La medicina dell’amore per un mondo malato
La prima enciclica di Benedetto XVI e i sanguinosi o polemici fatti
internazionali. L’umanità dominata dall’eros e dal fanatismo
Forse è solo una casualità. O, forse, è il Signore che
nella sua misericordia ha voluto darci una mano ed aiutarci a
riflettere. Sta di fatto che è straordinaria la quasi contemporaneità di
due eventi, molto diversi tra di loro, addirittura contrastanti, ma
significativi: da una parte, la pubblicazione della prima enciclica di
Papa Benedetto XVI (25 gennaio 2006); dall’altra, la violenta guerriglia
messa in atto, a scoppio ritardato, dai fondamentalisti islamici
irritati per il “sacrilegio” delle 12 vignette su Maometto, divulgate,
lo scorso 30 settembre, da un quotidiano danese.
La prima è scritta con il cuore e parla al cuore e
all’intelligenza degli esseri umani. E’ un dolce inno all’amore, quello
vero, quello fatto di dedizione, comprensione, accettazione. E’
l’invito, rivolto a tutta l’umanità, a guardare il prossimo ed il mondo
intero con occhi fraterni; è l’auspicio di un’era novella nella quale le
negatività della globalizzazione si trasformino in un “nuovo e vero
umanesimo”; è la premurosa esortazione a comprendere appieno il senso di
quel versetto della Genesi dal quale si apprende che Dio fece l’uomo a
sua immagine e somiglianza, vale a dire “appassionato come un amante e
misericordioso fino a morire per l’altro”.
La rivolta islamica, invece, è manovrata (lo dimostra il
ritardo con cui è scoppiata!) ed istiga all’ostilità e al fanatismo. E’
la manifestazione di un odio nutrito di pregiudizi, d’ipocrisie e di
ripulse. Esprime insofferenza ed incomprensione per il diverso che, per
ciò stesso, è considerato “nemico”. Rivela disprezzo, prepotenza,
disumanità. E’ apologia di quella totale intolleranza che permette, in
nome di un Dio, Allah, chiamato “il misericordioso” ma vissuto come
vendicativo, di condannare a morte. Perfino gli innocenti, come don
Andrea Santoro.
Tale contrasto, ma anche tutte le intemperanze ed
assurdità che scon-volgono il mondo di oggi, l’occidentale compreso, ci
aiutano a cogliere in pieno il significato e la diversità dei due
sentimenti, agape ed eros, dai quali prende spunto l’enciclica
del Papa. Espressi in greco, che li distingueva anche foneticamente,
l’agape è amore inteso come dono, è generosità e sacrificio,
comprensione e tolleranza; eros è passione, istinto, conquista,
emotività. Uno, l’agape, alimenta il senso del dovere; l’altro, l’eros,
tende a far considerare tutto come un diritto, se spinge a soddisfare un
proprio piacere, non di condividerlo; ad imporre la propria volontà, non
ad assecondare quella degli altri. Il primo trova alimento nell’anima,
in quel “soffio” divino che diede vita ad Adamo; il secondo nella
“materia”, il corpo, per sua natura alterabile e degradabile.
Sentimenti diversi ma complementari. Ed infatti Benedetto
XVI non condanna l’eros, rileva solo che “oggi” è malato, che ha più
“cadute” che slanci, che ha difficoltà a trasformarsi in agape, che è
sempre più spesso tentato dal disprezzo di sé e degli altri. E che, ad
avvelenarlo, non è stato, come Nietzsche afferma, l’insegnamento della
Chiesa, piuttosto la mancanza di disciplina e l’interpretazione errata
di concetti basilari, quali diritto e libertà, sentimento e volontà,
giustizia e carità. Interpretazione che porta, a livello individuale e,
più spesso, a quello collettivo, a credere lecito tutto ciò che piace o
di cui si ha voglia, compreso il vilipendere la religione altrui o
distruggere ed uccidere; che trasforma la libertà in licenza, in
mancanza di rispetto, o in maschera dell’indifferenza; che equipara
tutte le culture (il famoso relativismo); che, togliendole l’afflato
amoroso, svilisce la solidarietà.
E’ innegabile che il mondo contemporaneo punti più al
soddisfacimento dell’eros che alla nobiltà dell’agape. Mi si obietterà
che è sempre stato così, che le guerre, i soprusi, le violenze, la
smania di potere, le disumanità delle dittature, i genocidi ci sono
sempre stati, come ci sono sempre stati i San Francesco o le emule della
Beata Madre Teresa di Calcutta. E’ vero: come dice Antonio Socci (nella
trasmissione con Ferrara, “Otto e mezzo”), “questo Dio l’abbiamo sempre
deriso, sputacchiato e messo in croce. E noi cristiani sappiamo di
contribuire con i nostri tradimenti a questa micidiale satira
contro di Lui”. Ed abbiamo avuto esempi sublimi di dedizione e di
carità.
Ma oggi, a dispetto del tanto sbandierato progresso e
multiculturalismo, assistiamo ad una decadenza morale che si manifesta,
in Occidente, con la secolarizzazione (o scristianizzazione) dei
costumi; in Medio Oriente con il fanatismo degli islamici, minoranza o
maggioranza che sia; in Cina e a Cuba con la violazione dei più
elementari diritti umani. Oggi l’umanità tende a sottovalutare la forza
pacificante e salvifica dell’agape: s’inebria piuttosto di eros, sia
esso sinonimo di libertà (di satira, per esempio, anche se poco
rispettosa delle altrui convinzioni) e di diritto (al consumismo, alla
libera sessualità, ecc.), come pretendono gli Occidentali, o licenza di
condannare a morte e di tenere in schiavitù le donne (vedasi il
terrorismo e la mentalità islamica), o quell’abuso di potere che crea in
Cina i campi di lavoro forzato.
Ne consegue un mondo malato, incapace di rinunce,
insofferente alle leggi della natura, dimentico della sua caducità; nel
quale impera un eros che ha stravolto il concetto divino di agape, che
ha ridotto l’amore, per la propria donna, per il proprio Dio, per la
propria terra, a conquista violenta o a inutile retaggio del passato. E
che ha urgente bisogno della sola medicina che può salvarlo: l’amore
inteso come dono di sé, come luce del Bene che scaccia le tenebre del
Male.
Egidio
Todeschini
10.2.2006