|
L’Europa che si rinnega esce dalla Storia I 50 anni dell’Unione Europea ed il monito di Benedetto XVI. La debole “Dichiarazione” di Berlino contrasta con la preoccupazione del Papa
Due gli avvenimenti principali del 25 marzo scorso: il cinquantesimo compleanno dell’Unione Europea, celebrato a Berlino con la firma di una “Dichiarazione”, ed il monito di Benedetto XVI rivolto ai partecipanti al congresso indetto per l’occasione a Roma dagli episcopati europei. Sul primo, si sono spese pagine intere, più o meno elogiative e cariche di enfasi; sul secondo, invece, solo qualche resoconto, pochi commenti e quasi mai approvanti, fatti più per dovere d’informazione che per convinzione. Sarebbe stato più giusto il contrario: la Dichiarazione di Berlino ha un contenuto generico. Inizia con una frase retorica: «L'Europa per secoli è stata un'idea, una speranza di pace e di concordia. Questa speranza è stata esaudita». Prosegue con l’elogio per «il modo unico» con il quale gli Europei hanno saputo, nel processo di integrazione, preservare le proprie particolarità e tradizioni. Continua enumerando le tante “sfide” del futuro, dalla lotta al terrorismo, al crimine organizzato, al cambiamento climatico, alla necessità di rafforzare il compito europeo nella scena mondiale, ma non ne indica i rimedi. E termina con l'impegno ad avere un’Unione «su nuove basi» entro il 2009, senza però pronunciarsi sulla mancata citazione, nella Costituzione dell’Unione, delle origini cristiane della società continentale, e sull’opportunità di mantenervi, invece, il riconoscimento ai diritti alla clonazione terapeutica e al matrimonio degli omosessuali. Il tutto sottoscritto solo dalla Cancelliera tedesca, Merkel, e dai Presidenti della Commissione di Bruxelles e del Parlamento di Strasburgo, rispettivamente Barroso e Poettering. Per far risaltare il crescente peso acquisito negli anni dalle Istituzioni dell’Unione? Può darsi, ma, più probabilmente, per l’impossibilità di arrivare ad un testo accettato da tutti i 27 leader europei. Ed infatti Romano Prodi, che pure si dichiara convinto che l’Unione sia “una porta verso il futuro, non una finestra sul passato”, in un’intervista al quotidiano Le Monde ammette che «La Dichiarazione può sembrare debole, ma è il massimo che si poteva dire nella situazione attuale». Situazione che suggerisce a Marcello Pera l’immagine di un’Europa ove c’è “poca unità politica, poca identità morale, poca produttività economica”. Sta di fatto che, a stare ai sondaggi effettuati in alcuni dei Paesi membri, all’incirca il 50% degli Europei si dichiara insoddisfatto dell’Unione. E ciò nonostante le indiscutibili conquiste dei suoi primi cinquant'anni di vita: pace, democrazia, benessere diffuso, mercato e moneta unica. In effetti non ci sono state più guerre sul territorio continentale; non vi si registrano più dittature; in media i cittadini vivono meglio, anche perché la libera circolazione dei beni e del lavoro ha favorito lo sviluppo economico dei singoli Stati. Ma allora perché si registra quel dissenso che, tra l’altro, paralizza le Istituzioni europee al punto da renderle incapaci di autoriformarsi per affrontare le sfide del mondo di oggi? E perché il Santo Padre si è sentito in dovere di ammonire, di mettere in guardia dai rischi impliciti nell’attuale politica europea, interna ed internazionale? Perché ha sentito il bisogno di affermare che, se continua così, il Vecchio Continente corre il pericolo di “uscire dalla Storia”, di “vivere un’apostasia da se stessa”, di perdere la “fiducia nel proprio avvenire”? E’ preoccupato, il Santo Padre, anche se un buontempone, da poco uscito dalle patrie galere e che non nomino per non fargli pubblicità, scrive che c’è “da sorridere, se non proprio da ridere a crepapelle, al cospetto delle solenni parole rivolte da papa Benedetto XVI a un’Europa apostata delle proprie radici cristiane”. Il suddetto fa parte di quei laicisti che forse non hanno letto il testo integrale del Papa, ove si parla sì di “apostasia”, ma riferita a “se stessa”; forse non conoscono il significato della parola, che significa “rinnegamento” della propria religione e dei propri valori umani e sociali; e non si rendono conto di violare così quel diritto alla libertà di opinione e di parola, che rientra nelle conquiste europee. Forse non intuiscono neppure che non ci sarà più una storia “europea”, se affidiamo l’incremento demografico ai Musulmani e se, per un falso buonismo, ci arrendiamo alla perdita della nostra identità. Forse non hanno capito che, per restare nella Storia, quella con la maiuscola, occorre conoscere il passato, acquisirne gli insegnamenti per vivere il presente, e nutrire la convinzione di avere un ruolo da svolgere in futuro. E, forse, non sfogliano neppure i giornali, i quali rilevano che in Germania, per fare un esempio, un giudice rifiuta l’accelerazione della procedura di divorzio ad una musulmana picchiata e minacciata di morte dal marito, perché “il Corano consente agli uomini di percuotere le proprie mogli”! Che, per restare ancora in territorio tedesco, al colossale incremento di moschee e altri luoghi di culto islamico fa riscontro la scandalosa decisione di “trasformare 700 chiese in supermercati”; o che denunciano, come già fece la Fallaci, la diffusione della poligamia – e relativi ripudi - in un Continente che, da due millenni, li ha messi al bando. Benedetto XVI punta il dito sui tanti compromessi sui quali l’Unione indugia, che possono trasformarsi in “male comune” se portano ad “accordi lesivi della natura dell’uomo”: è chiara l’allusione a quel relativismo pragmatico che rende lecito tutto ciò che piace, anche quando s’infrangono gli essenziali valori umani e naturali. E che, se non ci ravvediamo in tempo, ci porteranno a rinnegare la nostra società, cioè a fare apostasia di noi stessi. E deplora, il Papa, la tendenza europea alla scarsa procreazione che rischia di farci mettere il punto finale alla Storia del nostro Continente. Che, certo, ha registrato guerre, anche di religione, sanguinose dittature e sopraffazioni di ogni genere, ma ci ha pure permesso di acquisire i diritti umani dei quali oggi godiamo, e quel progresso scientifico e tecnico che ci ha migliorato la vita. Sono parole, le sue, che non fanno affatto sorridere, tutt’altro. Sono parole sulle quali dovremmo invece riflettere, perché solo facendole nostre riusciremo a salvare l’Europa dalla morte storica. Egidio Todeschini |