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Le stragi che i pacifisti non condannano Già caduta nel silenzio quella birmana. Sono migliaia i massacrati da una corrotta dittatura militare. I veti di Cina e Russia bloccano l’Onu
Quando, poche settimane or sono in Birmania, il regime ha reagito alle pacifiche manifestazioni dei monaci buddisti e della popolazione, sono rimasto sgomento ma non sorpreso. Sono stato nel 2005 in quel Paese oggi chiamato Myanmar: da turista, ho potuto visitare solo quello che le guide, ubbidendo ad ordini superiori, ci consentivano; da sacerdote, ho potuto constatare che il confratello che ero andato a trovare è ancora obbligato a celebrare Messa nelle “catacombe”, perché la sua presenza è accettata esclusivamente come esperto in agronomia. Vale a dire: può parlare di semi e di piante ma non di Cristo.Quando i telegiornali hanno diffuso le immagini di quella gente inerme dissuasa con i gas lacrimogeni, abbattuta a colpi di sbarre e di fucili (una strage di oltre 5000 persone, anche se il Governo birmano la riduce a “una ventina”) o incarcerata; quando si è saputo che la manifestazione “con intento patriottico”, organizzata dalla Giunta guidata dal generale Than Shwe, era tutt'altro che spontanea e che gli stessi slogan erano stati scritti e distribuiti dalle autorità, sono stato contento di aver messo nel mio Calendario 2008 “Amici del mondo” alcune foto scattate durante quel viaggio, che spero servano da invito alla solidarietà con quella popolazione angariata e misera, nonché privata di ogni diritto.Mi rattrista invece constatare che, ormai, su quei luttuosi eventi è caduto il silenzio, a parte la puntata di “Terra” andata in onda su Canale 5 e l’articolo del Corsera del 26 ottobre che cita come fonte un servizio con foto di AsiaNews (“Immagini durissime, raccapriccianti. Che tolgono il fiato. Le foto della vergogna”. Vedi AsiaNews, l’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere) forse per non dare la notizia che solo Bush ha imposto il blocco degli investimenti ed il divieto di importare prodotti birmani; o, forse, per non mettere in risalto la figuraccia dell’inviato dell’ONU, Gambari, la cui missione è stata un fallimento totale. Ma mi scandalizza rilevare la malafede di chi, riferendo tali fatti vergognosi, ha sempre omesso di dare informazioni storiche su quel Paese e tanto meno rilevato che quel regime in realtà è comunista, benché ipocritamente si definisca “Repubblica militare”; che è retto da una “Giunta” sempre pronta a cantare le lodi di Mao Tze-Tung. E’ il caso di ripassarla, invece, la storia dalla quale si appura che l’impronta sovietica risale al 1939, quando Aung San fondò il Partito Comunista della Birmania (CPB), per rinominarlo Partito Socialista (ma anche l’Unione sovietica si autodefiniva così!) dopo la Seconda Guerra Mondiale; il colpo di Stato di Ne Win, il quale nel 1962 mise al comando del Paese un Concilio rivoluzionario di generali dell'esercito, non ne modificò l’impronta. Incominciarono allora, infatti, la lotta al capitalismo e le stragi (la pacifica rivolta nell'Università di Rangoon costò la vita ad oltre 100 studenti - 7 giugno 1962); e, come nell’Urss staliniana, tutti i politici ritenuti sospetti furono arrestati, di destra o di sinistra che fossero. Nel 1964 furono banditi tutti i partiti di opposizione; commercio e industria furono nazionalizzati; a tutte le proteste contro la dittatura i militari reagirono aprendo il fuoco sulla folla e arrestando operai e lavoratori del porto. La crisi economica alla fine degli anni ‘80 testimoniò il fallimento della politica comunista ma non modificò lo stato di fatto: violenza e caos continuarono e il colpo di Stato dell’89 comportò la morte di migliaia di persone. Non andò meglio nel 1990, quando la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi vinse le elezioni con l'82% dei voti, ma i militari ne ribaltarono il risultato.Oggi in quel Paese (oggi chiamato Myanmar con capitale Naypyidaw) vivono 50 milioni di persone dominate dalla paura, alle quali 500.000 soldati negano i diritti fondamentali; qui da 12 anni è tenuta agli arresti domiciliari, dopo una detenzione segreta durata più di tre mesi, Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace; qui un milione e mezzo di persone è ai lavori forzati; 1.300 sono rinchiuse e torturate nelle carceri politiche; qui 70.000 ragazzini sono obbligati ad imbracciare il fucile, un bimbo su dieci non festeggia il suo quinto compleanno e lo stupro di donne e bambine è pratica corrente; qui i monaci e i cittadini recentemente fatti prigionieri sono stati uccisi e arsi in massa, come denunciato dal "Times", secondo il quale "l'esercito birmano ha bruciato un indeterminato numero di cadaveri in un crematorio aperto da guardie armate ". Per porre fine a tali ignominie occorre una forte pressione internazionale, finora carente all’Onu, anche a causa del veto a sanzioni, posto da Cina e Russia, sia pure per motivi diversi, e nell’Unione Europea ove si ritiene che la crisi si può risolvere attraverso il dialogo con assassini dalle mani grondanti di sangue innocente. Rimangono le domande: perché, in tanti anni di dittatura, non si è fatto nulla? Perché la maggior parte dei quotidiani italiani ha tralasciato di porre l’accento sulla natura comunista di quel regime? E perché non si sono visti pacifisti in piazza, riuniti per protestare contro la violenza della repressione birmana? Non stupisce che i tanti dittatori d’estrazione sovietica che ancora ci sono nel mondo (il cubano Castro, il cinese Hu Jintao, il coreano Kim Jong, il suo predecessore e padre Kim Il-sung, il vietnamita Nguyen Van An, il venezuelano Chàvez e lo sconosciuto ma feroce Bounganang del Laos, nonché il birmano generale Than Shwe che affama il suo popolo ma spende milioni di dollari per il matrimonio della figlia) puntino sulla menzogna del loro aiuto ai poveri per instaurare quel regime dal quale guadagnano soldi e potere. A rigore, non sorprende neppure l’assenza dalle piazze dei pacifisti, sempre pronti a prendersela con Israele o gli Usa ma ciechi e muti quando, ad uccidere ed immiserire, sono Governi d’impronta comunista: in fondo sono in prevalenza giovani che hanno subìto, per anni, la mistificazione della realtà imposta dall’ideologia marxista, suffragata dalle lacune dei libri di storia, dalla preponderanza di professori di sinistra, dallo spirito dei tempi. Scandalizza invece pensare che illustri docenti universitari, tra i quali Diliberto, e politici alla Bertinotti o alla Giordano possano ancora fregiarsi del titolo di “comunista”; che giornalisti quali Padellaro (Unità), Ezio Mauro (Repubblica), Sansonetti (Liberazione) e Mariuccia Ciotta (Il Manifesto), per citarne solo qualcuno; o opinionisti come Vattimo, Angelo D’Orsi, professore di Storia (!), Travaglio e Pardi o Giulietto Chiesa, tra tanti altri, possano sostenerli e difenderli. Neppure a loro la Storia ha insegnato nulla? Egidio Todeschini |