|
Brogli elettorali all’estero, realtà già vista Spuntano già in Italia e sui giornali di emigrazione denunce di truffe e irregolarità. Almeno per questo la Tremaglia va modificata
Gli Italiani all’estero hanno appena finito di votare e già circolano voci di scorrettezze, vai a sapere se casuali o volute, nei plichi inviati dai Consolati; d’interferenze, operate dai patronati, relative alla scelta del simbolo da sbarrare; di tentativi di compravendita di voto, io ti do, tu mi dai, che solo l’onestà di chi li riceve fa rifiutare. Si sa di schede vendute o regalate nei bar, in Europa e in America. Ma anche di persone che, almeno in teoria, possono aver votato due volte, ritrovandosi iscritti sia nella lista elettorale del Comune italiano di provenienza che in quella all'estero. Io stesso sono stato messo al corrente, da una mamma, del fatto che suo figlio, di schede, ne aveva ricevute due. Il che non compensa chi, invece, non le ha ricevute affatto. E, a quanto sembra, sono in tanti.Di tutto ciò e dei possibili brogli che possono conseguirne parlano soprattutto i giornali di emigrazione, come se la cosa in Italia non interessi nessuno, ad eccezione della redazione de il Giornale. Neppure su Internet si trova granché, se si esclude qualche sfogo dei candidati all’estero dei partiti “minori” che segnalano alcune anomalie, tra le quali, in particolare in Svizzera, il mancato recapito agli elettori dei plichi elettorali o la loro compravendita. Per contro, abbondano le notizie che si riferiscono alle elezioni politiche del 2006, compreso il fattaccio, all’epoca riportato da la Repubblica, alla cui redazione giunse un video nel quale si vedevano quattro/cinque giovani che, in uno scantinato, compilavano un centinaio di schede elettorali. O la denuncia della scomparsa di migliaia di preferenze, presentata dal direttore di questo settimanale nonché candidato dell’Udc, Emiddio Bulla, ai carabinieri di Como e alla Corte d’Appello di Roma, nella quale il querelante dichiarava: “A Basilea ho visto con i miei occhi e contato 1.300 elettori che hanno votato Udc scrivendo il mio nome come preferenza, ma allo spoglio mi sono ritrovato con 340 voti di lista in tutto su Basilea!”. Eppure, nel frattempo, non sono cambiati i termini di legge, né intensificati i controlli, tanto meno condannato qualche impostore. Che coglie evidentemente al volo le opportunità del momento. Ben pochi connazionali in Patria hanno saputo che, quest’anno, per mancanza di tempo, le schede elettorali, i certificati elettorali e le buste sono state stampate all’estero. C’è da chiedersi: chi ha scelto la tipografia? Chi ha controllato che non ne siano state fatte quantità maggiori? Come successo in Argentina, ove il quotidiano in lingua italiana, Gente d’Italia, fa sapere (notizia ripresa solo da il Giornale!) che sono state scovate 120mila schede elettorali in più di quante richieste, ben nascoste in tipografia. Pronte, forse, per alterare, se opportuno, il risultato elettorale? E quanti in Italia conoscono quella specie di ricatto operato dai patronati che non si limitano – a denunciarlo è un candidato del Canada, intervistato dal settimanale italiano di Toronto - a “visibilmente esporre biglietti, cartoline e quant'altro con nome, cognome e come votare per i candidati” di un determinato partito, ma arrivano perfino a implicitamente imporre “o voti così o la tua pratica resta nel cassetto”? Un tirar l’acqua al proprio mulino, certo. Dal quale non si dispensano neppure gli elettori se, su un giornale d’emigrazione pubblicato in Svizzera, un articolista può, tra l’altro, scrivere: “Che dolore udire via telefono un tizio che mi prometteva il suo voto a… (segue il nome del candidato che tralascio per correttezza. NdR) in cambio dei soldi per recarsi in Italia a trovare sua madre. Dovetti per forza trattarlo male. E quell’altro che avrebbe votato per lo stesso in cambio di un favore da concretizzare giù, nella sua regione…”. Senza contare che il sistema del voto per corrispondenza, così come previsto dalla “Tremaglia”, con schede magari messe nelle caselle postali e non consegnate direttamente a chi di dovere, viola il principio costituzionale della segretezza e dell’autenticità: chi garantisce che partito e candidato siano effettivamente scelti dai diretti interessati e non per imposizione di qualcuno o per “suggerimento” del parente anziano al quale si rivolgono per “un consiglio” i giovani di seconda o terza generazione che non seguono la politica nazionale? Un problema già venuto alla luce dopo le scorse elezioni, tanto che i neo Ministri Amato, Chiti e D'Alema promisero “un'iniziativa di riforma del regolamento che riguarda il voto degli italiani all'estero, così che il voto si svolga in modo assolutamente rigoroso secondo i principi costituzionali della libertà, della personalità, della segretezza e dell'eguaglianza”. Una promessa non mantenuta, evidentemente: i brogli, a quanto pare, rimangono, e l’informazione, in merito, tace. Anche sul fatto che i Consolati li dichiarino “inesistenti”, pur ammettendo la realtà di “servizi postali inefficienti, elenchi non aggiornati e cambi d'indirizzo non comunicati”, però in quantità “molto contenute”. Sarà. Ma il voto all'estero è tuttora un autentico disastro organizzativo, soprattutto una possibile compravendita di suffragi. E la chiamano democrazia! Egidio Todeschini
8 |