle sedi giudiziarie? Ma i magistrati la rifiutano, evocando un neo fascismo che lede la loro dignità.

Il caso Alitalia, che blocca in questi giorni il trasporto aereo nazionale, la dice lunga sui privilegi di cui godono gli aeroportuali che non vogliono rinunciarvi: minor numero di ore di volo rispetto ai colleghi europei e generosi turni di riposo; ferie allungate e pensionamento anticipato; gratuità dei taxi per e dall’aeroporto e delle soste in alberghi di lusso.

I fannulloni vanno combattuti, perché costano, danneggiano il Paese e danno il cattivo esempio. Ne è convinto anche lo Stato del Vaticano in cui sono ritornati in funzione i cartellini, aboliti nel 1960 da papa Giovanni XXIII, che ora impiegati e capo-uffici, anche se ecclesiastici, devono quotidianamente timbrare. Tutte caste che, pur di continuare a sopravvivere, si servono di scioperi, manifestazioni, proteste ed occupazione di suolo o sedi pubbliche (reato penale, quest’ultimo, mai perseguito dalla Magistratura!), incrementando così l’immobilismo che frena lo sviluppo economico e culturale d’Italia, diventata ostaggio di minoranze. Una vergogna che andrebbe eliminata.

Egidio Todeschini

 15.11.2008