Amnistia, tanto rumore per
nulla
I pro
e i contro espressi dai singoli partiti e le norme che la regolano.
Ancora una volta deluse le speranze dei detenuti
E’
ritornato in ballo per breve tempo il problema dell’amnistia o, almeno,
dell’indulto. A dire il vero, non è stato mai del tutto accantonato se,
nel giro di 3 anni (2002-2005), sulla questione sono stati indetti ben
27 convegni sui risultati dei quali, però, non si è avuta molta
informazione.
Nei giorni scorsi invece stampa e televisione ne hanno
parlato. A dare il via sono stati i radicali di Pannella, associati con
i socialisti di Boselli, ai quali si sono affiancati, oltre a don
Mazzi, verdi e bertinottiani. La motivazione ufficiale prende spunto
dagli ultimi dati statistici sulla situazione delle carceri nazionali:
59.649 detenuti (il 35-40% dei quali ancora in attesa di sentenza
definitiva) cioè 15.000-16.000 in più rispetto alla reale capienza dei
penitenziari.
E’ bastato tirar fuori l’argomento per riaccendere le
polemiche. C’è stato chi ha ironizzato sulla posa della targa
commemorativa della visita di Giovanni Paolo II in Parlamento per
rilevare che fu proprio il defunto Papa a sollecitare, nell’anno del
Giubileo, un atto di clemenza. E chi ha sollevato – qualcuno dice “a
scopo elettorale” – l’obiezione della sicurezza dei cittadini da
tutelare. Altri hanno ricordato che in Italia ci sono ben altre urgenze
alle quali porre riparo, per esempio il riordino delle carriere delle
Forze dell’Ordine; molti, al contrario, hanno puntato sulle condizioni,
a volte disumane, in cui versano i troppi detenuti.
E’ stata contestata anche la manifestazione pro amnistia
organizzata dai radicali nel giorno di Natale. E c’è invece chi ha
stigmatizzato i deputati che prima hanno sottoscritto la richiesta di
una convocazione straordinaria della Camera, poi, dopo Natale, non si
sono presentati. Qualcuno ha ricordato gli enormi ritardi della
Magistratura ai quali la remissione della punizione o del reato
metterebbe riparo; altri hanno messo in rilievo l’inutilità di tali
provvedimenti a ridurre la massa di arretrati giudiziari (4 milioni di
procedimenti penali pendenti).
Presi singolarmente, sembrano tutti argomenti legittimi e
validi. Ed è ovvio che ciascuno sia libero di pensarla come crede. A
patto, però, di non valutare il problema in base al proprio credo
politico ma con raziocinio. Ed anche con un ripasso preventivo delle
norme, costituzionali ed ordinarie, che regolano la materia; del perché
sono state cambiate nel 1991; del significato di amnistia ed indulto.
Valutando anche con obiettività l’impatto di un tale provvedimento sui
ritardi giudiziari.
Incominciamo dai termini. L’amnistia abolisce la pena e
cancella il reato. Come dire che l’amnistiato non solo esce di galera ma
si ritrova la fedina penale pulita di quella colpa per la quale era
stato incarcerato. L’indulto, invece, “sospende” la pena ma non estingue
il reato. Con la conseguenza che, in caso di recidiva o di altro
crimine, il condonato sconta la prima e la seconda condanna.
Fino al 1990 sia l’amnistia che l’indulto erano concessi
con decreto dal Capo dello Stato su delega parlamentare (art. 79 della
Costituzione) per la quale non era prevista una maggioranza particolare.
Tale “facilità” ha provocato, negli anni, un certo abuso del
provvedimento con il quale contrastavano sia l’incremento progressivo
della criminalità sia il formarsi, in tempi brevi, di arretrati
giudiziari. Si optò quindi per una riforma: oggi l’amnistia
e l’indulto
sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due
terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella
votazione finale. Per di più, a voto segreto, quindi sottoposto al
rischio dei cosiddetti franchi tiratori. Si è passati quindi dal troppo
facile al troppo difficile.
In effetti, dopo i decreti presidenziali del 1990, in
Italia non ci sono più stati né amnistie né indulti. Alcuni
parlamentari, tra i quali Boato e Follini, tentarono nel 2002 di
semplificare la norma ma la loro proposta di optare per una maggioranza
ordinaria (51%) non è andata avanti. Né ha mai avuto seguito l’idea, già
attualizzata in altri Stati, di prevedere pene alternative all’ammenda o
alla detenzione, tipo lavori socialmente utili.
Bocciato infine
il disegno di legge, che prevedeva un atto di clemenza,
arrivato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati. A giudicare da come
era uscito dalla Commissione Giustizia, nella quale Margherita e Ds si
sono astenuti mentre Lega ed Alleanza Nazionale hanno votato contro, non
c’era molto da credere che passasse. Di certo c’è che non avrebbe
risolto un granché, anche se qualcuno parla di circa 18.000 detenuti che
sarebbero tornati a riveder le stelle.
Basta fare due calcoli. Più che un indulto, sarebbe stato
un “indultino”, visto che avrebbe condonato gli ultimi due anni a chi ha
espiato almeno un quarto della pena cui è stato condannato. E
l’amnistia? Una specie di farsa, se concessa solo a chi ha commesso un
reato già passato in giudicato e punito con non più di 4 anni di
carcere, ma perpetrato prima del 2001, cioè prima della presentazione
del disegno di legge, perché così impone la nuova norma costituzionale.
E i presunti innocenti in attesa di giudizio? Rimangono
tra le sbarre, alla faccia di chi ha invocato uno sfoltimento delle
galere. A meno che non intervenga, per tirarli fuori, la legge ex
Cirielli (che abbrevia i tempi di prescrizione), della quale, mercoledì
scorso, la Cassazione ha sentenziato, a dispetto delle critiche fin qui
espresse, l’assoluta costituzionalità. Come dire, un tam tam a scopo
elettorale, a spese dei detenuti. Mica male come umanità!
Egidio
Todeschini
16.1.2006