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Tra
terrorismo e criminalità quotidiana
La nostra società confonde facilmente libertà e
licenza. I danni della sovrapposizione tra realtà e finzione. La
perdita della nozione di bene e male
Decisamente brutti tempi, i nostri. Tempi nei quali soffiano venti
di guerra su un mondo che pare andarsene lentamente in necrosi e su cui
aleggia la minaccia dell'autoestinzione; nei quali il fondamentalismo
islamico pare più incline, in nome del Corano, al sacrilegio
delle stragi che non alla riconquista di un’etica perduta; nei quali
le ore sono scandite dalle migliaia di morti che, per criminalità
spicciola, per terrorismo, per fame, per guerriglia, per rivendicazioni
d'indipendenza, per odi razziali e per proliferazione di armi "sporche",
quotidianamente punteggiano la vita dei singoli Stati. Tempi nei quali
le incertezze mettono a rischio anche le economie dei Paesi più
progrediti e spesse nubi, fatte di egoismo, d'intolleranza, di
prepotenza e di disumanità, ottenebrano le menti e le coscienze.
Brutti tempi in cui impera l'ipocrisia dell'Occidente. Che parla in nome
dell'individuo ma non lo rispetta; che invoca la pace ma genera odio;
che sbandiera la libertà ma la confonde con la licenza; che s'inebria
di solidarietà ma la rifiuta al vicino e al familiare; che punta
sulle politiche sociali ma distrugge la famiglia, che della società
è colonna portante; che rifiuta gli antichi valori ma non sa
sostituirli; che vive il presente ma non crede nel futuro; che inventa
la civiltà delle immagini ma non sa difendersene. Tempi nei quali
si finisce con il non sapere se scandalizza più il burqa delle
Talebane o la musulmana lapidazione delle adultere piuttosto che il
libertinaggio e la criminalità delle società cristiane o
il ricorso alla "giustizia" personale.
Esagero? Forse. Ma sono incoerenze che risultano dalla cronaca.
Che narra di genitori che uccidono i figli o di figli che si sbarazzano
dei genitori; di killer che ammazzano a sorpresa, di giovani che
reagiscono ad un rifiuto sparando o accoltellando, di adulti che si
vendicano, di tredicenni già avvezzi al branco, di padri che
insidiano le adolescenti, di no-global che incendiano e sfasciano, di
sedicenni impegnati in raid cittadini, di ubriachi alla guida che
investono e scappano. Questi fatti di cronaca fotografano una società
comodamente adagiata sul letto del benessere, della moda, dell'usa e
getta, del piacere a tutti i costi, della smania del "presto e
tutto", del conformismo e dell'impudicizia. Una società che
confonde realtà e finzione.
Oriana Fallaci scrive che l'Occidente non ha più "passione",
gli manca la consapevolezza e l'orgoglio della propria storia fatta di
errori ma anche di conquiste; si riferisce all'islamismo integralista,
al terrorismo che ne consegue, alla paura che incombe; denuncia, in nome
di un pacifismo mal posto e della tolleranza male intesa, il rifiuto
dell'autodifesa e condanna le giustificazioni nazional-religiose con le
quali si tenta di santificare, come angeli della ribellione o come
martiri del Corano, i kamikaze di Bali o della Palestina e le "vedove
nere" di Mosca. Non ha torto, come non ha torto il nostro
Presidente Ciampi quando rileva che "c'è troppa violenza
nelle notizie dei telegiornali". Ma non c'è solo violenza o
solo irragionevolezza, c'è qualcosa di peggio, c'è l'alone
della "normalità", c'è il becerume che diventa
valore, c'è la ripetitività che crea assuefazione, c'è
l'insistenza che si trasforma in suggerimento.
E c'è la tendenza a far passare la violenza come incontrollabile
effetto di una causa esterna, sia essa la
momentanea "follia" o una fin qui ignota "malattia"
(pedofilia, narcisismo, depressione o altro); e ad addossare ad altri
– ai genitori, alle vittime, alla società, alla televisione, ad
Internet, all'inadeguatezza del sistema giudiziario, ecc. – la colpa,
per quanto remota, di ciò che avviene. Certo, il permissivismo
dei genitori, per troppo amore o troppo egoismo, finisce con il
convincere il fanciullo, poi l'adolescente, infine il giovane, che
ottenere subito tutto da tutti è suo preciso diritto; il perduto
momento del convivio, occasione di scambio di idee ed opinioni, diventa
motivo di solitudine che può volgersi in aggressività. La
società, cui l'ombrello del benessere, del prestigio e della
libertà nasconde il panorama dei valori cristiani e morali, ha le
sue pecche. E la televisione, con le sue immagini che altalenano tra
scene di brutalità bestiale – viene voglia di chiedere scusa
alle bestie! – e quelle di chiappe nude e copule facili, non
suggerisce un modello di comportamento educativo. L'illusione di farla
franca, perché la Giustizia è lenta, quando non eccessivamente
"buonista", aggiunge il resto.
Ma, dopo tutto il vano discutere su chi far ricadere la colpa di ogni
efferatezza, resta da chiedersi dove e perché nasce questa cultura dei
tempi grazie alla quale i genitori non sanno più fare i genitori,
i figli non conoscono più il valore della vita, l'informazione
perde di vista il suo ruolo educativo, la televisione può
trincerarsi dietro all’audience, i giudici credono di giustificarsi
con l'eccesso di lavoro o con la comprensione. E resta da chiedersi se
non siamo proprio noi noi, cosiddetti cristiani e civili, con la nostra
dissolutezza, la cronica incapacità di distinguere il bene dal
male, con il laicismo dei costumi, a offrire su un piatto d'oro lo
spunto alla critica e alla condanna alle quali fa appello l’integralismo
islamico. Che è feroce, ingiusto, fanatico, mai giustificabile.
Perché si richiama al Corano e alla guerra santa per uccidere. Perché
usa la religione come un paravento. Ma che noi alimentiamo con la
degenerazione della nostra civiltà.
Egidio
Todeschini
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