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I chiari messaggi delle ultime votazioni Gli Italiani, disertando le urne, hanno voluto esprimere il loro disappunto. Per un certo tipo di politica e per l’astrusità del referendum
Sono passate due settimane abbondanti dalle votazioni per i ballottaggi, in alcuni Comuni e Province, nonché per il referendum. Indipendentemente dai risultati che, secondo un antico costume italico, spinge tutti a proclamarsi vincitori, è il caso di esaminare a fondo i motivi che hanno spinto molti Italiani a non votare. Si è registrato, infatti, un notevole calo di elettori, e non solo per il referendum; sarebbe facile e superficiale attribuirne la causa esclusivamente alla data delle votazioni, quindi al desiderio di approfittare del fine settimana per fare una gita, anche perché la meteo non era delle migliori. Probabilmente gli elettori hanno voluto manifestare alle alte sfere la profonda delusione per come si svolge la politica nel Paese, sia a livello nazionale che locale; e protestare contro la finta democrazia delle chiamate referendarie. Incominciamo a chiederci il perché del non raggiungimento del quorum su un referendum che avrebbe dovuto modificare l’attuale legge elettorale, da molti definita “porcata”. Per noia? Per indecisione? Per menefreghismo? Sì, forse, in parte: gli assenti ci sono sempre stati. Ma, a spingere a disertare le urne o a rifiutare di prendere le relative schede, ci sono ben altri motivi dei quali i politici tutti dovrebbero finalmente tener conto. Soprattutto dovrebbero chiedersi perché, dal 1995, non si è più raggiunto il 50% +1 necessario per convalidare il ritocco o la conferma di una legge. E perché l’Italia “cattolica”, che con referendum approvò divorzio ed aborto, quest’anno ha fatto registrare il record della più bassa affluenza, poco più del 23% che lo ha reso nullo. Per ridargli vita, qualcuno ritiene opportuno modificare la legge che lo regola, abbassando il quorum o annullandolo del tutto; oppure aumentando il numero delle firme necessarie per indirlo. Riforma promessa, infatti, dal Ministro degli Interni, Maroni. Che forse servirà, ma solo se si terrà anche conto delle più sostanziali ragioni che spingono gli elettori all’assenteismo. Non sono poche, compresa la scarsa informazione se, come risulta da un’indagine di Mannheimer, il 50% degli Italiani ne ignorava l’esistenza. Tra queste, e notevolmente importante, la comprensibilità dei quesiti. A leggere le schede c’era da impazzire: testi lunghi e linguaggio estremamente burocratico che presuppone la perfetta conoscenza del testo legislativo in questione, che, ovvio, non tutti gli elettori hanno. Ma non basta. A spiegare perché si sia scesi dall’89,1% registrato nel 1946 per il referendum “Repubblica o Monarchia” (il primo in Italia al quale, per la prima volta votarono le donne), all’attuale bassa affluenza c’è anche la diffusa convinzione dell’inutilità della preferenza espressa nella scheda. In effetti, più volte il responso è stato ampiamente ignorato o aggirato dal Parlamento: è avvenuto per il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (1987); nel ‘93 per quello che prevedeva la soppressione dei ministeri dell’Agricoltura, delle Partecipazioni statali e del Turismo, che invece sussistono ancora, ad eccezione del secondo, benché i “sì” avessero stravinto; sempre nel ’93, per abolire il finanziamento pubblico dei partiti, che invece è rimasto, e per sostituire il proporzionale con il maggioritario. Sostituzione che fu solo parziale nella riforma che ne seguì (il Mattarellum), e sparita nell’attuale legge elettorale. O per quello sulle centrali nucleari (‘87) che doveva limitare le facilitazioni concesse alle Amministrazioni locali che le accettavano ma interpretato come un no totale al nucleare. Non stupisce, quindi, che, mentre fino al ‘95 tutti i quesiti ottennero il quorum (tranne quelli su caccia e pesticidi), poi gli Italiani decisero che “era meglio andare al mare”. Discorso diverso per l’affluenza al ballottaggio delle provinciali (poco più del 45%) e comunali (61,3%), ben inferiore a quella registrata al primo turno (rispettivamente del 70% e del 76%). Sì, certo, avrà influito la gita al mare. O l’eccessiva proliferazione di sigle partitiche che confondono le idee. Ed anche, forse, la campagna elettorale, improntata poco sui programmi e molto sulla condanna della vita privata di Berlusconi in nome della “moralità istituzionale”, a dimostrazione che l’ostilità nei confronti del Capo del Governo ha raggiunto livelli patologici. Ma è significativo che, in entrambi gli appuntamenti elettorali, il voto per le Province sia stato più basso dell’altro. Inequivocabile promemoria che il popolo italiano ha voluto inviare a tutti i partiti, di centrodestra o di centrosinistra, che per le politiche del 2008 promisero l’abolizione di questi Enti locali inutili ma costosissimi. Promessa passata nel dimenticatoio, visto che quest’anno si è votato anche per 3 nuove Province, appena istituite! Ha indubbiamente contribuito anche il vedere alcuni partiti, tra i quali l’Udc, sostenere sia i candidati del centrodestra che quelli del centrosinistra, scelti in base alle loro probabilità di vittoria, quindi alla convenienza. Gli Italiani, specialmente i giovani che spesso sono carenti di nozioni storiche, saranno poco interessati alla politica; ma soprattutto ne hanno abbastanza di politici corrotti, voltagabbana, ambigui e rivali, anche quando appartengono allo stesso partito; e sono particolarmente scandalizzati dal vedere ignorato, da parte di chi dovrebbe applicarla, il significato di Politica, con la maiuscola, intesa come certezza d’idee, presentazione di programmi, affidabilità, onestà personale, serietà di dibattiti e coerenza comportamentale. O dal constatare che personaggi istituzionali e alcuni giornalisti puntano, quando conviene, su fatti personali e privati dell’avversario che, con la politica, hanno poco a che vedere. Un assenteismo, quindi, che suona come protesta. Di cui i politici dovrebbero, finalmente, tener conto. Egidio Todeschini 2.7.2009 |