I candidati ci sono, i programmi no

In Svizzera spuntano i primi nomi di chi vuol tentare l’avventura parlamentare. Cosa chiederanno per gli Italiani all’estero?

 Che nella Penisola sia già iniziata la campagna elettorale lo dimostra, tra l’altro, l’abbondanza di sondaggi di cui quotidianamente veniamo a conoscenza. Variamente interpretati, qui con un sospiro di sollievo e là con qualche preoccupazione, lasciano comunque, a mio giudizio, il tempo che trovano. Anche perché le preferenze, almeno fino ad ora, sembrano dettate più da scelte pregiudiziali o da sentimenti di delusione che non da una reale presa di coscienza della realtà e da un accurato esame dei programmi.  

La prima è spesso manipolata ad arte. Basta seguire un dibattito televisivo o leggere un paio di giornali d’impostazione politica diversa per accorgersi che, su ogni argomento, si dice e si propaga tutto ed il contrario di tutto. Al tal punto che non si può fare a meno di chiedersi: chi mente? Perfino le statistiche, spacciate per “ufficiali” e che, quindi, dovrebbero numericamente dire le cose come stanno, variano in funzione di chi se ne serve. Difficile, specialmente per noi che viviamo fuori dei confini nazionali, farsi un’idea esatta della situazione, sulla quale sovente l’evidenza dei fatti contraddice la sostanza delle parole.

Circa i programmi il discorso è più semplice ma il contenuto ancora più grave: non ci sono. L’attuale maggioranza fa almeno intuire il suo: proseguire nelle riforme promesse nel 2001, adeguandole alle mutate condizioni economiche e socio-politiche. Di ciò che invece il centrosinistra vorrà fare si sa poco o nulla. Tranne che la “bozza” di programma – più di 260 pagine! – presentata agli alleati dal leader dell’Unione, Prodi, è stata in pratica rigettata da tutti, chi per un motivo, chi per un altro. E che l’unico impegno sul quale è stato registrato un vago consenso prospetta l’abrogazione della maggior parte, anzi di tutte le leggi approvate in questa Legislatura, dalla “Biagi” alla riforma scolastica o delle pensioni. Comprese quelle che l’Unione Europea ha elogiato e fatte proprie.

Immagino le reazioni dei lettori: a noi tale mancanza e mutevolezza di notizie nazionali non interessano più di tanto. Noi votiamo candidati espatriati i quali, nelle due Camere, si occuperanno di tutelare i nostri diritti di Italiani all’estero. Giusto. Leggiamo infatti i primi nomi di chi si appresta, in Svizzera, a tentare l’avventura del mandato parlamentare: il direttore di questo settimanale, Emiddio Bulla, che si candida per l’Udc; il presidente delle Colonie Libere (Ds), Claudio Micheloni, e il presidente del Cgie (Consiglio generale Italiani all’estero), l’aclista Franco Narducci, anche esso di centrosinistra.

Viene spontaneo augurare, a questi e a quanti seguiranno, il classico “in bocca al lupo”. Immediata, però, anche la domanda: dove sono i loro programmi? D’accordo, rappresentano soprattutto noi emigrati. Ma, una volta eletti, in Parlamento dovranno - o dovrebbero - votare per tutte le leggi in discussione, non solo per quelle che ci riguardano. Come si comporteranno? Quali progetti, quali propositi appoggeranno? Che futuro ipotizzano per l’Italia? Noi elettori dobbiamo saperlo, perché votiamo in quanto Italiani: davvero pensiamo di poterci limitare a chiedere più attenzione e più sussidi per l’emigrazione, disinteressandoci delle sorti del nostro Paese e dei nostri connazionali?

Abbiamo ottenuto con estremo ritardo il diritto di voto. E l’Italia è il solo Stato al mondo che lo riconosca limitatamente a candidature di espatriati: già ciò è un’anomalia. Non aggiungiamone un’altra, quella di dover “intuire” il programma al quale gli eletti si atterranno solo in base al loro credo politico. Ci dicano cosa intendono ottenere per noi emigrati: più soldi, più scuole, più corsi di lingua e cultura italiana, più Consolati, o cos’altro? E’ giusto saperlo in tempo, per vagliare la legittimità delle richieste e scegliere a ragion veduta. Non basta conoscere i nomi dei candidati: occorre essere al corrente anche di quali problemi degli Italiani all’estero intendono occuparsi e cosa propongono per risolverli.

   Non solo: i problemi variano, o possono variare, in funzione degli Stati nei quali risiediamo, delle leggi in vigore in ciascuno di essi, della loro appartenenza o meno all’Unione Europea, dello sviluppo economico di cui godono, degli eventuali trattati firmati con l’Italia. I nostri candidati ne sono informati? E cosa pensano di fare, in merito, limitarsi alla difesa del proprio orticello o agire con maggiore lungimiranza e solidarietà?

Intendiamoci, non sarà vita facile, quella che li aspetta, se si escludono i vantaggi economici. Per la notevole frammentazione del paesaggio politico parlamentare ma anche, forse, per la scarsa abitudine al “politichese” in voga in Italia o per la limitata conoscenza della terminologia legislativa e delle procedure formali; e magari anche per i do ut des (“io voto il tuo disegno di legge se tu voti il mio!”) cui saranno sottoposti. Proprio per questo hanno bisogno di essere sostenuti da chi li ha votati. Non per ideologia ma con la convinzione nata da una preventiva informazione approfondita ed onesta. Su tutto.

Anche sulla nuova legge elettorale proporzionale. Io mi riprometto di spiegarla a tempo debito. Intanto, però, mi chiedo: siamo sicuri che i cinque ampi Collegi esteri, previsti per il maggioritario, siano compatibili con le più piccole “circoscrizioni” necessarie per il proporzionale? Siamo sicuri, quindi, di poter votare? Ho posto il quesito ad un paio di politici, ad altrettanti opinionisti e ad un funzionario consolare. O non mi hanno risposto o hanno detto di non sapere.

Egidio Todeschini

  

20.1.2006