Più
buon senso per il voto all’estero
La legge Tremaglia si può migliorare: come e perché. No
alle furbizie e alla demagogia. Gli esempi stranieri che possono far
testo
Com’era
prevedibile, le mie critiche alla legge Tremaglia (articolo di due
settimane or sono) hanno suscitato reazioni diverse. C’è chi ammette che
“il voto per corrispondenza viola la segretezza”. C’è chi mi chiede
qualche proposta per migliorare la legge, onde “permettere a chi vuol
esercitare il diritto di voto, pur risiedendo all'estero, di poterlo
esprimere”. E chi mi rimprovera di non tener conto dei “soldi mandati in
Italia dagli emigranti”. Per cui non dovremmo “sentirci in debito per la
spesa sostenuta per le elezioni e per i parlamentari eletti all’estero”.
E’
il caso, quindi, di riprendere il discorso. Pure in Italia molti hanno
espresso, su alcuni quotidiani, il loro parere: hanno rilevato la
mancanza di “buon senso, in quanto i residenti all’estero non sono
soggetti alle leggi del Paese”; sottolineato la totale impraticabilità
“del controllo sulle procedure di voto”; oppure stigmatizzato “la scarsa
conoscenza della lingua e della politica italiana” da parte degli
emigrati, facendo riferimento alla “facilità con cui, dal 92, si
riconosce la cittadinanza italiana”.
Indubbio che qualcosa di vero, in tali analisi, c’è: la legge Tremaglia
ha il grande merito di avere portato in porto una battaglia durata
decenni; tuttavia il voto all'estero, così come è stato istituito, non
funziona. Il che non significa che debba essere abrogato, ma migliorato
sì. Anche per evitare alcune stranezze, come quella che è stata fatta
rilevare, su queste stesse pagine, da un candidato in Svizzera, il
Nardi, che, nonostante i suoi 16.593 voti personali, ha dovuto cedere il
posto al Razzi, andato alla Camera per la Lista Di Pietro, con soli 1865
voti. Per broglio elettorale? No, semplicemente per astrusa tecnica di
conteggio.
Che fare per salvaguardare sia il diritto
di esprimersi, sia la legalità? Prima di tutto abolire il voto per
corrispondenza. Probabilmente, ad istituire i seggi elettorali non si
ridurranno le spese ma almeno non si leggerà più di schede non
recapitate, allegate a dépliant propagandistici per una sola coalizione,
gettate alle ortiche, consegnate ai candidati invece che ai diretti
interessati, arrivate in ritardo (vedi Sudafrica) per inefficienza del
locale servizio postale, compilate a nome dei familiari o su
suggerimento di qualche presunto “competente”.
Certo, in molti Paesi tale sistema è in vigore e funziona. Ma noi
Italiani abbiamo trasformato la virtù dell’astuzia nel vizio della
furbizia: non è il caso di creare occasioni per permettere a qualche
mariuolo di violare impunemente il dettato costituzionale che impone un
voto “segreto e personale”, di aggirare la “par condicio”, d’impedire a
qualcuno di esprimersi. Meno imbrogli comportano un minor rifiuto dei
risultati.
Non basta.
Sarebbe forse bene limitare il diritto di voto alle sole elezioni
politiche, escludendo i referendum. A giugno si voterà sulla riforma
costituzionale: davvero siamo in grado di valutare, senza pregiudizi
ideologici, se è valida ed opportuna? Occorre anche rivedere le
candidature degli emigrati. Persone rispettabili ma che, forse, non
conoscono la lingua e la Costituzione d’Italia. Che o brilleranno per
assenza o costeranno fior di soldi allo Stato (qui rispondo al lettore
che contesta: certo, abbiamo inviato migliaia di miliardi, sotto forma
di “rimesse”. Che andavano, però, sugli esentasse conti bancari “in lire
estere” e a beneficio dei parenti in Patria. Ma l’interesse nazionale
dove lo mettiamo?). Che, stante l’esiguo numero, o non otterranno nulla
o dovranno “vendersi” al miglior offerente. Che potranno votare leggi
cui non dovranno sottostare.
Non nego
che sia complicato far votare, in funzione del Comune di origine del
singolo emigrato, per i simboli e i candidati che si presentano nei
diversi Collegi nazionali. Ma niente proibisce d’ipotizzare una scheda
che riporti solo le sigle dei partiti ed i nomi dei loro leader, i quali
potranno anche accettare nelle liste dei diversi collegi esteri la
candidatura di qualche rappresentante degli emigrati. Il che, tra
l’altro, facilita il voto a chi è transitoriamente fuori d’Italia
(funzionari consolari, soldati in missione di pace, imprenditori, ecc) e
non conoscono, neppure per sentito dire, il Tizio o Caio residente
all’estero.
Ci
sarebbe un’altra rettifica da fare, se si vuol rendere equa la legge. La
quale permette a tutti di votare, anche alle terze e quarte generazioni.
Alle quali non è neppure imposto il dovere di registrarsi al Consolato
che, così, è obbligato a rincorrerle, con conseguente perdita di tempo e
di denaro. L’Inghilterra prevede un massimo di 10 anni fuori dai confini
nazionali, dopo i quali si perde il diritto al voto. Che significa: che
quello Stato manca di democrazia o, piuttosto, che è ricco di buon
senso? Noi, invece, prima tardiamo una cinquantina d’anni ad applicare
la Costituzione (che dice che il voto è prerogativa di tutti i
cittadini!), poi lo concediamo anche a chi è diventato Italiano grazie
all’origine italica di un bisnonno e ad una legge sulla doppia
cittadinanza che, contrariamente a quelle di altri Stati, non richiede,
non dico un esame generale di cultura, come la Svizzera, ma neppure la
conoscenza della lingua. Questa non è democrazia, è dabbenaggine. Cieca,
se rilascia il nostro passaporto perfino alla moglie e ai figli del
presidente brasiliano Lula che, tra qualche anno, può diventare
Italiano, per diritto di matrimonio. Soprattutto dannosa, perché
consente di votare a chi non conosce i problemi d’Italia, se non per
sentito dire. Siamo sempre esterofili: perché, per una volta, non
adottiamo un principio straniero, per esempio quello inglese? O quello
della Germania e della Spagna che impongono, a chi vuol votare
all’estero, di farne, in tempo, domanda ai relativi Consolati.
Sottopongono, cioè, un legittimo diritto al compimento del relativo
dovere. Così sbagliata, tale prassi? Ad inserirla nella nostra legge non
si eviterebbero almeno quelle perenni discordanze tra anagrafi consolari
e Aire? Ci pensi, l’onorevole Tremaglia, o chi per lui. Cambiare non
vuol dire demolire. Significa semplicemente cercare di migliorare.
Egidio
Todeschini
11.5.2006