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I gossip e le calunnie danneggiano l’Italia Inarrestabile guerra civile fatta di insulti e di illazioni. Un clima polemico che non aiuta nessuno e non ci prepara alla festa dell’Unità nazionale
Va avanti, da troppo tempo ormai, la battaglia mediatica che ha surriscaldato l’estate italiana. Un vero e proprio conflitto, combattuto con offese più o meno reciproche; con insinuazioni e congetture, a volte decisamente stravaganti; con affermazioni calunniose sparate senza prova alcuna; con condanne trasmesse via stampa o televisione; con foto e registrazioni rubate e pagate lautamente; con pagine comprate - da Di Pietro, soprattutto - su giornali stranieri per invocare aiuto contro la “nuova dittatura” nazionale. Un’estate che ci ha posti di fronte ad una gara a chi tirava più colpi, mortali per la dignità del bersagliato. Si è letto e sentito di tutto in questi mesi, da destra e da sinistra. Se ne sono dette di tutti i colori; si sono inventate illazioni di ogni sorta, comprese quelle sul “declino” del Premier o sulle divergenze in seno alla stessa Chiesa; si sono udite critiche pesantissime, accuse violente ed offensive: una specie di guerra civile combattuta con armi improprie. Il primo ad essere preso di mira è stato Berlusconi, accusato da diversi quotidiani di pedofilia solo perché una diciottenne, l’ormai famosa Noemi Letizia, lo chiama “papi”; e di “festini” a scopo erotico, registrati e divulgati da una D’Addario Patrizia che di nobile ha solo il nome. Denunce di comportamenti libertini che ha spinto la Repubblica a bombardarlo per mesi con domande, alcune delle quali, a detta del non berlusconiano editorialista del Corriere della Sera, Galli della Loggia, senza “valore se non come puro strumento retorico”; e ha suggerito alla stessa Repubblica e all’Unità (quotidiani che non hanno mai avuto niente da ridire sulle bravate sessuali del socialista francese Mitterand o dei democratici americani Clinton e Kennedy) l’idea di chiedere le dimissioni al Capo del Governo. Un bombardamento che ha spinto il premier a querelarli civilmente per danni morali. Ed è bastato per accusarlo di voler limitare la libertà di stampa. Al che, a torto o a ragione (non tocca a me dare un giudizio in merito), il nuovo direttore de il Giornale, Vittorio Feltri, insieme al suo staff redazionale, ha reagito con lo scopo di dimostrare che si trattava del solito doppiopesismo di chi predica bene ma razzola male. Così prima ha informato i suoi lettori che il direttore di la Repubblica, Mauro, è un evasore fiscale; poi ha parlato dei “festini” con donnine che D’Alema avrebbe avuto - il condizionale s’impone - a Palazzo Chigi o a Montecitorio, quindi in ambienti istituzionali, non a casa propria; in seguito, ha ricordato agli Italiani che anche Prodi aveva querelato, da Primo Ministro, il loro quotidiano, senza che nessuno, da destra o da sinistra, lo accusasse di condizionare la libertà di stampa; infine ha divulgato la notizia che, nel 2004, Dino Boffo, direttore de l’Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), era stato condannato a Terni ad un risarcimento pecuniario per “insulti e minacce” ad una donna con il cui fidanzato avrebbe avuto un rapporto sessuale. Il direttore di un quotidiano ecclesiastico omosessuale? Apriti cielo, il bombardamento si intensifica, con accuse (soprattutto di “killeraggio” a Feltri che “crea il caos”) e con previsioni assolutamente gratuite: sul Corsera, Massimo Franco definisce la denuncia un “boomerang per palazzo Chigi, un brutto capitolo con un’immagine di confusione e di ambiguità”; Stefano Folli, editorialista de il Sole 24 ore, rileva che il governo “ha finito per mettersi in rotta di collisione con la Chiesa, credendo di alimentare la rivalità tra fazioni ecclesiastiche e di giovarsene nei suoi calcoli di potere”. Non mancano neppure le insinuazioni più varie: la sinistra sostiene che, a suggerire l’attacco a Boffo sia stato lo stesso Berlusconi; esponenti del centrodestra ipotizzano invece che venga dall’opposizione la “manina anonima che ha steso l’antica e spregevole “nota informativa” su Boffo, già consegnata a molti sacerdoti e cestinata; Giuseppe Baiocchi, su Liberal, la riferisce invece a qualche prelato, insofferente al fatto che Boffo non abbia mai ceduto alla tentazione di “scomunicare” mediaticamente il Cavaliere; per Calderoli, è “un’azione mirata” dell’Udc “per far fuori sia Berlusconi che Bossi”. Congetture discutibili, suggerite da opportunismo, sulle quali non mi pronuncio, preferendo piuttosto esporre due semplici riflessioni. Da sacerdote sento il dovere di ricordare, come recentemente ha fatto anche Benedetto XVI, che “Dio persegue le colpe e tuttavia protegge i peccatori” e che quindi la Chiesa condanna il peccato, non il colpevole. E che c’è differenza tra “Chiesa invisibile”, quella fondata e voluta da Cristo, e “Chiesa visibile”, quella del popolo e degli ecclesiastici. I quali, prima di essere preti, sono uomini, come tali soggetti alle tentazioni di Satana (non per nulla Dante ne ha infilato qualcuno all'Inferno!). Da Italiano ricordo che nel 2011 ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, festività su cui sono già sorte polemiche, esistendo ancora, a distanza di un secolo e mezzo, antagonismi tra Nord e Sud, partigianerie antirisorgimentali e revisioni storiche. L’attuale clima di guerra civile, fatta d’insulti e di calunnie, non aiuta a sopire i contrasti, ad alimentare il sentimento nazionale, a rinsaldare il già carente senso civico. Servirà poco celebrare quella data, se non si addiviene prima ad una moderazione delle polemiche e all’accettazione del principio democratico grazie al quale l’avversario politico non è un “nemico da abbattere” ma un oppositore da contestare con idee e progetti, non con maldicenze e colpi bassi. Anche in nome della regola evangelica del "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". Egidio Todeschini
10.9.2009 |